"IO NO, CAPITANO!": caro consimile bianco europeo, l'Africa non ha bisogno di te

"IO NO, CAPITANO!": caro consimile bianco europeo, l'Africa non ha bisogno di te

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di Michelangelo Severgnini

 
Mentre sto scrivendo il Sahara scorre buio e sconfinato sotto la pancia dell'aereo che da Dakar mi sta riportando a Roma. 

Ora lo posso dire: a breve sarà pronto un nuovo documentario prodotto con il contributo di Byoblu (in onda nelle prossime settimane) che avrà per titolo lo stesso che campeggia sopra questo post.

Le condizioni si sono create nel momento in cui l'Associazione Sandalia Onlus ha deciso di invitarmi come ospite in uno dei loro viaggi in Senegal. Dato lo scempio provocato dal film di Garrone (le cui storie originano proprio a Dakar), ho pensato che fosse un dovere, oltre che un onore, fare questo lavoro. 

Scempio che, se qualcuno ancora non se ne fosse accorto, si sta compiendo sulla pelle dei nostri giovani studenti italiani, e sulle loro tenere coscienze, irrigimentati e costretti ormai da settimane a guardare "Io capitano" durante l'orario scolastico, come se fosse materiale di testo.

Al termine di questo viaggio non posso che ribadirlo ancora più forte: quel film è un plagio delle coscienze, è una montatura eurocentrica, insomma è una "cagata pazzesca".

E forse è qualcosa di ancora peggio.

In Senegal l'immigrazione irregolare è considerata una piaga, peggio delle cavallette.

Non da gente illuminata, non da filosofi del superfluo, no, innanzi tutto da quelle famiglie colpite dalla fuga di un loro giovane figlio.
E così quasi in ogni quartiere esiste almeno un'associazione che si batte contro la tratta, contro la migrazione irregolare. In almeno due modi: la sensibilizzazione dei ragazzini e la denuncia dei trafficanti senegalesi, il primo anello di quella catena di trasmissione che porta le vittime fino in Libia, oppure alle Canarie, oppure in Marocco.

Si battono per due motivi: perché è un rischio di morte, ma soprattutto perché è chiaro a tutti (ma forse ai ragazzini ancora no) che tutto questo non vale la pena, perché l'Europa non è quell'El Dorado che i trafficanti spacciano.

Pensatela come volete, ma non si tratta di credere alle mie parole o meno, si tratta di vedere i miei lavori o meno. Chi li ha visti lo sa e dopo questo credo che potremo mettere una pietra tombale sopra la discussione.

Chi li censura, chi li denigra, chi li minimizza, chi li accusa.

Fosse per qualcuno io avrei ormai manipolato e corrotto mezza Africa per far dire certe cose alle centinaia di Africani che attraverso i miei lavori da anni si esprimono!

Niente, quanto ci piace essere buoni, portare la salvezza, il verbo, la civiltà, i diritti umani. Non ci schiodiamo da questo ruolo. 

"Perché sennò diventiamo come Salvini e la Meloni". Siete diventati molto peggio: ipocriti sconnessi dal reale.

Cari Italiani, le vostre paranoie sono competenza degli psicoanalisti, arrendetevi: la realtà sarà oltre la vostra comprensione, ma rimane realtà. 

Ed è proprio da Dakar, punto di partenza della tratta della schiavitù verso le Americhe, che questo messaggio deve partire e deve spazzare via la propaganda schiavista di Garrone e dei suoi clienti fideizzati, ormai incapaci di sopravvivere senza la loro dose quotidiana di droga della felicità che li fa sentire tanto buoni e tanto umani.

In questi giorni hanno parlato migranti di ritorno (senegalesi cioè che una volta raggiunta la Libia o anche l'Europa sono tornati a casa pieni di sconforto e rabbia per quanto stupidi siano stati a fidarsi dei trafficanti), hanno parlato madri di ragazzi morti durante il tragitto, hanno parlato ragazzi che già hanno capito la truffa della migrazione irregolare e stanno fianco a fianco ai propri coetanei perché non cedano alla tentazione, hanno parlato attivisti che rischiano per denunciare i mafiosi senegalesi che adescano i ragazzini sui social mostrando loro mirabolanti salvataggi in mare.

Saranno poi questi stessi mafiosi a riscuotere il riscatto presso le famiglie disgraziate di quei ragazzini quando questi saranno messi sotto tortura in Libia, non per deterrenza, ma per squallido profitto sulla pelle di giovani esseri umani.

Sì, uso questa parola spesso, "ragazzini". Perché sono 5 anni che parlo con loro, con quelli che sono in Libia, ed è di loro e con loro che in

Senegal in questi giorni abbiamo parlato.

Abbiamo mostrato loro "L'Urlo" e le associazioni senegalesi anti-tratta mi hanno chiesto di poter proiettare il film anche in molte altre occasioni, per mostrar loro la realtà. 

Ma qui in Italia i più storcono il naso: "non sono d'accordo, il regista ha manipolato, si è inventato tutto".

Non dovete essere d'accordo, dovete ascoltare e in conseguenza riformulare le vostre credenze drogata da decenni di narrazioni fiabesche che oggi condannano decine di migliaia di ragazzini africani, persi nel mare o nel deserto, o in qualche prigione libica, oppure su qualche marciapiede italiano a farsi di crack.

Certo, ragazzini. Perché sono ragazzini, nient'altro che ragazzini.

Gli unici ormai a farsi adescare, minorenni incapaci di capire, di comprendere, di percepire l'inganno e il pericolo, come minorenne è il protagonista di "Io capitano".

Sono 3 le categorie di schiavisti di cui sempre in questi giorni abbiamo parlato.

Schiavisti sono i trafficanti africani che tradiscono la loro meglio gioventù. Sì, ma non sono solo loro. Schiavisti sono anche quei bianchi e soprattutto quei neri che dall'Europa fungono da specchietto per le allodole e ad esempio si prestano ad un film come "Io capitano", crumigranti servi dell'uomo bianco.

Queste persone, oltre al doversi sputare in faccia ogni volta che si guardano allo specchio, dovrebbero pagare per la sofferenza che causano, con delle leggi che la destra si guarda bene dallo scrivere (come si guarda bene dall'intervenire per bloccare i profili social dei trafficanti che in questi mesi ho denunciato in beata solitudine).

Perché senza Fratoianni, non ci sarebbe Salvini, senza la Boldrini non ci sarebbe la Meloni.

Il modello è il solito, il bianco armato di fucile e quello armato di crocifisso: il primo infierisce e il secondo benedice. Il colonialismo si è sempre fatto così.

L'unica cosa sensata e solidale che un rivoluzionario bianco potrebbe fare oggi per l'Africa è venire qui a prendere di peso gli altri bianchi e riportarseli a casa. Venire qui e dare la vita per lottare contro i suoi stessi consimili bianchi che ancora infestano l'Africa e popolano le sue capitali camminando a 20 centimetri da terra manco fossero degli dei, trovandosi mille pretesti per sostenere che loro fanno del bene all'Africa, portano sviluppo, stabilità, sostegno e quanto altro. 

No, caro consimile bianco europeo, l'Africa non ha bisogno di te. Ma ancora meno l'Africa ha bisogno di quegli africani che si sono sostituiti ai colonizzatori bianchi e ne occupano il ruolo con non meno ferocia. L'Africa ha solo bisogno che questi Africani siano lasciati soli di fronte alla vendetta di tutti gli altri che sono la maggioranza. Fatti questi conti, l'Africa sarà finalmente libera.
Libera e ribelle: io no, capitano!
 
(Nella foto, io che riluccico come un lampione nel mezzo della notte africana, a fianco a mio fratello Birane, lui semplicemente al suo posto).

Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto "Exodus" in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film "L'Urlo"

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