Il ritorno degli interventisti liberal

Come cambia la politica estera americana con le nomine di S. Rice e S. Power

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Il ritorno degli interventisti liberal

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di Fabio Resmini
Laureando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna

Mercoledì 5 giugno il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato le nomine di Susan Rice al National security adviser e di Samantha Power come nuovo ambasciatore presso le Nazioni Unite. I due funzionari sono noti sostenitori dell’approccio interventista, soprattutto in caso di crisi umanitarie e la scelta solleva quindi interrogativi sul significato politico di questo reshuffling, con un cambio di rotta possibile della politica americana in Siria e conseguenti ripercussioni sulle relazioni con Iran, Cina, e soprattutto Russia. 
 
Nuove nomine che fanno discutere. Samantha Power, nota soprattutto negli ambienti accademici e giornalistici per la sua copertura del genocidio in Ruanda, andrà a occupare il posto al Palazzo di Vetro lasciato vacante proprio dalla Rice, che, dal canto suo, entrerà a far parte del National Security Council a discapito di Tom Donilon.
Quest'ultimo, che dall'ottobre del 2010 ha giocato un ruolo fondamentale nel plasmare la linea di politica estera dell’amministrazione Obama, ha sempre assunto posizioni anti-interventiste. Agli inizi della sua carriera politica fu assistente del Segretario di Stato Christopher Warren, noto oppositore dell’intervento nei Balcani deciso durante i primi anni dell’amministrazione Clinton. All’interno del team di Obama, Donilon faceva parte del gruppo di “colombe,” assieme al presidente ed al vice-presidente Biden, che controbilanciava le tendenze più “falchiste” degli alti ufficiali del Pentagono e dell’ex-Segretario di Stato Hilary Clinton. Proprio a causa delle frequenti prese di posizione di Donilon contro la cerchia dei militari, Robert Gates, l'ex-Segretario alla Difesa che Obama aveva ereditato dall’amministrazione Bush, aveva definito la sua nomina a national security adviser un “disastro” per la totale mancanza di “credibilità presso le forze armate.”
Recentemente, Donilon si era schierato contro un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in Siria e si era distinto per i suoi sforzi diplomatici verso un miglioramento delle relazioni con Russia e Cina. E' stato il principale negoziatore dell'organizzazione del summit che si è tenuto in California lo scorso fine settimana tra Obama ed il neo presidente cinese Xi Jinping.
 
Verso una politica estera interventista? Al contrario, Rice e Power vengono comunemente definite come “liberali interventiste,” con un’enfasi particolare sulla protezione dei diritti umani. E’ proprio su queste basi che i due funzionari avevano apertamente sostenuto l’intervento in Libia di due anni fa, che portò alla caduta di Muammar Gheddafi ma fece regredire il paese alla condizione di stato fallito.
Susan Rice in particolare finì al centro della polemica sull’attacco all’ambasciata USA a Benghazi, uno scivolone che gli costò la candidatura a Segretario di Stato. Proprio alla luce di questo, la sua nomina a national security adviser assume una valenza politica ancora maggiore: Obama, avvalendosi del fatto che la decisione non deve essere confermata dal Senato, si prende piena responsabilità della scelta e dimostra così di non cedere ai suoi critici e di sostenere fino in fondo i suoi “fedelissimi.”
Mentre Samantha Power all'Onu avrà comunque poca influenza sulle decisioni di politica estera del paese, la mossa di Obama porta Susan Rice all’interno della Casa Bianca, quindi al centro del processo decisionale e in una posizione di potere anche maggiore rispetto al Segretario di Stato John Kerry. Come fa notare Spencer Ackerman nel suo articolo apparso sul The Guardian, pur essendo il national security adviser in una posizione formalmente meno prestigiosa del Segretario di Stato, è in pratica più potente perché meno limitato burocraticamente. Infatti, oltre a ricoprire il ruolo di coordinatore delle varie agenzie del gabinetto e di delegato principale del presidente in materia di politica estera, il national security adviser non deve rendere conto al Congresso del suo operato. 
 
Gli esperti si sono già divisi sulla questione. Jacob Heilbrunn, editore del The National Interest, sottolinea come l’amministrazione Obama, dopo aver mostrato inizialemente di non voler imbarcarsi in interventi militari in Siria e Iran, nominando John Kerry agli Esteri e Chuck Hagel alla Difesa, stia adesso cambiando corso con la nomina di consiglieri più inclini all’interventismo. Quello che Heilbrunn si chiede è se Obama abbia imparato la lezione sulla Libia: a suo parere, infatti, l’insistenza sul regime-change non ha fatto altro che togliergli la fiducia dei paesi del BRICS – Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. 
Al contrario, Max Fisher, blogger del Washington Post per gli affari esteri, sostiene che la promozione di Rice e Power non cambierà il corso della politica estera in Siria, e ne spiega il perché in quattro punti. Il più convincente di questi ci ricorda come il presidente abbia già respinto in passato proposte di aumento dell’impegno militare provenienti da funzionari superiori e più esperti.
 
Rimane difficile pensare che il rimpasto non abbia obiettivi politici e che non abbia conseguenze sulla posizione statunitense riguardo alla crisi siriana. Ovviamente, questo comporterebbe anche possibili mutamenti nei rapporti con l’altra potenza maggiormente impegnata nella risoluzione del conflitto: la Russia. Così, se da un lato non possiamo avere la certezza che le nomine di Rice e Power porteranno a una politica statunitense più assertiva in Siria ed ad un inasprimento dei rapporti USA-Russia, dall’altro lato è altamente improbabile che questo genere di scelte porti a un ammorbidimento verso il regime di Assad e a una distensione nei rapporti con la Russia.

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