La frontiera polveriera

Prove di potenza regionale per la Turchia di Erdogan. Ma un conflitto con la Siria resta ancora lontano

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Mercoledì 3 ottobre la Turchia ha risposto con proiettili di artiglieria ai colpi di mortaio che avevano raggiunto la città turca di confine, Akcakale, uccidendo cinque civili. I colpi di mortaio siriani e i bombardamenti turchi sono continuati nei giorni successivi e rappresentano la prima operazione militare di uno Stato estero in Siria dall’inizio della rivolta contro Bashar al - Assad. L’episodio è il più grave incidente dopo l’abbattimento di un Phantom F-4 turco da parte della contraerea siriana nel giugno scorso e ha determinato una nuova escalation di tensione tra i due Stati, generando timori di un conflitto più ampio. 
 
Un errore? Più che un’azione offensiva contro il territorio turco, il colpo di mortaio potrebbe essere un errore dell’Esercito siriano impegnato contro il Free Syrian Army per riprendere il valico di frontiera di Abyad Tal, sottratto alle truppe governative lo scorso settembre. Azione offensiva o errore accidentale, l’incidente di frontiera è la prova di come la crisi siriana rischi di compromettere la stabilità regionale. Anche se questo è lo scontro di confine più grave finora, altri incidenti si sono verificati sugli altri confini siriani. Tra questi, il bombardamento di aree del Libano, lo scontro a fuoco lungo il confine con la Giordania e i colpi di mortaio che hanno colpito il territorio israeliano, sulle alture del Golan.  
 
La reazione di Ankara. Il governo turco ha deciso di reagire con alcuni colpi d’artiglieria contro postazioni dell’Esercito siriano solo dopo che, più volte dall’inizio del conflitto siriano, l’Esercito di Assad ha colpito diversi obiettivi turchi. Gli episodi degli ultimi giorni non sono, infatti, i primi. Solo la settimana scorsa, la dirigenza turca aveva inviato una nota di protesta alle autorità di Damasco per i ripetuti razzi caduti sui terreni agricoli, che però non avevano causato vittime.
Mercoledì sera, a seguito di una riunione di emergenza a Bruxelles, i 28 membri della NATO hanno emesso una dichiarazione di condanna nei confronti di Assad per la "flagrante violazione del diritto internazionale" e hanno chiesto "l'immediata cessazione di tali atti aggressivi nei confronti di un alleato." Qualora tali atti dovessero ripetersi, la Turchia potrebbe invocare l'articolo 5 della Carta NATO, che  innescherebbe il meccanismo di difesa collettiva.
 
La reazione internazionale frenata dalla Russia. In una lettera alle Nazioni Unite, i vertici di Ankara hanno chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di "prendere le misure necessarie contro azioni offensive della Siria verso la Turchia”. Giovedì, nonostante le resistenze iniziali da parte della Russia, il Consiglio di Sicurezza ha condannato all’unanimità e "nei termini più forti" il bombardamento siriano della città turca. Nella sua dichiarazione, lo stesso Consiglio ha sottolineato come questo incidente evidenzi le gravi conseguenze della crisi in Siria sulla sicurezza dei suoi vicini e sulla pace e la stabilità regionale. Sempre nella giornata di giovedì, il Parlamento turco ha  approvato una mozione che autorizza operazioni militari all’estero, Siria compresa.
Le relazioni tra Turchia e Russia, normalizzatesi nel 2004 e suggellate dalla creazione del Consiglio di cooperazione strategica turco – siriano nel 2009, si sono deteriorate con l’inizio delle rivolte contro il regime alawita di Assad. Ankara è infatti passata da posizioni di aperto sostegno nei confronti di Assad al riconoscimento del Consiglio Nazionale Siriano, piattaforma politica che raccoglie le diverse correnti di opposizione ad Assad, ad essere la base logistica per le azioni del FSA. Sfidando l’impasse diplomatica e militare sulla situazione in Siria, il premier Erdogan ha più volte chiesto la creazione di una buffer zone nel nord della Siria, lungo il confine con la Turchia. Dopo gli incidenti di frontiera e l’abbattimento del caccia, l’Esercito turco ha ammassato carri armati  e truppe al confine e stabilito nuove regole di ingaggio.
 
Il pericolo interno maggiore: il PKK. La Turchia considera la crisi siriana una minaccia per la sua sicurezza interna non solo per le potenziali implicazioni militari, ma anche per le implicazioni politico – economico - sociali associate ai disordini siriani. Il commercio ne ha infatti risentito e il governo di Ankara si è trovato a dover affrontare la grave emergenza umanitaria dei profughi. Quello che però preoccupa maggiormente il governo turco è la minaccia rappresentata da una possibile infiltrazione dei miliziani curdi del PKK all’interno dei confini turchi. Episodi di tensione e violenza tra la minoranza curda e le Forze Armate turche sono in costante aumento. Con il crollo regime, la questione curda potrebbe ripercuotersi su tutta la regione. Se negli ani scorsi Assad aveva fatto in modo di contenere i curdi, oggi, dato il sostegno  di Erdogan alla causa dei ribelli,  Assad  potrebbe utilizzare il movimento curdo per destabilizzare la Turchia. Lo scenario potrebbe ulteriormente complicarsi se la componente curda in Turchia, che non ha mai voluto integrarsi pienamente con il resto del Paese, nutrendo aspirazioni di carattere autonomista, dovesse fare fronte comune con i curdi del nord dell’Iraq, quelli siriani, e persino quelli iraniani per coronare il sogno di uno Stato curdo.
 
L'opinione pubblica frena un conflitto. Da una posizione apertamente interventista, Ankara è ritornata su posizioni attendiste, facendo pressione sulla NATO e l’alleato statunitense anziché intervenire direttamente. Le possibilità che l’incidente evolva in guerra su ampia scala sembrano al momento improbabili. Innanzitutto perché un intervento armato innescherebbe reazioni diplomatico-militari da parte degli alleati di Damasco. A ciò si aggiunga che un conflitto armato è osteggiato da un’ampia maggioranza dell’opinione pubblica turca che teme, oltre ad un eventuale vuoto di potere ai suoi confini, la dimensione settaria che il conflitto siriano ha assunto e la presenza di elementi estremisti. Il sostegno dell’opinione pubblica è, ora più che mai, vitale per permettere ad Erdogan di competere alle elezioni presidenziali in programma nel 2014. A ciò si aggiunga la crisi economica che paralizza l’Unione Europea, l’anno elettorale statunitense e l’auspicio USA che sia la stessa opposizione siriana a compattarsi e deporre Assad senza ricorrere ad un intervento militare, i veti di Russia e Cina e il sostegno di Teheran al regime alleato di Assad.
 
Prove di potenza regionale? Il conflitto siriano rappresentava, infine, un banco di prova per le rinnovate ambizioni di potenza regionale nutrite da Ankara. Abbandonata di fatto la politica di “zero problemi con i vicini”, la Turchia è emersa fin da subito come potenza di riferimento nella ricerca di una soluzione al conflitto. Forte di una crescita economica costante e di un protagonismo politico-economico nei Paesi che hanno vissuto la Primavera Araba, Ankara avrebbe voluto approfittare dell’appannamento dell’influenza USA in Medio Oriente e dell’eventuale caduta di Assad, per allargare la propria sfera d’influenza regionale. 
 
 
 
 
 

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