Haftar si candida in Libia: l'Europa è nel panico

Haftar si candida in Libia: l'Europa è nel panico

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Khalifa Haftar ha annunciato di correre per le prossime elezioni libiche. E l’Europa subito denuncia la minaccia ai precari equilibri democratici libici. Così facendo però esterna più che altro i timori rispetto alle proprie aspettative che non la realtà dei fatti. Che quindi occorre ricostruire.

 

IL PARLAMENTO LIBICO SFIDUCIA IL PREMIER DABAIBA

 

Khalifa Haftar, leader dell'Esercito Nazionale Libico (LNA), ha depositato la sua candidatura alle prossime elezioni libiche che si terranno (forse) il 24 dicembre, nominando nel frattempo il generale Abdelrazak al-Nadhuri come proprio sostituto, che "servirà come comandante generale per un periodo di tre mesi”.

Al termine dei quali, qualora non eletto, Haftar potrebbe riassumere la carica di Feldmaresciallo, secondo una recente per quanto controversa legge elettorale approvata di recente.

Ma la scelta di Haftar ha oscurato sulla stampa europea l’avvenimento più importante di queste settimane nella vita politica libica, per quanto comunque passato inosservato qui da noi: il premier Abdel Hamid Dabaiba ha perso la fiducia dell’HoR (House of Representatives), il parlamento libico, ultima autorità ad essere stata eletta dal popolo libico nelle precedenti elezioni del 2014.

Fiducia che aveva conquistato lo scorso marzo dopo un voto combattuto e vincolato all’impegno di portare il paese alle elezioni del 24 dicembre.

Nella votazione tenutasi lo scorso 14 settembre invece, su 113 legislatori presenti, 89 hanno ritirato la fiducia al premier. In seguito sono stati nominati due comitati, uno per indagare sulla condotta del governo, che ha evidentemente eluso i propri impegni, e uno per studiare il quadro giuridico per le elezioni generali, previste per il 24 dicembre.

La notizia non è piaciuta in Europa ma soprattutto nelle stanze dell’UNSMIL, la missione delle Nazioni Unite in Libia.

Nelle sue osservazioni al Consiglio di Sicurezza, il capo dell'UNSMIL Jan Kubis ha dichiarato: "Bisogna chiarire, tuttavia, che se il governo perdesse la fiducia, continuerebbe a svolgere le sue funzioni come un governo di transizione”, ritornando alla cattiva abitudine dell’era Sarraj per cui i governi di Tripoli non debbano aver bisogno del voto del parlamento come in (quasi) tutti i paesi del mondo.

 

IL MITO DI HAFTAR ALLA PROVA DEI FATTI

 

E’ forse il caso di ripercorrere alcuni momenti significativi della storia libica di questo ultimo decennio, dall’aggressione NATO in poi, per capire il significato della scelta di Khalifa Haftar.

Era il 14 febbraio 2014 quando il generale Haftar istituì l’LNA per poi lanciare la prima campagna militare nel maggio di quell’anno per la liberazione di Bengasi dai gruppi armati islamisti, tra cui Ansar al-Sharia, utilizzando elicotteri, jet da combattimento e forze di terra.

In seguito ai successi ottenuti sul campo e al sostegno della popolazione libica liberata dall’ISIS, il 2 marzo 2015 Haftar viene nominato dall'HoR capo di stato maggiore dell’Esercito Nazionale Libico (LNA).

Ne consegue che tuttora Haftar sia la figura militare più legittima in tutta la Libia, perché a capo di un esercito istituito da un parlamento votato dai cittadini.

Nel 2015 la presenza dell'autoproclamato Stato Islamico a Sirte e Derna aveva ulteriormente complicato la situazione e solo nel luglio 2017 il gruppo dello Stato Islamico fu espulso da Bengasi dopo tre anni di combattimenti. Un anno più tardi, nel luglio 2018, le forze di Khalifa Haftar avevano invece riconquistato Derna, l'ultima roccaforte islamista rimasta nell'Est. Nel gennaio 2019, Khalifa Haftar ha dunque lanciato una nuova missione antiterrorismo nel sud della Libia, riportando quelle zone sotto il controllo dell’esercito. Infine nell’aprile 2019 ha lanciato la campagna militare “Inondazione di Dignità” nel tentativo di liberare Tripoli e riunificare la Libia, dopo aver smantellato le milizie, le ultime rimaste, poste a difesa del governo di Tripoli sostenuto dall’Occidente.

Quando si ha modo di parlare con cittadini libici, non si può prescindere da questi fatti per comprendere la loro ammirazione per Haftar.

Un nostro contatto a Tripoli prova a spiegarci:

“Perché Haftar vuole correre per le presidenziali? È la richiesta della maggior parte del popolo libico. Vogliono avere lui come presidente”.

 

RINVIARE LE ELEZIONI A TUTTI I COSTI

L'Alto Consiglio di Stato libico (HCS) ha chiesto al Parlamento libico di rinviare le elezioni presidenziali previste per il 24 dicembre, per almeno un anno.

Il capo dell'Alto Consiglio di Stato, Khaled Al-Mishri ha presentato la sua proposta: “il progetto di costituzione sarà rivisto e approvato, e sarà fissata la data delle elezioni presidenziali, che non ci sembra che generino stabilità in Libia in questo momento”.

D’altra parte i cittadini libici sono già corsi a registrarsi per il voto, 2.834.451 persone su un totale di meno di 7 milioni di cittadini.

Come avevamo già raccontato in precedenza, il gruppo di potere di Tripoli, sostenuto dalla NATO e protetto militarmente dalla Turchia, teme di non reggere l’impatto con le elezioni e di essere spazzato via là dove l’Esercito Nazionale Libico di Haftar non aveva potuto.

L'ex inviato dell'ONU in Libia, Ghassan Salame, in un'intervista al canale televisivo Al-Ghad, ha di recente accusato: "C'è una classe politica presente in certe posizioni del governo che non ha fretta di mettersi sotto la decisione degli elettori, e stanno cercando con tutte le loro forze di rinviare la data delle elezioni”. Ha poi aggiunto: "Ci sono progressi su varie piste in Libia, tra cui l'unificazione dei due governi, l'apertura della strada costiera, la ripresa dei voli interni e lo scambio di prigionieri”.

Ma, a detta di Salame, non c’è dubbio: "I sondaggi d'opinione che abbiamo condotto indicano che l'80% del popolo libico vuole che le elezioni si tengano in tempo. Il cittadino libico ha il diritto di eleggere direttamente chi vuole”.

 

IL CIELO SOPRA TRIPOLI

Mentre il governo Dabaiba di Tripoli, ormai sfiduciato dal parlamento, cerca di prendere tempo e trovare ad ogni costo il modo per rinviare le elezioni, il traffico nei cieli della Tripolitania è intenso.

Flightradar24 ha rivelato che mercoledì 22 settembre un aereo cargo Airbus A400 affiliato all'aeronautica militare turca è decollato dall'aeroporto di Isparta, nel sud della Turchia, per la Libia.

Negli ultimi giorni, Itamilradar, un sito web di monitoraggio del traffico aereo militare, ha rivelato che diversi voli cargo A400 turchi sono atterrati alla base aerea di Al-Wattiya.

La Turchia continua a trasportare rifornimenti militari nella Libia occidentale, nonostante il fatto che l'accordo di cessate il fuoco mediato dall'ONU preveda la cessazione di ogni cooperazione militare con le nazioni straniere.

A maggio, il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha dichiarato che i soldati turchi e i mercenari siriani in Libia sarebbero rimasti per preservare gli interessi di Ankara in Libia.

L'ONU stima che ci siano oltre 20.000 combattenti e mercenari stranieri in Libia, che aiutano entrambe le parti del conflitto.

Il continuo ponte aereo turco verso la Libia occidentale è la vera e unica minaccia alle elezioni di dicembre.

Il ministro degli Esteri libico Najla Al-Mangoush, voce indipendente del governo Dabaiba, ha invitato la Turchia a lavorare con il governo di unità nazionale di Tripoli (GNU) per iniziare a ritirare tutte le forze straniere e i mercenari dalla Libia. Al termine di un incontro con il suo omologo russo Sergey Lavrov, i due hanno chiesto insieme il ritiro graduale e sincronizzato delle forze straniere dalla Libia.

Ma questo certamente non avverrà. Come ci ha spiegato l’ambasciatore USA a Tripoli Richard Norland alla vigilia della Conferenza Berlino 2 della scorsa primavera, senza l’intervento armato turco nei primi mesi del 2020, l’Esercito Nazionale Libico avrebbe certamente conquistato Tripoli. Questo basta a spiegare perché i Turchi non evacueranno mai le proprie forze militari da Tripoli, nemmeno in caso di elezioni e ancora meno se non si tenessero, logicamente. E questo è il piano turco-occidentale.

 

LA RUSSIA PONE IL VETO

Di fronte a questa ricerca spasmodica dello stallo istituzionale perché il nulla di fatto faccia rimandare le elezioni e consenta a Turchia e milizie libiche di continuare a gestire i traffici di Tripoli, qualcuno ha posto un veto.

Lo ha fatto la Russia che ha bloccato al Consiglio di Sicurezza il rinnovo di un anno della Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), da cui, come abbiamo visto, sono provenute le critiche sul voto di sfiducia del parlamento libico al governo di Tripoli.

Come a dire che a qualcuno non è più gradito il gioco di questi anni, quando l’ONU dava copertura all’agenda americana a Tripoli, insediando governi non votati dal popolo.

 

IL PARERE DI UN CITTADINO LIBICO

Una nostra fonte a Tripoli ci lascia una testimonianza sulla situazione in corso:

“La mia opinione è che queste elezioni non possono essere tenute nella situazione attuale., almeno non elezioni democratiche e pulite.

La vita a Tripoli è un inferno, come sempre. Il cibo è estremamente costoso, i prezzi sono rincarati. Se ti ammali e cerchi delle cure, devi essere molto ricco per essere in grado di pagare i medici, altrimenti siedi a casa e prega Dio. Al tempo stesso però nuove case sorgono qua e là, nuove cliniche, caffè, auto di ultimi modelli corrono per le strade. Questa è l’economia di rendita delle milizie che si avvalgono dei proventi del petrolio rubato e trafugato all’estero.

Il grande errore è stato quello di concedere la fiducia in primo luogo. L'HoR (così come l'ONU) sapeva che Dabaiba era stato scelto attraverso la corruzione. Suo zio Ali Dabaiba è membro di quel comitato 75 (scelto dall'inviato americano Stephanie Williams per il Forum del Dialogo Libico). Ebbene lo zio Ali ha pagato 500.000 dollari per l'elezione di Dabaiba.

Alcuni membri di quel forum che avevano coscienza lo riferirono, 4 o 5 testimoni. Ma Williams e l'ONU dissero di non poterlo provare. Da qui in poi fu abbastanza chiaro che gli Stati Uniti volevano andare oltre le elezioni e finalmente chiudere la pratica libica nel modo che più gli conviene.

Gli Stati Uniti e l'ONU hanno fatto pressione sull'HoR per accettare Dabaiba e il suo governo e concedere loro la fiducia. 

Dopo 6 mesi Dabaiba e il suo GNU (Governo di Unità Nazionale di Tripoli) hanno oltrepassato tutte le linee di tolleranza, portando il paese alla calamità totale. A Dabaiba e al GNU restano solo 3 mesi per stare al potere. Dabaiba si rifiuta di accettarlo. Sa come giocare d'azzardo e come è dolce l'odore dei soldi. Sta comprando il supporto dei giovani dando loro soldi e sussidi a chi vuole sposarsi, ora stanno acclamando il suo nome e cantando canzoni per lui. Ma Dabaiba non si sogna di lasciare la sua sedia, ha intenzione di rimanere per un tempo indefinito come ha affermato suo zio Ali”.

Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto "Exodus" in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film "L'Urlo"

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