La nuova crisi umanitaria in Sudan (nel disinteresse generale)

La nuova crisi umanitaria in Sudan (nel disinteresse generale)

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di Paolo Arigotti

 

Una storia fatta di divisioni e conflittualità

Il Sudan è uno stato africano indipendente dal 1956, quando si concluse la dominazione anglo-egiziana: è il terzo paese del continente nero per estensione, e conta circa 45 milioni di abitanti. Al pari di molte nazioni africane, la sua storia è stata molto travagliata, tra conflittualità interne di matrice culturale, religiosa ed economica. Non possiamo ripercorrerle qui, ma ricordiamo che per lungo tempo vi è stata una forte contrapposizione tra nord e sud del paese[1], essenzialmente dovuta al fatto che le città del nord, storicamente dominate dalla élite araba e musulmana (ricordiamo che il Sudan è membro della Lega araba) avevano avuto una vita separata rispetto alle province meridionali, non arabizzate e già sottoposte a un’amministrazione separata durante la dominazione britannica.  

Il regime di Bashir e l’isolamento internazionale.

A partire dal 1989, il Sudan (allora stato unitario) fu governato con pugno di ferro dal regime autoritario e islamista (chiamato "Al-Ingaz", cioè Salvezza) del generale Omar al-Bashir, contro il quale si schierò il Movimento di liberazione del popolo sudanese, guidato dal colonnello John Garang, che si batteva per la secessione del sud; il movimento separatista – appoggiato dagli USA - fu duramente contrastato dal dittatore Bashir, che tramite una serie di efferatezze finì per provocare una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi decenni. Il regime fu spesso accusato di fiancheggiare diverse organizzazioni islamiste radicali – come al-Qaida di Osama Bin Laden, i gruppi islamisti in Algeria, Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina – il che determinò negli anni Novanta del secolo scorso l’isolamento del paese e il varo di importanti sanzioni. Le tensioni culminarono nel 1998, con l’attacco missilistico statunitense contro una fabbrica nei pressi della capitale Khartoum, sospettata di produrre armi chimiche. Ancora nel 2004 l’allora segretario di stato statunitense, Colin Powell, denunziò al Senato il genocidio in corso nel Darfur – una delle nove province storiche del paese, situata nella parte occidentale, nel deserto del Sahara - perpetrato dalle bande appoggiate dal governo sudanese (chiamate significativamente Janjaweed, “cavalieri del diavolo”), poi in buona parte confluite nelle RSF.


Bashir condannato dalla Corte penale internazionale.

Per i crimini contro l’umanità e di guerra consumati durante il lungo conflitto (specie nel Darfur) che dilaniò il paese, la Corte penale internazionale emise una sentenza di condanna contro Bashir e altri membri del suo governo, ma la stessa non è mai stata eseguita grazie al sostegno di diversi stati africani e di quello cinese, coi quali Karthoum aveva stretto importanti legami dopo l’isolamento decretato dall’Occidente; forse una dimostrazione ulteriore della scarsa efficacia delle pronunce delle assisi internazionali, tanto è vero che nel 2015 il presidente sudanese poté tranquillamente prendere parte in Sudafrica al summit delle nazioni del continente nero[2].


Un miglioramento nelle relazioni con gli USA dopo l’11 settembre?

Un parziale miglioramento dei rapporti con Washington si verificò all’indomani dell’11 settembre, vista la collaborazione offerta dal Sudan contro il terrorismo, il che non ha impedito il rinnovo delle sanzioni ancora nel 2013; nel 2022 il Sudan ha aderito agli accordi di Abramo, riconoscendo lo stato di Israele.


La fine del conflitto e la nascita del Sud Sudan.

Il conflitto tra le due parti del paese si è concluso con gli accordi di pace del 2005, che hanno condotto al referendum per l’indipendenza del gennaio 2011, che decretò alla nascita del Sud Sudan (con capitale Juba), prontamente riconosciuto dal governo di Karthoum. Nonostante ciò, permangono diverse zone contese, tra le quali lo stesso Darfur, il Sud Kordofan e il Blue Nile, alle quali si aggiunge la regione di Abyei (ricca di giacimenti petroliferi), dando luogo a numerosi scontri tra le forze dei due Sudan. La secessione del Sud Sudan ha rappresentato una sorta di frattura storica rispetto alla tradizione dell’intangibilità dei confini di derivazione coloniale, che fino a quel momento aveva caratterizzato la formazione degli stati frutto del processo di decolonizzazione. La secessione ha avuto importanti riflessi sul fronte interno, visto che le maggiori riserve di petrolio (circa i ¾) si trovano proprio nel sud, provocando il peggioramento delle condizioni di vita e alimentando le proteste popolari contro il regime. Bashir ha invano tentato di recuperare risorse economiche facendo leva sui condotti che si trovano sul proprio territorio, visto che il sud Sudan non ha sbocchi al mare.


Gli accordi con la Russia.

Nel 2018 il governo Bashir ha firmato un accordo con il gruppo paramilitare russo Wagner e per lo sfruttamento della miniera d’oro di Meroe[3], mentre nel 2019 è stato siglato un’intesa, resa pubblica nel 2021, che prevedeva la creazione di una base navale di Mosca nello strategico sito di Port Sudan[4], oltre che di alcuni distretti commerciali. La sua realizzazione, mai portata a termine, è stata avvertita come una minaccia per gli interessi occidentali circa il traffico commerciale nel Mar Rosso, ma avrebbe reso permanente la presenza militare di Mosca, il che associato alla base di Tartus, in Siria, avrebbe ampliato notevolmente l’influenza dei russi in diverse parti del mondo.


La grave crisi economica e la caduta di Bashir.

La spinta inflattiva, la crisi economica e la contrazione dei sussidi ha causato, tra il 2018 e il 2019, una nuova ondata di sommosse popolari [5], sfociata nelle dimissioni del dittatore Bashir del 11 aprile 2019[6]. La caduta del regime consentì una serie di riforme, come la messa fuori legge delle mutilazioni genitali femminili (come l’infibulazione) o l’abolizione della pena di morte per omosessualità e apostasia, ma non determinò la tanto auspicata transizione democratica. Nel 2021, difatti, ci fu un nuovo colpo di stato, che defenestrò il premier in carica Abdollah Hamdok, considerato dai più filoccidentale; dietro al golpe si è ipotizzato ci potesse essere lo stesso Bashir, ma quel che è certo è che col nuovo pronunciamento fu messa la parola fine al processo di “transizione democratica”, avviato dopo la deposizione del vecchio dittatore sotto gli auspici dell’Occidente.


I nuovi equilibri di potere

Per effetto del golpe il potere è passato nelle mani del generale al-Burhan, divenuto capo del cosiddetto Consiglio sovrano (di fatto il nuovo capo dello stato), alleato per l’occasione Mohammed Dagalo, noto col soprannome di Hemedti (letteralmente “piccolo Mohamed”), comandante della Forza di Supporto Rapido (RSF), una sorta di milizia privata creata negli ultimi anni da Bashir per difendere il suo regime e composta di molti di coloro che presero parte agli eccidi nel Darfur; va detto che entrambi gli ufficiali avevano servito a lungo sotto il regime di Bashir. Degalo è divenuto il numero due del nuovo assetto, ma l’alleanza tra lui e al-Burhan è durata poco. Per ottenere nuovi aiuti internazionali questo ultimo si era impegnato a restituire il potere a un’amministrazione civile, e tra le condizioni previste c’era la confluenza delle RSF all’interno dell’esercito regolare, progetto che ha visto l’opposizione di Degalo, timoroso di perdere il suo potere, specie se dalle forze armate non fossero state estromesse le componenti a lui maggiormente invise (i cosiddetti islamisti).

Il golpe di aprile 2023.

Gli scontri sempre più accesi tra i due ex alleati hanno condotto ai fatti di questi giorni. Nell’aprile del 2023 un nuovo golpe militare, guidato da Dagalo, ha portato quest’ultimo a insediarsi alla guida del governo; il dittatore deposto Bashir sarebbe stato trasferito in un ospedale militare, fatto che non farebbe escludere l’esistenza di un progetto per reinstaurare il regime defenestrato nel 2019 [7]. I golpisti vengono contrastati dalle forze regolari (SAF), fedeli ad al-Burhan.

Le reazioni internazionali al colpo di stato.

L’interesse di numerosi paesi per il Sudan, dovuto alla sua posizione strategica quale crocevia tra Africa e Medio Oriente, senza contare l’affaccio sul canale di Suez, le miniere d’oro e il petrolio, è cosa nota. Gli occidentali hanno subito condannato il golpe, affrettandosi ad evacuare i propri cittadini da un paese in subbuglio[8]; il timore è che gli scontri in atto possano scatenare una nuova e devastante guerra civile. Alcuni osservatori hanno visto nel golpe solo una lotta personale per il potere tra Al-Burhan e Dagalo[9], ma più che un contrasto tra i due ufficiali è plausibile che la situazione investa i due centri di potere che sinora hanno controllato il paese[10]. Parlare, difatti, di una guerra civile non sarebbe del tutto appropriato, visto che il conflitto investe le due fazioni, ma è privo di qualunque reale seguito da parte della popolazione, che sostanzialmente la interpreta per quella che è: una lotta di potere tra due generali corrotti e con obiettivi di potere egoistici. Scrive sul suo blog l’analista indipendente Roberto Iannuzzi[11]: “In realtà, sia le FAS che le FSR desiderano conservare il potere il più a lungo possibile per preservare gli interessi derivanti dalle loro attività economiche, e per assicurarsi di non dover rispondere dei crimini da entrambe commessi contro il popolo sudanese negli anni passati.” Lette in questi termini, le tensioni tra le due parti si tradurrebbero eminentemente in un conflitto per garantirsi potere e impunità[12].


Una crisi devastante.

La crisi è allo stesso tempo politica ed economica, visto che la grave recessione ultradecennale ha compromesso non solo i conti pubblici, ma lo stesso tenore della vita della popolazione, alle prese con ben altre preoccupazioni rispetto a quelle che hanno mosso i due generali rivali. Appaiono molto lontani i giorni nei quali il Sudan era divenuto uno dei principali produttori di petrolio dell'Africa, pompando quasi 500.000 barili al giorno (2008), grazie anche alla partnership stretta con imprese cinesi, indiane e malesi[13]. L’afflusso consistente di petroldollari, poi in buona parte compromesso dalla secessione del sud (titolare, ricordiamolo, delle maggiori riserve), aveva dato vita a una fase di moderato sviluppo, col varo di importanti progetti infrastrutturali (come le dighe), finendo però per arricchire solo ristrettissime élite, le stesse che oggi lottano per il potere. La crisi economica e inflattiva, iniziata alla fine degli anni Dieci, è stata aggravata dalla pandemia e dal conflitto russo ucraino, che ha fatto salire alle stelle i prezzi di carburanti, cibo e fertilizzanti, con aumenti stimati in misura superiore al 400 per cento, mettendo a rischio gran parte della produzione agricola[14].


Una lotta di potere estranea al popolo sudanese.

Insomma, nel bel mezzo di una pesantissima crisi energetica e alimentare, SAF e RSF non trovano di meglio che lottare per il potere, senza curarsi minimamente delle ripercussioni sui civili o del pericolo che nuovi conflitti interni possano provocare nuove frammentazioni politiche, sulla falsariga di quanto avvenuto in Iraq o in Yemen. Difficile al momento esprimersi sull’evoluzione della situazione politica e militare, ma di sicuro continuando di questo passo la crisi umanitaria è destinata a peggiorare ulteriormente, col rischio oltretutto di una estensione del conflitto ai paesi limitrofi del corno d’Africa, accompagnata da una nuova crisi dei profughi[15] [16]. Non dimentichiamo che parliamo di una delle regioni più povere del pianeta, che di tutto ha bisogno, fuorché di una nuova guerra; nel frattempo, anche la breve tregua siglata in occasione del Ramadan non sembra destinata a durare[17]. Come ricorda Lucia Ragazzi (Programma Africa dell’ISPI)[18], il Sudan è il “terzo paese africano per dimensione, confinante con sette paesi a loro volta segnati da sfide securitarie e climatiche, al limite tra Nordafrica, Sahel, Mar Rosso, e Grandi Laghi, un vortice di instabilità prolungata in Sudan sarà destinato a riverberare al di fuori dei suoi confini.”


I tentativi, più o meno interessati, di mediazione.

I tentativi di mediazione non sono mancati. La proposta di una missione di pace a Khartoum dei presidenti di Kenya, Gibuti, e Sud Sudan è stata respinta per motivi di sicurezza, mentre Cina e Russia hanno espresso la loro preoccupazione. A farsi avanti in veste di mediatore, tra gli altri, il presidente turco Erdogan, che in passato aveva manifestato interesse per una concessione nel porto sudanese di Suakin[19]. L’Egitto e la UE, per quello che può contare questa ultima, continuano a riconoscere il governo legittimo, pur auspicando una pacificazione che passi per un accordo tra le due fazioni. L’Egitto ha anche l’ulteriore preoccupazione dei migranti[20], visto che il Sudan resta uno dei principali punti di partenza dei flussi provenienti dall’Africa Subsahariana, che poi arrivano in Libia per imbarcarsi alla volta dell’Europa: è fin troppo chiaro che una spirale di violenza potrebbe avere delle ripercussioni, tenuto conto che già oggi Il Cairo ospita nel suo territorio milioni di sudanesi. Gli Stati Uniti per parte loro appoggiano al-Burhan, più che altro perché considerano Dagalo troppo vicino a Mosca. I paesi del Golfo, che mirano a inserire il Sudan all’interno della loro sfera d’influenza sul Mar Rosso, cercano di mantenere una posizione equidistante, come la Cina, primo partner commerciale del Sudan e potenzialmente interessata a farne un nuovo hub per la via della seta[21] [22].


Un laboratorio a Karthoum?

E poi c’è un nuovo e preoccupante capitolo del quale è giunta notizia in questi giorni. Fonti della Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), riferiscono che alcuni miliziani – non si sa di quale parte – avrebbero occupato un edificio della capitale Khartoum dove sarebbero conservati agenti patogeni potenzialmente letali come morbillo, poliomielite e colera, mandando via il personale tecnico e asserragliandosi all’interno, col timore che si possa fare ricorso all’arma chimica e al bioterrorismo[23].


Conclusioni.

Arrivando alla fine della nostra analisi, parlando per il momento attuale, possiamo dire che gli occidentali (e non solo loro) sembrano – come al solito - ricordarsi dell’Africa solo di fronte alle tragedie, per il resto continuando a percepire il continente nero come una realtà aliena e remota, tranne quando si tratta di accaparrarsi le sue risorse; ma la verità è che, più in termini generali, sono tutti gli attori internazionali ad apparire assai più preoccupati dei propri interessi, che del destino del Sudan o del suo popolo. In tutto questo le popolazioni locali si trasformano, per l’ennesima volta, nella vittima di contese di potere tra élite ristrette[24], ma per il resto del mondo tutto questo conta poco, o nulla[25]. In altri termini, chissenefrega dell’Africa e degli africani!

 

FONTI

 

www.treccani.it/enciclopedia/sudan_%28Atlante-Geopolitico%29/

www.africarivista.it/sud-sudan-una-crisi-senza-fine/215994/

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[1] www.treccani.it/enciclopedia/sudan_%28Atlante-Geopolitico%29/

[2] daily.jstor.org/sudans-revolution-and-the-geopolitics-of-human-rights/

[3] www.geopolitica.info/sudan-corno-d-africa/

[4] www.difesaonline.it/geopolitica/analisi/sudan-o-la-tempesta-perfetta; www.analisidifesa.it/2021/06/torna-a-concretizzarsi-lipotesi-della-base-navale-russa-in-sudan/

[5] foreignpolicy.com/2019/05/02/a-people-power-bid-to-defy-history-in-sudan/; www.nytimes.com/2022/02/07/world/africa/sudan-protest-movement.html; www.geopoliticalmonitor.com/the-geopolitics-of-the-sudan-coup/

[6] www.ilfattoquotidiano.it/2019/04/11/sudan-colpo-di-stato-dellesercito-veicoli-militari-nel-palazzo-presidenziale-media-il-presidente-bashir-si-e-dimesso/5102377/

[7] www.ilriformista.it/guerra-civile-in-sudan-fuori-dal-carcere-lex-dittatore-al-bashir-accusato-di-genocidio-si-trova-in-un-ospedale-militare-354079/

[8] www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2023/04/25/sudan-iniziata-levacuazione-dei-cittadini-britannici_57c99c2d-5e2c-474b-b8df-87a3ccc81fcf.html; www.notiziegeopolitiche.net/il-sudan-verso-la-guerra-civile-evacuati-italiani-e-occidentali/

[9] www.ft.com/content/b9b9c797-1648-4595-a486-ad701e6c6876?emailId=0c5062e9-3ca5-44f8-a94a-d96dea4629db&segmentId=13b7e341-ed02-2b53-e8c0-d9cb 59be8b3b

[10] www.energypolicy.columbia.edu/qa-the-political-economy-of-conflict-and-energy-in-sudan/

[11] robertoiannuzzi.substack.com/p/gli-scontri-armati-in-sudan-e-la

[12] www.remocontro.it/2023/04/17/sudan-sullorlo-della-guerra-civile-eterni-generali-golpisti-in-gara-su-imporre-e-depredare/

[13] www.hrw.org/reports/2003/sudan1103/sudanprint.pdf;  books.google.com/books?hl=en&lr=&id=VwB4IAV-7fkC&oi=fnd&pg=PP1&dq=sudan+china+malaysia+oil&ots=abBOJOLfk8&sig=CP_IpjQ04rfRvETfLSmIQtEwfHE#v=onepage&q=sudan%20china%20malesia %20olio&f=falso

[14] reliefweb.int/report/sudan/impact-increasing-fertilizer-prices-wheat-production-sudan-december-2022

[15] www.ispionline.it/it/mondo/africa-subsahariana/sudan

[16] www.aljazeera.com/gallery/2023/4/27/photos-sudanese-and-foreigners-escape-during-letup-in-fighting

[17] www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2023/04/28/sudan-anche-la-quinta-tregua-violata-stamane-da-nuovi-scontri_7e55f12e-4131-4566-b9b9-2cba7fb40a5c.html

[18] www.ispionline.it/it/pubblicazione/sudan-una-tregua-fragile-126834

[19] it.insideover.com/guerra/sudan-la-sfida-per-il-mar-rosso-ecco-le-basi-in-gioco.html

[20] www.lindipendente.online/2023/04/17/cosa-sta-succedendo-in-sudan/

[21] www.limesonline.com/sudan-scontri-militari-civili-al-burhan-hemetti/131874

[22] www.reportdifesa.it/sudan-un-conflitto-con-notevoli-implicazioni-geopolitiche-i-700-chilometri-di-costa-sul-mar-rosso-fanno-gola-a-russia-cina-usa-arabia-saudita-egitto-e-turchia/

[23] it.insideover.com/guerra/sudan-la-presa-del-laboratorio-che-spaventa-loms.html

[24] robertoiannuzzi.substack.com/p/gli-scontri-armati-in-sudan-e-la

[25] www.avvenire.it/mondo/pagine/sudan-escalation-scontri-armati-fra-paramilitari-e-esercito; www.limesonline.com/crisi-guerra-sudan-mar-rosso-medioceano/131945

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