“Contro i massacri in Perù, chiediamo un pronunciamento della Celac”. Intervista esclusiva a Wilfredo Robles, legale di Pedro Castillo

“Contro i massacri in Perù, chiediamo un pronunciamento della Celac”. Intervista esclusiva a Wilfredo Robles, legale di Pedro Castillo

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Wilfredo Robles Rivera è l’avvocato che difende il presidente del Perù Pedro Castillo, messo in carcere dal governo “de facto” della sua vice, Dina Boluarte, che lo ha disarcionato con un “golpe istituzionale”. Una situazione rifiutata dalle proteste popolari che, dopo aver dichiarato lo sciopero generale, partendo dalle zone rurali del sud, sono arrivate a Lima. Gridano: “Dina Asesina!” e esigono “Que se vayan todos!”.

Il 7 di dicembre, il maestro Pedro Castillo, dopo aver subito l’ennesimo attacco da parte del Congresso, ha tentato di dissolverlo, facendo l’ultimo passo verso la trappola da lungo tempo tesa. Qui, l’avvocato Robles spiega gli artifizi utilizzati dalla destra per costruire questa trappola, le proposte dei manifestanti e le difficoltà a cui si scontrano, decimati dalle forze repressive che hanno già provocato 50 morti, centinaia di feriti e detenzioni arbitrarie dovute allo “stato d’emergenza”, dichiarato da Boluarte. Anche a Lima, ieri è stata uccisa un’altra manifestante.

Avevamo ascoltato l’avvocato Robles durante il Foro internazionale “Claves para derribar el golpismo en el Perú, desde la perspectiva juridica nacional y internacional”, organizzato il 5 gennaio dalla Cte (la Central Continental de Trabajadores y Trabajadoras de la educación) e dal Pmp (il Partido Popular y Magisterial del Perú). Un dibattito che ha visto anche un commovente appello dell’anziano padre di Castillo e di una sorella, che hanno sottolineato l’importanza della solidarietà internazionale. In seguito, abbiamo contattato il legale peruviano per chiedergli un aggiornamento sulla situazione.

Avvocato Robles, grazie per dedicarci parte del suo tempo, che sappiamo essere prezioso nella complessa situazione che vive il suo paese, e che la vede impegnata in prima persona. Intanto, perché ha accettato la difesa del presidente Castillo?

In primo luogo perché, come penalista, sono conosciuto nei settori popolari per difendere i perseguiti per le lotte sociali. Ho valutato che difendere il presidente Castillo, un presidente che non è stato eletto dall’establishment, dalle oligarchie o dalle piattaforme mediatiche, ma dai movimenti popolari, fosse consono al mio profilo giuridico. Inoltre, in quel momento, già la signora Dina Boluarte aveva avviato la mattanza contro l’insorgenza popolare di persone disarmate che non riconoscono il suo “governo”, e chiedono che Castillo torni in libertà e riprenda il suo posto. E poi, a fronte di una situazione giuridica complessa com’è quella che tiene in carcere il presidente Castillo, c’era bisogno di un penalista che fosse in grado di presentare un ricorso contro la detenzione preventiva che è stata applicata arbitrariamente al presidente, pur sapendo che sarebbe stato rigettato: perché la magistratura sta accettando le decisioni imposte dall’alto per consolidare la dittatura, e questo implica trascinare nel fango e distruggere la figura del presidente. Ora abbiamo presentato ricorso in Cassazione.

Come si è creata questa situazione e quali sbocchi legali esistono?

Bisogna ripercorrere i passaggi del golpe parlamentare. Un golpe lento, un golpe prolungato, organizzato su vari fronti dalla destra e dalla coalizione che controlla, e che è riuscita a captare diverse istituzioni. Una strategia iniziata ancora prima dell’assunzione d’incarico del presidente, quando la destra non ha riconosciuto i risultati e ha cominciato a far pressione sugli organismi elettorali affinché dichiarassero una frode inesistente. Un golpe elettorale, quindi. Poi, quando il presidente è entrato in carica, è iniziato il vero e proprio golpe parlamentare: mediante un ostruzionismo che ha impedito a centinaia di progetti di legge presentati dal governo di arrivare alla discussione e ancor meno, quindi, all’approvazione del Congresso. La destra ha presentato allora varie richieste di destituzione del presidente mediante la procedura di “vacancia”. E qui è entrata in gioco anche un’altra modalità di golpe, quello giudiziario e poliziesco, che gli analisti internazionali oggi chiamano lawfare. Implica la complicità delle procure, dei pubblici ministeri che montano falsi dossier per corruzione, per esempio usando le dichiarazioni di pentiti, o di noti impresari corruttori, che già hanno “lavorato” con governi precedenti. Sulla base di questo tipo di indagine della magistratura, presa per oro colato dal Congresso, è chiesta una prima destituzione, una prima procedura di “vacancia” che non è riuscita a ottenere i voti necessari ed è stata dichiarata inammissibile. Malgrado questo, la destra è tornata alla carica per chiedere una seconda “vacancia” con quegli stessi argomenti che erano stati ritenuti inammissibili. E infine, ecco arrivare la richiesta di “vacancia” basata sul discorso pronunciato dal presidente il 7 di dicembre, quando ha dichiarato la dissoluzione del Congresso. Neanche in questa circostanza avevano ottenuto i voti necessari per presentare la richiesta, perché il regolamento del Congresso esige i quattro quinti del numero totale dei parlamentari, ovvero 104, mentre loro avevano solo 26 voti. Ciononostante, hanno votato la destituzione del presidente con una procedura accelerata, avallata da altre istituzioni, soprattutto forze armate e polizia. E qui entra in gioco il golpe militare-poliziesco. Da qui, vengono calpestati tutti i diritti umani di Pedro Castillo e violate tutte le garanzie giuridiche.

In che modo?

Prima di tutto, lo si è sottoposto a un processo giudiziario, a una procedura ordinaria, mentre come presidente, in base all’articolo 99 della costituzione, egli gode di una prerogativa denominata “ante-juicio”, un giudizio politico previo, che il Congresso non ha rispettato, dichiarando questa procedura sospesa nel suo caso. In questo modo, ha aperto la strada affinché la Procuratrice generale, nota per essere al servizio della destra golpista peruviana, chiedesse 18 mesi di carcere preventivo. Neanche il giudice del riesame, che avrebbe dovuto valutare la decisione, si è azzardato a richiedere l’applicazione dell’”ante-juicio”, e ha convalidato l’arresto.

E su quali basi?

Qui si è di fronte a un altro arbitrio. Secondo le motivazioni della Procura, vi sono forti elementi di sospetto che Castillo sia da considerarsi co-autore nel delitto di ribellione contro i poteri dello Stato. Secondo il codice penale, però, il delitto di ribellione richiede un’insorgenza in armi, non basta un discorso. Qualunque persona senziente sa che una ribellione armata implica la presenza di una collettività di persone che, peraltro con armi pesanti per contrastare la forza militare governativa, assalti il potere dello Stato. E questo, non si è dato. Perciò sosteniamo che, a partire dal 7 di dicembre, in Perù non esiste stato di diritto. Lo si è vulnerato per mettere in carcere Castillo, che oggi è un prigioniero politico della dittatura. Un regime tirannico, guidato da Dina Boluarte, che lancia truppe dotate di fucili d’assalto e di altre armi da guerra contro la popolazione disarmata che protesta, e che ha provocato finora 50 morti, centinaia e centinaia di feriti e di detenzioni forzate, e migliaia di perquisizioni illegali. Un progetto dittatoriale in cui sono riusciti a captare quasi tutte le istituzioni. Gli unici due organismi che finora non sono stati sottomessi sono la Oficina Nacional de Procesos Electorales, e il Jurado Nacional de elecciones. Per questo, hanno partorito il progetto di accorciare il mandato ai magistrati che dirigono questi due organismi.

E lo hanno ottenuto?

In pratica, sì, perché il governo dei massacratori ha ottenuto il voto di fiducia. Secondo la tradizione costituzionale peruviana, dopo che il presidente ha convalidato il giuramento del suo gabinetto, deve presentarsi al Congresso per illustrare il suo programma nei vari settori e ottenere un voto di fiducia, che Boluarte ha ottenuto. Il protagonista principale è il signor Alberto Otarola, che era ministro della Difesa durante la prima mattanza delle proteste, e che ora è presidente del Consiglio dei ministri mentre è in corso la seconda mattanza. Quel che preoccupa, è l’indifferenza o la lentezza delle organizzazioni internazionali deputate alla difesa dei diritti umani: tanto dell’Osa di Almagro, uno dei principali artefici dei colpi di stato contro governi di sinistra, o considerati tali, in America Latina, ma anche dell’Onu. L’intervento dei tribunali internazionali può mettere fine alla mattanza delle proteste e imporre il ripristino dello stato di diritto in Perù. Se una situazione simile si fosse verificata in Venezuela o in uno dei paesi non graditi a Washington, avrebbero già votato l’invio di truppe internazionali.

E quali strade restano da percorrere?

Il 23 gennaio avrà luogo in Argentina il vertice dalla Celac. Chiediamo ai paesi fratelli un pronunciamento, una dichiarazione finale di condanna della dittatura, da estendere ad altri organismi internazionali, come la Runasur, l’Alba... Chiediamo di sostenere la liberazione di Pedro Castillo, condannare gli omicidi di massa, le detenzioni arbitrarie, il ferimento dei manifestanti e la loro persecuzione, a cui si stanno prestando i media egemoni al soldo della dittatura.

Per costruire il golpe contro Castillo, i media si sono serviti e si servono del ricatto del “terrorismo”, il cosiddetto “terruqueo”, che hanno usato anche nei suoi confronti e che usano contro chiunque dissenta dal sistema dominante. Come ha preso corpo questo ricatto e cosa si può fare per contrastarlo?

Il cosiddetto terruqueo è uno degli elementi della guerra psicologica, usato in Perù per stigmatizzare e isolare chiunque dissenta dal modello economico e sociale imperante, per impedire ogni atteggiamento critico del governo. Viene da “terruco”, una parola inventata dalle forze repressive durante gli anni ’80 del secolo scorso quando esistevano le organizzazioni armate che volevano sovvertire il potere dello Stato. La loro azione venne qualificata come delitto di terrorismo. Un’accusa che si è poi estesa a tutti quelli che avevano convinzioni marxiste, a tutte le forme della lotta di classe. Tutti i sospettati di terrorismo venivano condotti nei sotterranei da una polizia politica specializzata, la Dircote. Si verificarono abusi, torture e detenzioni arbitrarie, imposte sulla base di rapporti di polizia presi alla lettera dalla magistratura, che li portava in tribunale per compiacere la dittatura di Fujimori, e su cui si comminavano ergastoli e lunghe pene detentive. Molte persone erano innocenti: delegati sindacali, studenti universitari come me, che non erano d’accordo con la dittatura. Io sono rimasto in carcere senza processo per 11 anni, probabilmente per fare pressione su mia madre, che era una dirigente di quartiere, e lavorava nelle occupazioni sorte alla periferia della capitale. Poi, sono stato assolto con formula piena, anche su richiesta dello stesso Pubblico Ministero. Ormai non c’erano più gli stessi giudici, era caduta la dittatura… Contro i “terroristi” si applicava e si applica il diritto penale del nemico, una legislazione speciale che oggi, per esempio, ha inserito il narcotraffico nel codice penale per perseguire i contadini cocaleros.

In base alla stessa logica, e pur in assenza di azioni armate, si sono messi in carcere avvocati e attivisti dell’organizzazione Movadef mediante la cosiddetta operazione Olimpo. Com’è stato possibile sul piano legale?

L’organizzazione Movadef è stata accusata di terrorismo perché ha tentato di iscriversi nel registro elettorale come partito politico e perché chiedeva un’amnistia sia per i prigionieri politici che per i militari e i poliziotti che hanno partecipato allo scontro armato degli anni ’80. Secondo l’accusa, l’idea di fare un partito legale veniva dai militanti detenuti di Sendero Luminoso, quindi si trattava di un’organizzazione terrorista che avrebbe potuto compiere azioni armate contro la sicurezza nazionale... Ma questo è un caso noto, che è venuto alla luce. Dietro, ve ne sono molti altri che riguardano studenti, operai, e che mi è capitato di difendere dall’accusa di violenze contro l’autorità. Per esempio, agenti dell’intelligence si sono infiltrati in una assemblea universitaria e hanno cominciato a filmare gli studenti che discutevano di problemi interni alla facoltà. Quando sono stati scoperti, hanno sparato. Gli studenti li hanno trattenuti fino all’arrivo della stampa e della magistratura, che poi ha accusato loro di violenza e sequestro, e non gli agenti. Quando vogliono colpire chi dissente, usano il codice penale contro chi sciopera, con il delitto di furto, sequestro. Quando hanno il potere dalla parte del manico se ne servono in tutte le maniere, sia a livello locale, come abbiamo visto con il lawfare contro Cristina Kirchner o contro Lula e contro Castillo, ma anche a livello internazionale, come vediamo con l’imposizione illegale di “sanzioni” al Venezuela o con il sequestro del diplomatico venezuelano Alex Saab.

Quali sono gli obiettivi della protesta popolare?

La lotta della popolazione, principalmente andina, non è concentrata nella capitale, dove sta arrivando ora. A mobilitarsi sono principalmente le comunità lontane, che sono un bastione contro la globalizzazione e contro l’ideologia ultra-liberista che la sostiene. Esigono la rinuncia di Dina Boluarte e un’Assemblea popolare costituente, ovviamente dopo la chiusura del Congresso. I popoli della sierra chiedono che se ne vadano tutti subito, che Castillo venga liberato e che possa convocare l’Assemblea costituente. Il presidente del Jurado nacional de elecciones ha detto che è possibile realizzare questo in tre mesi e arrivare a nuove elezioni. Benché nella capitale vi sia chi guarda con sufficienza alle comunità andine, queste hanno una loro piattaforma con contenuti definiti in cinque punti: Libertà immediata di Castillo; Rinuncia dell’usurpatrice e restituzione dell’incarico al presidente; Chiusura del Congresso golpista; Condanna dei responsabili della repressione; Assemblea popolare costituente per un nuovo patto sociale. Una lotta portata avanti dalle organizzazioni tradizionali delle comunità rurali, come la Union campesina, il Frente de Defensa, e che è andata aumentando a seguito dei massacri, quando le comunità che vivono a 4-5.000 metri sopra il livello del mare, hanno deciso di scendere a protestare. Comunità che rifiutano le finte rappresentazioni di chi si serve di loro per sedersi al tavolo con il governo golpista, e che ha fatto danni anche all’interno del governo di Castillo. Come diceva il poeta anarchico Manuel Gonzalez Prada, i massacri degli indigeni, considerati selvaggi da rimettere a posto, si sono ripetuti ciclicamente. Ma questa volta, le comunità andine vogliono che vada diversamente.

E il presidente Castillo, qual è la sua opinione? Qual è il suo bilancio di quanto è accaduto? Recentemente, è stata diffusa una sua dichiarazione di sostegno alle proteste.

Il presidente è tenuto in isolamento, non gli si permette neanche di telefonare alla famiglia, e passiamo il tempo a discutere della sua difesa. Appoggia la piattaforma in cinque punti, ma occorre chiarire che non ha nessun contatto con l’esterno.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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