La rinascita di Keynes

La rinascita di Keynes

Un articolo del Corriere lo rispolvera ufficialmente ma in una chiave sbagliata

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di Tommaso Minotti
 

Con articolo sull’inserto del Corriere della Sera “Innovazione” è stato definitamente reinserito nel dibattito economico John Maynard Keynes. Una voce diversa dal pianeggiante liberismo di cui siamo imbevuti da anni è sempre ben accetta. Bisogna però stare attenti a dove si vuole indirizzare il ragionamento. Posto che manovre keynesiane sarebbero una manna dal cielo per la nostra economia, pur non ottenendo gli effetti che avrebbe un’economia totalmente pianificata. Occorre analizzare attentamente l’obiettivo di questa futura svolta keynesiana. Nel già citato articolo si propone che lo Stato intervenga nella tecnologia e nell’innovazione e non con “dighe e ponti” come era successo con il New Deal, progetto economico keynesiano a tutti gli effetti. In questo momento l’Italia intera, da Nord a Sud, avrebbe bisogno di infrastrutture e investimenti.


Infrastrutture


La manovra keynesiana dovrebbe innanzitutto potenziare le infrastrutture. Partendo da nuovi investimenti nel Servizio Sanitario Nazionale, falcidiato da anni e anni di privatizzazioni e tagli. Ma al Nord c’è proprio bisogno di ponti. I crolli si succedono uno dietro l’altro. L’intera rete autostradale avrebbe bisogno di una manutenzione in profondità che impiegherebbe molta manodopera. Ci sarebbe poi da sistemare il dissesto idrogeologico, indegno di un paese del primo mondo. Specialmente in Liguria dove il problema sta diventando di proporzioni bibliche. A Venezia deve intervenire lo Stato per mettere fine alla vergogna del MOSE e trovare finalmente una soluzione per salvaguardare una città che è un vero gioiello. Nel Sud e nelle isole le carenze infrastrutturali sono importante. Servono nuove strade, nuovi collegamenti e soprattutto nuove ferrovie. Sarebbe inutile investire una quantità mostruosa di denaro nell’innovazione per creare cattedrali nel deserto. Al Sud ci sono varie eccellenze. Devono essere collegate, consolidate e diffuse sul territorio. Per farlo ci vogliono strade e ferrovie. Per anni ci è stata venduta l’immagine di uno Stato inefficiente, corrotto. Il privato era la panacea di tutti i mali. La pandemia ci ha fatto chiaramente capire che non è così. Lo Stato deve tornare a costruire per tornare a crescere.


Investimenti


Gli investimenti saranno necessari al Nord per sostenere la spina dorsale del Paese. L’Italia è spesso indicata come il “paese delle eccellenze”. Questa è una parziale verità. Il tessuto economico è principalmente composto da piccole e medie imprese. Se non si vuole favorire il dissolvimento del tessuto sociale, con conseguenze imprevedibili, e la catastrofe economica si dovrà intervenire in favore di queste imprese. Sussidi e agevolazione, puntando anche sul mercato interno per sostenere la domanda. L’occasione deve essere sfruttata anche per mettere fine alla svalutazione dei salari che sta devastando il mercato del lavoro italiano. Basta puntare sul precariato e sui contratti a termine. Si deve intervenire per controllare il mercato e favorire il benessere dei lavoratori. Al Sud la quantità di investimenti deve essere enorme. Il compito è difficile perché è una problematica che è presente dal 1861 e che né Giolitti né la Cassa del Mezzogiorno hanno risolto pur avendo fatto passi avanti. La politica degli investimenti è corretta, il problema è che lo Stato deve intervenire per controllare come vengono destinati. In regioni come la Sicilia arrivano molti fondi che vengono sperperati. Ci vuole un’autorità centrale per monitorare la situazione. Gli investimenti al Sud devono avere tre direttrici: istruzione, industria e turismo. Istruzione per non costringere i giovani del Sud ad emigrare. Un fatto che penalizza tutta l’Italia e impoverisce una regione già in affanno. Industria per creare poli produttori e abbattere la disoccupazione, soprattutto quella giovanile che è al 50%. Turismo perché sono regioni splendide, da curare e valorizzare. E infine serve una decisa azione contro l’infamante mercato del lavoro nel campo dell’agricoltura. Dove regna lo sfruttamento se non lo schiavismo vero e proprio. Una condizione indegna di un paese civile che deve impegnarsi a fondo per risolverla. Per portare a termine questo immane compito serve una Stato forte e presente.


Seguendo i vincoli europei è molto difficile dare inizio a una manovra di tipo keynesiano. Per questo dobbiamo lottare e fare in modo che questa tragedia si trasformi in un’occasione di rinascita. L’Italia si stava trascinando apaticamente verso un destino più povero e meno felice. Questo drammatico momento della nostra Storia deve essere usato per il rilancio. Possiamo farcela ma bisogna essere coraggiosi.

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