Dal welfare al carcere: come si costruisce il consenso della paura
di Michele Blanco
Il saggio di Italo Di Sabato, dal titolo La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario (Momo Edizioni), scardina radicalmente la narrazione dominante che interpreta l'inasprimento delle misure di polizia e il rigore carcerario come risposte neutre o emergenziali alle insicurezze del nostro tempo. Attraverso una densa e rigorosa analisi sociopolitica, l'autore dimostra che il sistema penale si è tramutato nella tecnologia ordinaria di governo delle società contemporanee. Come viene esplicitamente denunciato nelle pagine del saggio, «la democrazia punitiva dentro cui siamo invischiati anche in Italia non rappresenta una semplice deriva autoritaria, ma una nuova forma di governo in cui paura, controllo e penalità prendono il posto della giustizia sociale, della rappresentanza e del conflitto». Questa architettura del potere si regge sulla grave e ingiustificata transizione traumatica dallo Stato sociale allo Stato penale: un processo trentennale in cui le istituzioni, avendo rinunciato alla redistribuzione della ricchezza (come previsto dalla Costituzione Italiana) e alla garanzia dei diritti materiali come il lavoro o la casa, hanno sostituito i servizi sociali con le manette e i decreti repressivi.
Il passaggio strutturale dal welfare al cosiddetto "workfare" repressivo costituisce il motore economico dell'intera trattazione di Di Sabato. L'autore seziona il declino dello Stato sociale evidenziando come i tagli lineari alla sanità, all'istruzione, all'assistenza territoriale e alle tutele del lavoro non abbiano semplicemente impoverito ampissimi strati della popolazione, ma abbiano prodotto una massa di esistenze precarie e prive di garanzie che il mercato neoliberale non è in grado di assorbire. Di fronte alla deliberata rinuncia a governare l'economia in senso inclusivo, lo Stato sperimenta un gravissimo vuoto di legittimità democratica. La risposta istituzionale a questo declino non risiede nel ripristino dei diritti civili o sociali, ma in una vera e propria torsione autoritaria: la "mano sinistra" dello Stato, quella che un tempo proteggeva, istruiva e curava i cittadini, viene progressivamente amputata per ipertrofizzare la "mano destra", quella della polizia, dei tribunali e del sistema sanzionatorio. La povertà, la precarietà abitativa e la disoccupazione smettono di essere considerate patologie del sistema economico capitalista da risanare con giusti investimenti pubblici e vengono surrettiziamente ricodificate come colpe individuali e minacce all'ordine pubblico, spostando l'asse dell'intervento statale dalle politiche di emancipazione alle tecniche di contenimento poliziesco.
A sostegno di questa tesi, il saggio compie un'operazione di fondamentale importanza ricostruendo criticamente i dati macroeconomici legati ai bilanci del Ministero della Giustizia, svelando l'irrazionalità sistemica di una spesa detentiva ipertrofica se rapportata al definanziamento del settore sociale. Di Sabato evidenzia come il bilancio annuale destinato al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria si attesti su cifre colossali, vicine ai tre miliardi e mezzo di euro, drenando oltre il trenta per cento delle risorse complessive della giustizia. L'affondo critico si fa spietato quando l'autore seziona la destinazione interna di questi fondi: circa il sessantacinque per cento della spesa totale viene assorbito esclusivamente dal mantenimento degli stipendi e della logistica del personale di custodia, laddove i capitoli di spesa formalmente dedicati alle finalità costituzionali del trattamento – ossia l'istruzione, il lavoro penitenziario, l'assistenza psicologica e i percorsi di reinserimento – ricevono le briciole, oscillando sotto la soglia del dieci per cento. Questo squilibrio finanziario dimostra empiricamente l'irrazionalità dello Stato penale: spendere circa centocinquanta euro al giorno per ogni singolo detenuto al fine di produrre un tasso di recidiva istituzionale superiore al sessanta per cento significa certificare che il carcere non è un investimento sulla sicurezza pubblica, bensì un fallimentare costo a fondo perduto. Lo Stato spende somme esorbitanti per segregare la marginalità sociale dopo aver rifiutato di investire frazioni di quelle stesse cifre per prevenirla sul territorio attraverso il welfare.
L'apparato probatorio del saggio non poggia su astrazioni sociologiche, ma si focalizza rigorosamente sulle fonti statistiche ministeriali, sui bilanci della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e sui rapporti delle commissioni parlamentari d'inchiesta che l'Osservatorio Repressione analizza e incrocia storicamente. Attraverso lo studio dei dati sulle denunce per i reati di resistenza a pubblico ufficiale, blocco stradale e danneggiamento, l'Osservatorio porta alla luce la sproporzione quantitativa e qualitativa della risposta penale dello Stato nei confronti dei movimenti sociali. I dati sui procedimenti giudiziari e l'applicazione di misure cautelari preventive evidenziano come la magistratura inquirente utilizzi sistematicamente i reati associativi per disarticolare le reti del dissenso sindacale, studentesco e ambientale. L'analisi critica delle relazioni annuali presentate in Parlamento sullo stato dell'ordine pubblico e della sicurezza rivela una precisa architettura burocratica orientata alla neutralizzazione preventiva della piazza, in cui l'aumento geometrico delle sanzioni amministrative ed edittali serve a mascherare l'inefficacia strutturale del controllo sociale in contesti di grave impoverimento diffuso.
Questa irrazionale allocazione delle risorse pubbliche e la severità dei dispositivi repressivi necessitano tuttavia di un formidabile apparato di legittimazione ideologica, che l'autore individua e smaschera nelle pagine del libro dedicate ai meccanismi del linguaggio mediatico e dei talk-show televisivi. Di Sabato conduce una serrata analisi semiotica della vera e propria fabbrica del consenso reazionario, mostrando come l'informazione mainstream operi una costante e scandalosa distorsione della realtà. All'interno dei palinsesti televisivi, la complessità delle dinamiche sociologiche viene programmaticamente espulsa a favore di una narrazione spettacolarizzata e ansiogena, costruita su frame narrativi fissi: la perenne minaccia dell'invasione migratoria, la retorica del degrado urbano e l'enfasi ossessiva sul fatto di cronaca nera elevato a emergenza nazionale. Il talk-show, in particolare, viene decostruito come lo spazio geometrico del populismo penale, dove la figura dell'esperto criminologo o del sociologo politico viene marginalizzata per lasciare il proscenio alla contrapposizione emotiva tra le vittime e i "mostri". Il linguaggio utilizzato è volutamente decontestualizzato e destoricizzato; la povertà non viene mai raccontata come l'esito di precisi decreti economici, ma come una colpa biologica o culturale da reprimere. Questo bombardamento mediatico persegue l'obiettivo strategico di mantenere la cittadinanza in una condizione di perenne panico morale, spingendo l'elettorato ad accettare e, anzi, a invocare spontaneamente leggi sempre più punitive e autoritarie, convinto che la minaccia alla propria esistenza provenga dall'ultimo della scala sociale e non da spregiudicate e infondate politiche di austerità.
La decostruzione operata da Di Sabato sulla televisione generalista invita a un confronto diretto con i modelli classici della sociologia dei media, in particolare con le teorie sul panico morale formulate da Stanley Cohen. Nel suo studio Cohen descriveva come i media identifichino periodicamente un gruppo sociale specifico, etichettandolo come "folk devil" (diavolo collettivo), per presentarlo all'opinione pubblica come una minaccia immediata per i valori della società. Se nel modello di Cohen il panico morale era un processo in gran parte spontaneo e ciclico, legato a subculture giovanili isolate, la democrazia punitiva di Di Sabato evidenzia un vero e proprio salto di qualità tecnologico e sistemico. Nei talk-show contemporanei, la creazione del diavolo collettivo – che sia l'attivista climatico, il migrante del CPR o il percipiente di sussidi sociali – non è una reazione estemporanea della stampa, ma una strategia preparata scientificamente, istituzionalizzata e permanente. La minaccia non viene più arginata per ristabilire l'equilibrio precedente, ma viene cronicizzata dai media per giustificare la stabilità stessa dello Stato penale. Il panico morale cessa di essere un'anomalia transitoria della comunicazione di massa e si trasforma nel motore fondamentale del consenso politico reazionario, una risorsa egemonica indispensabile per legittimare la violenza e la spesa degli apparati penali.
La validità e la solidità teorica di queste argomentazioni trovano riscontro nella capacità dell'autore di anticipare gli esiti delle politiche urbane più recenti. Condividere le tesi di Di Sabato significa riconoscere l'assoluta precisione scientifica con cui viene smascherato l'inganno ideologico della "neutralità" securitaria. Le sue analisi si rivelano di un'accuratezza disarmante, specialmente nel dimostrare come l'arsenale normativo penale non sia orientato a proteggere la collettività dai pericoli, bensì a blindare le disuguaglianze di classe. Il saggio ha il merito insostituibile di sottrarre il dibattito sulla sicurezza alle derive emotive della destra e alle timidezze corporative del centrosinistra, offrendo agli studiosi una chiave di lettura euristicamente inattaccabile: la penalità contemporanea non gestisce il crimine, ma ordina i confini della marginalità economica interna.
All'interno di questa metamorfosi istituzionale e mediatica, una delle tesi più incisive espresse da Di Sabato riguarda la decostruzione del concetto di decoro urbano, svelato come un sofisticato strumento di esclusione di classe e di igiene sociale applicato nelle grandi aree metropolitane. Il decoro non costituisce un parametro estetico neutro volto alla vivibilità dei quartieri, bensì una categoria ideologica pensata per la mercificazione delle città, ridotte a spazi di consumo per le classi agiate o per il turismo di massa. La sanzione sistematica di condotte puramente esistenziali o marginali – come il bivacco, la richiesta di elemosina, il commercio informale o la semplice sosta prolungata – non mira a risolvere le cause profonde della povertà materiale, ma ha l'obiettivo politico di nasconderla allo sguardo. Attraverso lo strumento normativo dei Daspo urbani e delle ordinanze sindacali, l'ordine pubblico si fa preventivo: il povero, il precario e il migrante non vengono perseguiti per reati commessi, ma vengono allontanati in quanto elementi di disturbo per le vetrine del mercato neoliberale. Lo Stato trasforma così una drammatica crisi strutturale di welfare in una colpa morale e in una minaccia securitaria da espellere fisicamente dai centri storici e confinare nelle periferie invisibili dell'esistenza.
Questa gestione penale della miseria si alimenta di quella che l'autore definisce una vera e propria mutazione antropologica della cittadinanza, le cui radici storiche risalgono al crollo della Prima Repubblica e alla stagione di Tangentopoli. La delegittimazione dei partiti e lo svuotamento dei luoghi di socializzazione politica hanno atomizzato gli individui, sostituendo la complessità del conflitto sociale con la griglia interpretativa morale che contrappone in modo superficiale gli onesti ai disonesti. Sulla scorta di questa semplificazione, la politica ha trovato nel populismo giudiziario una formidabile fabbrica di consenso trasversale e bipartisan. Di Sabato, attingendo ai dati e alle analisi raccolte sul campo dal centro di documentazione dell'Osservatorio Repressione, dimostra come la criminalizzazione del dissenso – attuata trasformando storiche forme di protesta pacifica come i blocchi stradali, i picchetti o la resistenza passiva in gravi reati edittali – e il funzionamento coercitivo dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio siano l'esito logico voluto da una classe dirigente che usa l'illusione penale per simulare un controllo che non possiede più sulle macro-dinamiche economiche.
Il terminale inevitabile e catastrofico di questa bulimia sanzionatoria si consuma nella realtà materiale del sistema carcerario, descritto nel testo come un drammatico magazzino di contenimento dei soggetti vulnerabili. Il sovraffollamento cronico e la tragica catena di suicidi e atti di autolesionismo non sono incidenti di percorso, ma la diretta conseguenza di leggi che riempiono le celle di soggetti privi di reti sociali. Di fronte al fallimento empirico della pena reclusiva, che vanta tassi di recidiva superiori al sessanta per cento, Di Sabato dedica la parte conclusiva del volume all'analisi e alla proposta delle correnti dell'abolizionismo penale europeo, ispirandosi esplicitamente alle radici teoriche del giurista olandese Louk Hulsman e del sociologo norvegese Nils Christie. Il saggio fa proprie le tesi di Hulsman sulla necessità di decostruire l'astrazione giuridica del reato, una categoria burocratica che standardizza e violenta la complessità delle situazioni problematiche quotidiane applicando l'unica risposta dell'inflizione di una sofferenza di Stato. Al contempo, l'autore sposa il celebre assunto di Christie secondo cui lo Stato ha letteralmente rubato il conflitto ai legittimi proprietari, ossia alla vittima e all'autore del danno, delegandolo a professionisti del diritto che ne espropriano la parola e ne annullano ogni reale percorso di responsabilizzazione o ricomposizione.
Richiamando questo patrimonio filosofico, l'opera si chiude con una proposta radicale e scientificamente argomentata: il superamento della democrazia punitiva non si ottiene con la retorica dell'umanizzazione della gabbia o con l'edificazione di nuove carceri, ma con il progressivo smantellamento del monopolio punitivo statale. La via d'uscita risiede in una sistematica opera di decriminalizzazione dei reati legati alla marginalità e al dissenso politico, da gestire attraverso pratiche di giustizia riparativa e trasformativa capaci di ricostruire i legami sociali interrotti. La vera sicurezza, conclude Di Sabato, cessa di essere una prerogativa delle forze dell'ordine e dei codici penali per tornare a essere un diritto sociale garantito dal rifinanziamento del welfare, della sanità pubblica, del diritto all'abitare, della scuola e del reddito sul territorio.


