La proposta di pace della Repubblica popolare di Cina: una sintesi essenziale

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La proposta di pace della Repubblica popolare di Cina: una sintesi essenziale

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di Alberto Bradanini - La Fionda

Sin dall’inizio del conflitto ucraino, l’Occidente ha brillato soprattutto per il vuoto totale di qualsivoglia proposta di pace, poiché il paese che ne ha pianificato da anni l’origine non ha interesse che finisca, essendo quello che ne trae i benefici maggiori: la Nato a guida Usa ha ripreso vita, l’Europa diventa sempre più colonia americana, i costruttori di armi statunitensi riempiono ancor più le loro tasche già piene, i venditori di gas USA quintuplicano i loro introiti vendendolo ai babbei europei, la Russia s’indebolisce (a loro falso avviso) e dietro di lei la Cina. E beninteso crescono i rischi di escalation, persino nucleari, che un irresponsabile ceto politico europeo (e italiano)  sembra ignorare.

In tale quadro insieme confuso, manipolato e assai preoccupante, s’inserisce ora il piano di pace cinese, che il capo della diplomazia di Pechino, Wang Yi, ha presentato a Mosca, incontrando Lavrov e Putin.

La soluzione cinese, tra le tante e scontate cose, prevede la fine delle sanzioni Usa (segnale concreto che è stata “concordata” con Putin) e dovrebbe convenire anche agli europei, se – avvitati in una spirale di umiliante sudditanza psico-politica nei riguardi dell’alleato padrone – ne avessero almeno un’ombra di consapevolezza.

Wang Yi deve aver sondato anche i governi di Germania, Francia e Italia nel suo tour dei giorni scorsi, i quali però consapevoli di contare un po’ meno del classico due di coppe, si sono probabilmente limitati ad ascoltare (e poi riferire allo Zio Sam).

Nella sostanza la proposta cinese sembra suggerire una (già testata) soluzione alla “coreana”, con caratteristiche cinesi dunque, un po’ sconclusionata nella forma, ma efficace nella sostanza.

Le parti smetterebbero di spararsi a vicenda e subito dopo comincerebbero i negoziati. Questi potrebbero durare qualche settimana o mese e portare a un trattato di pace, oppure protrarsi per anni, senza che si giunga a una pace formale, come nel caso coreano. Nel frattempo ciascuna parte continuerebbe a controllare i territori che occupa attualmente. Tutto non sarebbe risolto, ma perlomeno non vi sarebbero più bombe, morti e distruzioni ne’ da una parte ne’ dall’altra, e si comincerebbe a parlare di ricostruzione e ritorno delle popolazioni.

In futuro, quando le condizioni politiche consentissero, si farebbero dei passi in avanti, eventualmente ma non necessariamente fino a un vero e proprio trattato di pace. Ancora una volta “modello Corea”.

Dietro la proposta cinese, c’è anche, beninteso, l’interesse strategico della Cina, stato “sviluppista”, a cui i conflitti portano danni perché colpiscono il commercio, veicolo cruciale della sua crescita economica. In questa fase storica la Cina è una nazione di pace, mentre gli Stati Uniti sono la nazione “di guerra” (da quando esistono – come ricordato da Jimmy Carter prima che entrasse in coma – sono rimasti in uno status di pace solo 16 anni su 250).

Un secondo interesse della Repubblica Popolare è quello di presentarsi al mondo quale grande potenza pacificatrice, al contrario degli Stati Uniti d’America, da decenni ormai superpotenza portatrice di guerre.

I governi europei (e quello italiano) avrebbero interesse a non far cadere la proposta cinese, accogliendola, studiandola e facendola avanzare. Essi resteranno invece silenti, in attesa di ricevere gli ordini di scuderia del padrone delle ferriere. Nel frattempo, in Ucraina si continuerà a morire.

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