Halloween Oggi mi vesto da vetrina rotta.
di Agata Iacono
La festa di Halloween, di origini celtiche, al di là dell'aspetto puramente commerciale, risponde a profonde esigenze antropologiche e psicologiche.
Non esiste una cultura dove "la festa dei morti" non sia celebrata proprio con lo scopo di esorcizzare la paura. (In Sicilia i parenti morti portavano i regali ai bambini di notte. E non certo a Natale).
Fin dalle sue origini, la festa assolve comunque a diverse funzioni sociologiche:
1. Esorcizzare la paura della morte e dell'ignoto
• Affrontare le ombre: Attraverso l'uso di maschere mostruose, scheletri e atmosfere cupe, le persone — specialmente i bambini — imparano a familiarizzare con ciò che fa paura (il buio, la morte, i mostri) in un contesto sicuro e giocoso. Riconoscere la paura e trasformarla in divertimento è una potente forma di catarsi psicologica.
2. Segnare un passaggio stagionale e il ciclo del tempo
• La fine e l'inizio: storicamente, (con il festival celtico del Samhain), serviva a scandire il ritmo della natura, celebrando l'ultimo raccolto e l'inizio del "semestre oscuro" (l'inverno). Era il momento in cui ci si preparava al freddo e alla scarsità di luce, ricordando anche chi non c'era più.
3. Ribaltare temporaneamente le regole sociali
• Era una sorta di Carnevale autunnale. Come i Saturnali romani o il Carnevale, Halloween funge antropologicamente da "valvola di sfogo" funzionale al perpetuarsi dell'ordine sociale. Indossare un costume permette di sospendere la propria identità quotidiana, interpretando per una notte un ruolo diverso, fantastico o trasgressivo, senza dover affrontare il giudizio della comunità.
Oggi mi vesto da vetrina rotta...
Paura, eh?


