Francia, il potere di definire il caos
di Maylyn López*
La Francia attraversa una nuova fase di tensione sociale. Le mobilitazioni di giovani e studenti hanno riportato nelle piazze temi che da tempo attraversano il Paese: condizioni della scuola pubblica, disuguaglianze territoriali, accesso alle opportunità, futuro delle nuove generazioni.
Accanto alle manifestazioni sono arrivate le immagini degli arresti, anche di giovanissimi.
Ed è qui che il racconto mediatico diventa decisivo.
Una protesta studentesca può essere presentata come espressione di disagio sociale oppure come problema di ordine pubblico. La differenza non è soltanto linguistica: cambia il modo in cui il pubblico interpreta ciò che vede.
George Lakoff ha mostrato come le parole attivino dei frame, cornici cognitive che organizzano la realtà. Se il racconto parte dagli studenti, dalle scuole e dalle disuguaglianze, l’attenzione si dirige verso le cause della protesta. Se parte da parole come disordine, radicalizzazione, sicurezza e violenza urbana, il centro si sposta verso controllo e ordine pubblico.
La domanda cambia.
Perché questi ragazzi protestano?
diventa:
Come fermiamo il disordine?
Ed è proprio questo passaggio a interessare la neuropolitica.
Da studenti a soggetti da controllare
“Studente”, “manifestante”, “agitatore”, “rivoltoso” non sono sinonimi.
Ogni parola attribuisce un’identità e suggerisce una valutazione.
Dire “ragazzi arrestati durante una protesta studentesca” non produce la stessa rappresentazione di “manifestanti fermati durante disordini”.
Il fatto può essere lo stesso, la scena mentale cambia.
Norman Fairclough ha mostrato come il potere del discorso dipenda anche dalla sua circolazione. Una definizione pronunciata dalle istituzioni, ripresa nei titoli, nei telegiornali, nei talk show e sui social può progressivamente diventare la categoria attraverso cui l’intero evento viene letto.
È qui che il ruolo dei media diventa centrale.
Non è necessario alterare un fatto per orientarne la percezione. È sufficiente scegliere quale parte mostrare più spesso.
Un’intervista a uno studente che spiega le ragioni della protesta costruisce un soggetto politico.
La ripetizione di immagini di arresti, cordoni di polizia e disordini può invece trasformarlo, nella percezione pubblica, in un soggetto da contenere.
La domanda diventa allora inevitabile:
quando uno studente smette di essere raccontato come studente e comincia a essere rappresentato come una minaccia?
Il potere del “noi” e del “loro”
Teun van Dijk ha analizzato il modo in cui il discorso politico costruisce frequentemente una separazione tra “noi” e “loro”.
Da una parte possono essere collocate istituzioni, Repubblica, cittadini, ordine. Dall’altra manifestanti, disordine e radicalità.
Questa polarizzazione semplifica una realtà molto più complessa.
Il punto non è accettare automaticamente una narrazione o quella opposta. È osservare chi viene presentato come legittimo, chi come pericoloso, chi riceve una voce e chi viene rappresentato soprattutto attraverso immagini selezionate da altri.
È in questa asimmetria che potere mediatico e potere politico si incontrano.
Le parole hanno memoria
Ruth Wodak ci ricorda che nessuna parola politica nasce nel vuoto.
In Francia termini come banlieue, sicurezza, ordine, polizia, protesta e gioventù portano con sé decenni di immagini, paure, conflitti e rappresentazioni collettive.
Anche la piazza possiede una memoria politica profonda. Dalla Rivoluzione francese al maggio 1968, dalle grandi mobilitazioni sindacali ai gilet gialli e alle proteste sulle pensioni, il conflitto sociale è parte della grammatica politica del Paese.
Per questo le proteste dei giovani di oggi vengono interpretate anche attraverso ciò che la Francia ha già vissuto.
Le parole non descrivono soltanto il presente.
Riattivano il passato.
Quando la sicurezza diventa il frame dominante
La sicurezza è uno dei frame più potenti della comunicazione politica perché richiama un bisogno difficilmente contestabile.
Quando occupa il centro del racconto, altre domande perdono visibilità: quali condizioni denunciano gli studenti, quali disuguaglianze attraversano le scuole, quali opportunità hanno davanti, quali risposte ricevono dalle istituzioni.
Non occorre cancellare queste domande.
È sufficiente renderle secondarie.
Ed è qui che il potere comunicativo diventa particolarmente efficace: non dice necessariamente al pubblico che cosa pensare, decide prima di tutto su che cosa concentrare l’attenzione.
Se il problema viene definito come sicurezza, diventano centrali controllo e autorità.
Se viene definito come disagio giovanile, emergono scuola, opportunità e futuro.
Se viene letto come crisi di rappresentanza, entrano in gioco fiducia, partecipazione e legittimità.
La cornice non determina automaticamente l’opinione.
Determina il terreno sul quale quell’opinione si forma.
Prima della decisione viene il significato
Lakoff ci aiuta a comprendere i frame, Fairclough il rapporto tra linguaggio e potere, van Dijk la costruzione del “noi” e del “loro”, Wodak la memoria storica delle parole.
La Francia rende oggi questi meccanismi particolarmente visibili.
Davanti alle immagini dei giovani nelle piazze e dei ragazzi arrestati, la domanda non è soltanto:
Che cosa sta accadendo?
Occorre chiedersi anche:
attraverso quali parole e quali immagini stiamo imparando a interpretarlo?
Perché il potere politico non consiste soltanto nel prendere decisioni e quello mediatico non consiste soltanto nel raccontarle.
Entrambi partecipano alla costruzione del significato.
Ed è nello spazio tra il fatto, la sua rappresentazione e la percezione pubblica che comincia la neuropolitica.
*Autrice di "Leadershe: la tua voce e' potente" da settembre in tutte le librerie


