La postdemocrazia

La postdemocrazia

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di Michele Blanco*

Viviamo nell’epoca della “postde- mocrazia”, un sistema politico che, pur essendo regolato da istituzioni e norme formalmente democratiche, viene in effetti governato e pilotato da grandi lobby (come società multinazionali o transnazionali) e influenzato fortemente dai mass media, o meglio da chi ne è effettivamente proprietario o ne detiene il controllo. Quindi la reale applicazione delle regole democratiche nella prassi politica, sociale ed economica viene in realtà progressivamente svuotata, in primo luogo, dalla reale partecipazione democratica dei cittadini, che negli ultimi anni è, sempre più, diminuita.

Secondo gli studiosi le democrazie occidentali tradizionali rischiano di perdere le caratteristiche della democrazia rappresentativa e costituzionale a favore di nuove forme di esercizio del potere, prevalentemente con caratteristiche elitarie e oligarchiche. Il termine è stato proposto nel 2003 dal sociologo e politologo Colin Crouch per presentare un’analisi sullo sviluppo delle democrazie all’inizio del terzo millennio, in Postdemocrazia, Laterza, 2003: la vita politica continua a svolgersi all’interno delle regole formalmente democratiche e pertanto non si tratta chiaramente di uno stato anti-democratico. Ma nella postdemocrazia descritta da Crouch, le occasioni di partecipazione effettiva e decisoria da parte dei cittadini vengono progressivamente ridotte a favore di altre forme decisionali. Acquistano sempre più un ruolo decisivo le burocrazie, i cosiddetti ‘tecnocrati’ – ne sono esempio i governi “tecnici”, in Italia a partire dal 1993 -, gli organi intergovernativi, le lobby d’interesse, le grandi imprese economiche e i media, in particolare le televisioni.

Formalmente le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici.

Chiaramente fautori di un’ideologia  neoliberale e liberista, questi forti centri di potere tentano, riuscendoci, di nascondere le differenze di classe, o farle apparire poco importanti, per legittimare i propri interessi a scapito della collettività e dei ceti sociali più deboli. Anche in molte nazioni in via di sviluppo, il mercato concentra la ricchezza nelle mani di poche persone, una esigua minoranza che detiene il potere economico. Tutto questo accade perché l’idea di capitalismo viene esportata nella versione ultraliberista, cioè senza nessuna forma di controllo politico e nessun beneficio sociale. La frustrazione e la disaffezione delle classi meno privilegiate vengono sfruttate così che, dopo anni di privatizzazioni e riduzione dello Stato Sociale, in primis dell’assistenza sanitaria gratuita, ne risulta la riduzione ulteriore dell’effettiva partecipazione politica dei cittadini: alle elezioni partecipano sempre meno cittadini. Abbiamo la diretta conseguenza che gli elettori si allontanano dalla politica, il processo elettorale democratico si avvicina, sempre più “a una campagna di marketing basata abbastanza apertamente sulle tecniche di manipolazione usate per vendere prodotti”.

Le rappresentazioni della politica nel tempo postdemocratico pervadono l’ immaginario dell’elettore occidentale sempre più in balìa dei sondaggi d’opinione, che talvolta manipolati influenzano il voto molto più di quando sia immaginabile: innumerevoli talk show politici e l’eccesso di informazione, spesso manipolata, che comporta la divisione dell’informazione ufficiale dalla contro-informazione; tentativi di ricostruire un’immagine della realtà che vada a combaciare con la fazione di appartenenza, senza mai cercare di essere corrispondente ai fatti reali.

Le appartenenze in una realtà come quella odierna, sempre più frammentata, disorganica e molto fluida, risultano facilmente manipolabili dai media che offrono una lente d’ ingrandimento interpretativa concentrata su particolari legati ad esperienze e fenomeni contingenti su cui organizzare le correnti d’opinione in cui verrà diviso il pubblico. Un pubblico ormai di consumatori, non critico, che, in una realtà composta solo da immagini istantanee, fatica a star dietro a questo turbinio scomposto e vive solo rincorrendo le notizie o l’immagine più “performativa” da esibire sui social network indipendentemente dalla qualità contenutistica, anzi rincorrendo le notizie più semplici, di più facile accesso.

La postdemocrazia non è solamente una liberaldemocrazia che presenta all’elettore/ consumatore scelte costruite e preconfezionate, pacchetti commerciali di soddisfazione di esigenze minimali; è anche superamento della discussione democratica nel senso autentico in favore di surrogati virtuali in cui tutto viene semplificato da slogan di facile e ripetitiva comprensione con un “opi- nionismo” invece di opinioni formate dal confronto reale. Decine di studi hanno provato a misurare l’effetto delle nuove modalità della comunicazione sul dibattito pubblico contemporaneo mettendo in evidenza e concentrandosi su tre fenomeni che hanno suscitato l’indignazione e i timori degli osservatori.

Il primo fattore è l’inciviltà, ovvero l’irruzione dell’insulto, della rissa, della volgarità nella discussione politica. Il secondo è la disinformazione, con l’impressionante moltiplicazione delle fake news e lo slittamento verso la post-verità. Il terzo è la polarizzazione generata dalle bolle informative e dalle camere dell’eco, determinata sia dalla nostra propensione a dare credito a notizie che rafforzano le nostre convinzioni, sia dagli algoritmi “omo- filici” dei social network e dei nuovi media “personalizzati” con la nascita di un’opinione pubblica guidata dai siti web e dagli inserzionisti.

È interessante notare che i soggetti che cavalcano questa deriva “operano in un mix tra motivazioni ideologiche, fini economici e dinamiche di intrattenimento, traendo soddisfazione dalla manipolazione del sistema ufficiale dei media”, contribuendo a “diffondere un clima di cinismo nel dibattito pubblico”. Si tratta di una vera e propria involuzione delle discussioni politiche che sono da sempre cruciali per valutare lo stato del dibattito pubblico, senza il quale “è impossibile immaginare una [vera e reale] democrazia”. Il dibattito pubblico sta vivendo una inquietante involuzione, anche a causa delle trasformazioni determinate dalla diffusione del web e delle piattaforme social, con il declino dei media tradizionali (giornali, radio, tv). Nell’epoca post-broadcast, siamo passati dalla “democrazia del pubblico” alla “democrazia dei pubblici”.  

La realtà politica rispecchia il continuo degrado della comunicazione, soprattutto dopo l’introduzione e il grande successo di spettatori della televisione privata controllata solo da interessi commerciali e concentrata nella proprietà di pochissime persone. Come esempi per questa concentrazione di potere Crouch indica i magnati Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi. Tra gli esempi prodromici più importanti di partiti con importanti caratteristiche postdemocratiche sono per Crouch, in Europa, il movimento di Pim Fortuyn nei Paesi Bassi e Forza Italia. Secondo l’analisi di Crouch, “Silvio Berlusconi ha organizzato l’ intera campagna elettorale del centrodestra alle elezioni politiche attorno al suo personaggio, disseminando ovunque sue gigantografie opportunamente ringiovanite, in forte contrasto con lo stile assai più partitocentrico che l’ Italia aveva adottato”.

Ma oggi bisogna considerare che se nel recente passato a minacciare la tenuta democratica era l’abbondanza comunicativa unidirezionale portata dalla televisione, oggi la stessa minaccia è stata individuata nel web e nelle piattaforme. La disponibilità di una comunicazione personalizzata e frammentata è stata vista come un fattore in grado di alterare le precondizioni della democrazia, poiché farebbe venire meno l’esposizione a contenuti informativi non preventivamente selezionati e quindi la condivisione di un certo numero di esperienze comuni tra i cittadini, utili a creare il senso di appartenenza alla stessa comunità.

Emergono, sempre più, ipotesi pessimistiche circa il nesso tra personalizzazione, frammentazione comunicativa e polarizzazione politica che caratterizzano la nostra democrazia attuale. Il vero rischio al quale l’intero mondo sembra andare incontro è quello di un “imbarbarimen- to” dei rapporti umani: la crisi della democrazia, la globalizzazione economica e finanziaria senza controlli, l’affermarsi dell’antipolitica e, più in generale, il nuovo, non del tutto chiaro nelle sue effettive applicazioni, assetto istituzionale imposto dalla società postindustriale e post-moderna con la sempre più acuta crisi dello stato sociale. Con il risultato di rendere i cittadini del mondo d’oggi più insicuri e diffidenti.

*pubblicato su “la Fonte, periodico dei terremotati o di resistenza umana”, dicembre 2023,
ANNO 20, n. 11, pp. 18-19.

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