Come si orienta Cuba socialista nella prospettiva di un mondo multipolare - Intervista esclusiva all’eroe cubano, René Gonzáles

Come si orienta Cuba socialista nella prospettiva di un mondo multipolare - Intervista esclusiva all’eroe cubano, René Gonzáles

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di Geraldina Colotti

 

Al foro internazionale intitolato “El lawfare contra Venezuela: a tres años del secuestro del diplomatico Alex Saab”, che si è concluso a Caracas, abbiamo intervistato René Gonzáles, presente al tavolo conclusivo. René è uno dei Cinque agenti cubani che avevano infiltrato gli anticastristi di Miami, e per questo ha trascorso 15 anni nelle prigioni nordamericane. 

Tornato nel suo paese, oggi è presidente del Club di aviazione di Cuba, un’organizzazione – spiega – che, dal 1930, è incaricata dello sviluppo degli sport aerei: dal paracadutismo al parapendio, all’aeromodellismo. Un settore che coinvolge circa 600 persone, che sta attraversando una crisi (“anche per via degli alti costi che implicano le attività”, dice René), ma su cui il governo ha deciso di investire.  

Il diplomatico venezuelano Alex Saab, è stato vittima di un doppio sequestro da parte degli Usa: il 12 giugno 2020, e poi il 16 giugno dell’anno seguente, quando la Cia lo ha trasferito nottetempo, da una prigione di Capo Verde a una di Miami. Come leggi questa vicenda? Vi sono punti in comune con il caso dei Cinque?

Direi di sì. Così come noi fummo uno strumento per perseguire Cuba, così Alex Saab è uno strumento per criminalizzare, oltre alla sua persona, anche un governo e una nazione.  Accusandolo di riciclaggio di denaro sporco, accusano il Venezuela, accusano un intero paese. Il processo contro di lui è ancora più assurdo del nostro: ancora più ridicolo perché, mentre nel nostro caso ci potevano accusare di essere spie, manipolando il termine, nel caso di Alex Saab non c’è nemmeno questo, e ne fanno una questione di “sicurezza nazionale”. Vogliono che dichiari il falso, che avalli le accuse contro il suo governo. Se lo facesse, potrebbe uscire, invece, come abbiamo fatto noi, mantiene una condotta ammirevole e per questo merita tutto il nostro rispetto e sostegno.


Alex Saab è un imprenditore, e questo suscita una certa reticenza nei movimenti di sinistra, benché non siano poche le figure come la sua, che hanno accompagnato lealmente la storia delle rivoluzioni. Che pensi al riguardo?

Un uomo che ha lavorato per aiutare il Venezuela a liberarsi dalla politica di strangolamento imposta dall’imperialismo, che ha difeso la vita dei venezuelani, merita rispetto, al di là che sia ricco o povero. Magari fosse stato un Rockfeller o un Bill Gates a fare questo. Nel XIX secolo, Francisco Vicente Aguilera, l’uomo più ricco di Cuba, è morto povero, perché ha dato tutto alla rivoluzione. Se Alex Saab avesse fatto qualcosa di poco condivisibile per noi, gli Usa non lo avrebbero sequestrato.

Tu hai conosciuto bene il sistema penale nordamericano. Che speranze ha Alex Saab di tornare libero?

Gli Stati Uniti attuano secondo i loro interessi. Dobbiamo organizzare una pressione sufficiente affinché i danni siano maggiori dei vantaggi che ottengono da questo assurdo processo. Allora lo libereranno, com’è stato per noi. I giudici rispondono al loro governo, quella dell’indipendenza della magistratura è una favola a cui nessuno crede. Spero si possa fare pressione quanto basta affinché lo liberino.

Com’è cambiata la strategia di destabilizzante contro Cuba dagli anni in cui l’avete contrastata voi?

L’obiettivo dell’imperialismo resta il medesimo, adattano solo la strategia alle circostanze. I gruppi terroristici che riuscimmo a infiltrare allora, avevano origine nell’attività della Cia all’inizio della rivoluzione. Non dimentichiamo che a Miami risiede la seconda base più importante della Cia a livello mondiale. A quell’epoca, molti cubani vennero addestrati al terrorismo e per anni furono una colonna portante dell’attacco alla rivoluzione. Quando, negli anni ‘90, li abbiamo infiltrati, molti di loro erano ancora attivi. Quando cade il campo socialista e per noi inizia il periodo especial, la loro attività che negli anni ’80 era un po’ diminuita, ha ripreso forza. Quel che accomuna i due momenti – quello degli anni ’90 e l’oggi -, è la riattivazione del sentimento di vendetta contro Cuba, o di rivincita, alimentato anche dalla situazione economica del paese. Allora come oggi, il governo Usa continua a creare la situazione economica che stiamo soffrendo. L’unica differenza logica è che ora esistono le reti sociali, che si sono trasformate in un campo di battaglia nella guerra di quarta generazione, e hanno una influenza diretta su alcuni settori dell’isola che vivono in condizioni difficili e ricevono un bombardamento che prima non esisteva. Questo tende a confondere molte persone, ingannate da quegli stessi che producono la penuria a Cuba. Credo si tratti di una differenza sostanziale, che dà all’imperialismo maggiore speranza di creare a Cuba la violenza che prima doveva importare dall’esterno.


Come durante i disturbi dell’11 luglio 2021?

Esatto. Oggi investono di più in questa variabile che, in base alla guerra di quarta generazione, mira a generare una situazione di caos e di violenza, che giustifichi un’invasione del paese. I propositi criminali sono gli stessi di sempre, ma con questa variante, che cerca di sfruttare un contesto di difficoltà economiche create dallo stesso imperialismo.

Vi sono stati altri tentativi destabilizzanti dopo l’11 luglio?

Ho avuto l’impressione – solo un’impressione, perché non ho prove di questo – che la violenza generata l’11 luglio abbia fatto ritrarre molte persone. La società cubana non è abituata a quel livello di violenza, non era concepibile vedere lancio di molotov a un ospedale, aggressioni. È ovvio che molte persone non fossero violente, ma che esprimevano la propria insoddisfazione. In quel contesto, la violenza ha preso il sopravvento, fomentata dalla propaganda, e ha creato la situazione che ho descritto prima. Ma ho avuto l’impressione che molti di quelli che non erano scesi in strada a protestare con fini violenti, si siano pentiti. Vi sono stati molti fermi, ma la maggior parte dei fermati è stata liberata perché si trovava sul posto a protestare, ma non aveva commesso violenze. E anche molti di quelli che sono in carcere per fatti gravi, si sono ricreduti. C’è chi ha ricevuto denaro, chi è stato istigato, chi era lì senza avere necessità economiche, e ora sta riflettendo sull’errore compiuto. La psicologia della moltitudine è complicata, soprattutto dalla guerra di quarta generazione, che agisce su un insieme di fattori per produrre scoppi violenti. Dopo, si è avuta solo qualche protesta isolata, soprattutto per la mancanza di elettricità, che rende tutto difficile in estate. Il governo Usa continua a usare questa via per strangolare Cuba, e noi dobbiamo cercare soluzioni ai problemi che abbiamo, che sono seri, affinché le persone stiano meglio e non si lascino trascinare in queste trappole. Di fronte alle difficoltà, non tutti hanno la capacità di vedere dove stia il nemico, e incolpano il governo, che invece cerca di risolvere i problemi. Così funziona la mente umana…


Dopo i disturbi dell’11 di luglio, vi sono stati dibattiti e proposte di dialogo con tutti i settori. Ci sono stati dei risultati?

Vi sono state alcune azioni immediate, interventi nei quartieri più problematici, molto dialogo con alcuni settori della popolazione, ma è un lavoro che deve continuare. Penso che manchi molto nel modo di comunicare con la popolazione. Mi preoccupa che il nostro discorso sia rivolto principalmente a quelli che sono già convinti, come se non vi fosse bisogno di raggiungere quelli che non lo sono, che non vedono il notiziario e non vengono attratti dalla rivoluzione, ma non sono necessariamente delle cattive persone. Dobbiamo migliorare la comunicazione sociale. A volte ci rimproverano di parlare troppo del bloqueo, ma non si tratta di parlarne di meno, piuttosto si tratta di spiegare meglio quel che succede con il bloqueo e quel che facciamo per contrastarlo. Non basta denunciare, dobbiamo aumentare il dialogo con chi non capisce l’origine delle difficoltà economiche. Logicamente, dobbiamo cercare di migliorare la situazione concreta, che è all’origine di tutto.

E in che modo? Quali sono le linee di politica economica per questo periodo di crisi?

Si sono prese alcune misure, che venivano richieste da anni, come quella della decentralizzazione, per stimolare vari attori sociali a confluire nella produzione e distribuzione di beni. Penso si siano fatti progressi, anche se la domanda è di molto superiore all’offerta e c’è scontento perché la maggior parte degli attori economici si dedica a esportare. Stiamo valutando. Io penso che alle imprese statali non si stia dando la forza e l’autonomia necessarie, e questo le penalizza rispetto ai nuovi soggetti economici che operano in condizioni più favorevoli. Si sta però facendo un grosso lavoro, considerando che il paese è da sei anni preda di un’aggressione diretta all’economia, che impedisce con qualunque mezzo l’arrivo di introiti, a cui si è aggiunta la pandemia che ha decimato le ultime attività economiche, quelle legate al turismo. Il compito che ha di fronte il governo, non è facile. Penso, però, si sia capito che l’eccessiva centralizzazione dell’economia ci ha provocato molti danni, e che ora occorre far funzionare i nuovi attori, dotandoci di un quadro normativo e di una stabilità finanziaria, che purtroppo non abbiamo. Però bisogna costruirla, perché i problemi da risolvere sono gravi e urgenti.

E c’è qualche modello da prendere come riferimento?

Dal secolo scorso, abbiamo appreso almeno una lezione: nessun socialismo è uguale all’altro. Penso fu un errore storico adottare il modello sovietico. Ognuno ha le sue caratteristiche, le sue risorse, le sue idiosincrasie, la sua maniera di vedere la vita, le sue aspirazioni, e il nostro modello è cubano. Ovviamente, dobbiamo apprendere dagli altri quel che ci può servire, ma in questo processo di prove e di errori, dobbiamo individuare un modello cubano: con una diversità di attori economici, con più gestione…

Quali sono gli attori economici?

Stiamo parlando dei cuentapropristas, delle cooperative, delle Pmi, delle imprese statali, che possono prendere diverse forme, non solo di proprietà, ma di gestione per avere più impatto nell’economia. Tutto questo si deve trasformare e deve funzionare come un sistema, sotto il controllo dello Stato, il che implica un approfondimento della democrazia socialista. Mi sembrano importanti la gestione operaia, l’autonomia dei municipi, i quali devono generare ricchezza e usufruirne con regole e bilanci trasparenti. Un sistema integrato che richiede tempo per essere costruito.

E dal laboratorio bolivariano, Cuba può imparare qualcosa?

Sempre si può imparare, anche se il Venezuela è partito da una base diversa…


Non ha fatto una rivoluzione tradizionale…

Esatto. In Venezuela si sta costruendo un progetto socialista, molto interessante, in uno Stato borghese, con una democrazia borghese. Penso ci sia molto da apprendere. Ci sono cose del modello venezuelano che non si adattano a Cuba, perché noi siamo riusciti a espellere dal paese tutta quella oligarchia di cui, comunque, i venezuelani hanno anche saputo approfittare, determinando alleanze con alcuni settori di quella classe, come ha fatto Evo in Bolivia. Ovviamente, l’altra parte continuerà a opporsi e a impedire che il modello si sviluppi, ma è comunque parte della generazione di ricchezza del paese. Inoltre, il Venezuela ha risorse naturali che noi non abbiamo, e anche una diversa estensione territoriale, ma sempre si può apprendere. I venezuelani hanno superato grandi ostacoli. Sono stato in Venezuela nel 2014, durante le “guarimbas”. E in comune abbiamo la stessa necessità di opporci all’aggressione imperialista.

C’è chi pronostica la fine della rivoluzione dopo la scomparsa di Raul. Cosa rispondi?

Lo dicevano anche quando c’era Fidel. Raul si è ritirato e c’è un governo che funziona. Mi sembra davvero infantile sperare che muoia qualcuno perché tutto cambi. Non è un problema di persone, non ho mai visto un processo rivoluzionario finire con la morte di un individuo. La destra ha una visione infantile e semplicistica della politica, della storia e delle situazioni.

È vero che c’è un aumento inusuale della criminalità a Cuba?

Occorre tener conto che la propaganda imperialista esagera qualunque dato, e che con le reti sociali si registrano episodi che prima non si vedevano, ma è probabile che ci sia stato un aumento. Occorre fare uno studio e soprattutto stare all’erta, al di là delle manipolazioni che vogliono dipingerci come il Salvador. Dobbiamo ammettere che i cambiamenti economici hanno prodotto differenze sociali, che creano ingiustizia e risentimento, componenti – tra gli altri – della criminalità. Purtroppo, i cambiamenti sociali ci avvicinano un pochino al mondo in cui ci vorrebbero trascinare, perché il denaro manca e il peso non può competere con il dollaro, creando mercato nero e più occasioni perché alcuni arrivino alla criminalità. Il dato curioso è che quegli stessi che organizzano campagne mediatiche contro Cuba, vogliono farci tornare a un mondo che è di certo peggiore e in cui la criminalità è “normale”. Ma anche se sappiamo che Cuba non è il paese che vogliono dipingere con la loro incoerenza, dobbiamo fare attenzione ai problemi che si sono creati in alcune comunità, in alcuni settori che hanno avuto un peggioramento delle loro condizioni di vita, Cuba non deve arrivare a una situazione che incrementi la violenza.

È vero che sono aumentati il machismo e la violenza contro le donne?

Anche qui c’è una campagna contro di noi. Tuttavia, penso che se aumenta la violenza in generale, aumenta anche quella contro le donne. Il patriarcato continua a essere la norma e Cuba non sfugge a questo, anche se ha avanzato molto in termini di uguaglianza e diritti delle donne. Tuttavia, anche se gran parte dei valori seminati dalla socialista per molti anni si sono mantenuti, laddove c’è stato un ritorno indietro, un’erosione di valori, è possibile che in alcuni settori vi sia stato un ritorno del machismo. Secondo me, questo è dovuto al tipo di relazione di produzione che abbiamo dovuto assimilare negli anni, perché il lavoro, che è la fonte di tutti i valori umani, è andato perdendo il suo valore.

E come?

Tutti i valori che l’umanità ha creato sono stati il frutto della relazione produttiva instaurata. Quando io ero giovane, negli anni in cui abbiamo potuto avvicinarci di più al socialismo e le speranze sembravano tutte a portata di mano, lavorando in un’impresa di proprietà sociale si creavano relazioni fraterne, relazioni di uguaglianza, e nuovi valori. A partire dal periodo especial, quando il lavoro non è stata più la fonte principale di sostegno perché abbiamo dovuto arrangiarci altrimenti, via via che il lavoro come creatore di valore materiale lasciava spazio ad altre forme di inventare e di adattarsi alle cose, i valori umani sunivano un’erosione. È tornata la prostituzione, che la mia generazione non aveva conosciuto. Nella misura in cui la persona tornerà a vedere nel lavoro la forma di mantenersi, recupererà disciplina, buon comportamento, affetto e forme solidali di vedere la vita.

Cuba – dice la propaganda - licenzia e non garantisce più il pieno impiego. È così?

Non la metterei in questi termini. Può darsi che alcune imprese dello Stato abbiamo chiuso e che ci sia stata una riconversione della forza lavoratrice, come conseguenza dei cambiamenti in corso, ma di certo questo non è avvenuto mediante licenziamenti massicci. Di certo, Cuba – che non butta fuori di casa nessuno, garantisce l’educazione e la salute - ha dovuto fare i conti con un eccesso di paternalismo e con un deficit produttivo delle imprese statali dovuto all’assicurazione di avere un salario anche senza lavorare. E anche questi sono anti-valori.

Come si orienta Cuba socialista nella prospettiva di un mondo multipolare?

Cuba ha sempre scommesso sulla multipolarità, di fronte a un mondo disfunzionale, risultato di secoli di colonialismo e della Seconda guerra mondiale, che ha portato sia il governo nordamericano che quelli europei a illudersi che i loro privilegi potessero durare all’infinito. I cambiamenti sono fisiologici, è ora che se ne rendano conto. L’altro mondo in cui crede Cuba, è un mondo di relazioni fraterne e di buon vicinato nella diversità, nel quale nessuno dica all’altro quel che deve fare.

Che pensi del conflitto in Ucraina?

È una situazione complessa. Da una parte c’è l’attacco di un paese all’altro, dall’altra parte il paese che ha attaccato, è caduto in una trappola preparata da anni. Ora, è difficile azzardare ipotesi sul perché il governo russo abbia deciso di entrare in quella trappola pur sapendo che esisteva, che quello era un conflitto creato e alimentato dagli Usa. Non mi azzardo a giudicare tutte le variabili che ha dovuto considerare un uomo come Putin che fino a quel momento, era emerso come l’unico vero statista, di fronte a tanti lacchè degli Stati Uniti. Non lo condanno, né lo celebro, la storia giudicherà dai risultati. Di certo non avrei voluto trovarmi nei suoi panni quando ha preso la decisione, per la quantità di cose da soppesare: quel che rappresentava l’Ucraina per la Russia rispetto al fronte della Nato, il Donbass, le conseguenze diplomatiche, politiche e militari di quel che andava a fare. Dev’essere stata una decisione assai complicata. Di sicuro, ha messo una bella spina nel fianco al sistema che ruota intorno agli interessi imperialisti, e già molti stanno perdendo il rispetto per gli Usa. Per il resto, giudicherà la storia.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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