Educazione alla schiavitù: cosa ci insegna la storia della bidella pendolare

Educazione alla schiavitù: cosa ci insegna la storia della bidella pendolare

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di Angelo De Sio


Non era difficile rendersi conto che la notizia, rilanciata su tutte le testate principali, della bidella pendolare tra Napoli e Milano, avesse delle evidenti incongruenze logiche nella sua narrazione. Tuttavia, al di là della veridicità o meno della storia, ciò che emerge da questa vicenda è un'altra questione: la manifesta volontà di mostrare alle masse che è non un male, anzi è addirittura lodevole, accettare qualsiasi condizione di lavoro, anche quella più denigrante e lesiva della dignità della persona.


Questa volontà persuasiva si fonda sul presupposto fatalistico per il cui il mondo, oramai, ha incanalato un percorso preciso, una destinazione già decisa, e noi non possiamo far altro che corrergli dietro, adeguandoci senza troppe storie. Una delle grandi linee di questo percorso obbligato è il grande mercato del lavoro, le cui parole d'accesso sono, ora, flessibilità e resilienza.

Questa vicenda mostra in chiara luce in cosa consiste la virtù della resilienza secondo le regole del mercato: accettare senza fiatare ogni abuso, ogni ricatto, ogni vilipendio in nome del lavoro, mostrando sul viso il sorriso di trionfo e di vanto. E cosa importa se tali inumane condizioni vilipendono e sviliscono la sfera personale del lavoratore, negandogli quel tempo che gli permetta di vivere dignitosamente le ore libere della giornata, cosa importa della sua vita, della sua famiglia, delle sue passioni, della sua crescita personale? Purché il mondo del lavoro vi accolga, purché si lavori, in qualunque modo, tutto è accettabile, tutto deve essere accettato, qualunque sia il costo da pagare.

Ciò che deve attecchire nelle mente del lettore è che non esistono limiti alle condizioni che è possibile imporre per poter lavorare. Tutto può essere lecito. Che, in qualche modo, è possibile giocare al ribasso con la vita delle persone ponendole sempre più in una condizione di oppressione e di dipendenza verso la quale non si ha altra scelta che pronunciare il proprio "sì".

Un "sì" estorto a forza, a colpi di titoli come questo, che sfruttano la debolezza e il bisogno della gente, la precarietà e la debolezza della loro vita, mentre non rimane se non l'amaro sorriso di chi è rassegnato e sconfitto. Questo gioco al ribasso non può che peggiorare sempre più in un vortice regressivo senza fine, che ha come meta la schiavitù.

Una schiavitù che ci viene proposta e mostrata come la più alta delle libertà, come il raggiungimento di un traguardo valoriale trepidamente atteso della nostra civiltà.

Tuttavia, non esiste schiavitù peggiore di quella dello schiavo che si è messe le catenate con le sue stesse mani. Giudicare la ragazza in questione sarebbe un'operazione ipocrita, quanto inutile. È vero che con un simile atteggiamento si è complici, e si contribuisce ad alimentare questa macchina infernale, e ciononostante sappiamo bene che, con una famiglia, con un mutuo da pagare, ecc. nessuno può ha voglia di fare l'eroe, se non dietro un monitor e con una tastiera.

La loro forza, la forza distruttrice dei dominanti, sta proprio nell'esprimersi e nell'imporsi in un contesto a loro congeniale e favorevole, anzi, delineato appositamente per il raggiungimento dei loro scopi. E per questo interi mezzi di comunicazione di massa sono al loro servizio, instancabilmente, per manipolare le coscienze e appiattirle ai loro desiderata.

Opporsi a questo tipo di propaganda, mettere in risaltò gli aspetti grotteschi e delinquenziali di queste pratiche manipolative, aprire alla riflessione chi ci è vicino, può essere un primo passo, certo non risolutivo, per il ristabilimento di un'etica del lavoro, non basata sulle leggi deleterie del mercato, ma sulla dignità della persona, nella sua integrità fisica e morale. Rifiutare ogni tipo di condizionamento mediatico, far sentire il proprio "no", con ogni gesto, con ogni parola, anche nell'ingiustizia presente, anche nel dileggio e nell'umiliazione di una condizione lavorativa dura o precaria.

Saper indicare ciò che è giusto, e ciò che invece è sbagliato, stabilire il fondamento della vita lavorativa in una prospettiva etica: in sintesi, delineare un orizzonte normativo entro cui ascrivere l'attività lavorativa, è il presupposto essenziale per poter delineare le linee di sviluppo della futura lotta.

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