La rabbia esplode in Francia: Macron raccoglie i frutti delle sue politiche
Le immagini delle città francesi devastate il 17 ottobre sono impressionanti: municipi danneggiati, edifici pubblici assaltati, scontri con la polizia e saccheggi. Ma fermarsi alla condanna delle violenze, senza interrogarsi sulle cause profonde della crisi, significa limitarsi alla superficie di un problema che investe ormai l'intero sistema politico francese. Il caos che attraversa la Francia non nasce dal nulla. È il sintomo di una società lacerata da anni di politiche neoliberiste, austerità, precarizzazione del lavoro e progressivo smantellamento delle tutele sociali. Un modello che ha concentrato ricchezza e opportunità, scaricando sulle classi popolari il costo delle proprie contraddizioni, mentre il potere politico si è mostrato sempre più distante dai bisogni reali della popolazione, come confermato dalle politiche guerrafondaie nei confronti della Russia che colpiscono i popoli europei. Emmanuel Macron incarna questa deriva.
Presentatosi come il volto della modernizzazione, ha portato avanti un'agenda economica favorevole agli interessi del capitale, indebolendo le protezioni sociali e trattando il dissenso come un problema di ordine pubblico. Dalle mobilitazioni dei gilet gialli alle proteste contro la riforma delle pensioni, la risposta del suo governo ha mostrato ripetutamente i limiti di un sistema incapace di ricostruire il consenso attraverso il confronto sociale. Quando le tensioni esplodono nelle periferie e nelle strade, il potere si rifugia nella retorica dell'autorità, invoca il ripristino dell'ordine e promette misure di sicurezza. Ma l'ordine pubblico non può diventare il paravento dietro cui nascondere il fallimento delle politiche economiche e sociali. Né la repressione può sostituire una strategia capace di affrontare le disuguaglianze, l'esclusione e l'assenza di prospettive che alimentano la rabbia. Questo non significa giustificare devastazioni, saccheggi o aggressioni.
Significa, piuttosto, rifiutare l'ipocrisia di chi condanna le conseguenze ignorando le responsabilità politiche che hanno contribuito a creare il terreno sul quale prospera il conflitto sociale. Difendere le istituzioni democratiche richiede anche di restituire loro credibilità, renderle davvero tali garantendo diritti, servizi pubblici e dignità a chi si sente abbandonato. Il governo Macron, invece, è intrappolato nelle contraddizioni del proprio modello. Da una parte, rivendica la necessità di uno Stato forte quando si tratta di reprimere il dissenso o procedere al riarmo; dall'altra, persegue una visione economica che riduce il ruolo dello Stato nella protezione sociale e subordina le politiche pubbliche alle esigenze del mercato. La crisi francese è dunque anche una crisi del neoliberismo europeo: un sistema che promette prosperità, ma produce insicurezza; celebra la libertà economica, ma restringe gli spazi di partecipazione popolare; invoca la responsabilità individuale, mentre sottrae a intere fasce della società gli strumenti per costruire il proprio futuro.
Macron può tentare di guadagnare tempo e presentare la questione come una semplice emergenza di sicurezza. Ma le contraddizioni che attraversano la Francia non scompariranno con qualche dichiarazione solenne o con un rafforzamento dell'apparato repressivo. Finché le istituzioni continueranno a difendere un modello economico che sacrifica la coesione sociale sull'altare del mercato, il malessere resterà. La vera emergenza francese non è soltanto il disordine nelle strade: è un sistema politico ed economico che ha progressivamente eroso le proprie basi sociali. E nessuna operazione di polizia potrà risolvere una crisi che nasce dall’avidità delle classi dominanti.


