Come fa l’Iran a mantenere il controllo sullo stretto di Hormuz?

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di Giulio Pizzamei*

Trump annuncia il contro-blocco dello stretto dopo il fallimento delle operazioni volte a renderlo sicuro dagli attacchi iraniani. Nonostante le migliaia di attacchi subiti le forze iraniane continuano a dettare legge sulla strategicamente fondamentale area marittima, ma come?

Donald Trump ha recentemente annunciato il blocco navale dello stretto di Hormuz. Questa mossa, volta a tentare di prendere in mano la strategia di pressione economica iraniana, mette la coalizione israelo-statunitense in seria difficoltà per quanto riguarda il supporto interno e internazionale per la guerra, date le già pesanti conseguenze della chiusura dello stretto sul mercato internazionale del petrolio e sulla vita giornaliera di una buona parte della popolazione globale. Nonostante le enormi quantità di denaro e risorse investite in questa guerra da due delle più grandi potenze militari del nostro tempo, le forze aeree e navali americane ancora non riescono a garantire la sicurezza di una relativamente piccola superficie marittima, ma perché?

La campagna di bombardamento israelo-statunitense in Iran per ora è caratterizzata dal vasto utilizzo di preziose armi ad alta efficienza e potenziale distruttivo e i risultati sono notevoli. Teheran ha subito pesanti bombardamenti ogni giorno e le capacità produttive e logistiche iraniane sono state colpite duramente. Tutto ciò, a parte qualche inevitabile perdita dovuta all’attrito e alla resilienza iraniana, è stato portato avanti con relativa impunità da parte degli aggressori, che hanno sfruttato al massimo il divario tecnologico e produttivo a loro favore.

Gli attacchi sono stati compiuti con precisione e frequenza, eppure è molto improbabile che, anche con i più aggiornati dati di intelligence e un’alta efficienza degli strike, le forze israelo-americane riescano a rendere completamente inoffensive le forze aeree e navali iraniane. Le postazioni di lancio di droni e missili da crociera sono spesso facilmente trasportabili e nascondibili, oltre che relativamente facili da rimpiazzare. Ciò, unito alla relativa semplicità di produzione di questi sistemi, significa che anche gruppi militari o paramilitari isolati e con poche risorse, per esempio le fazioni di resistenza irachene, possono dispiegare munizioni praticamente senza preavviso e senza una complicata rete logistica alle spalle.

Questo è un aspetto fondamentale del controllo iraniano sullo stretto di Hormuz in quanto le sue capacità offensive possono essere fortemente degradate ma mai completamente sconfitte. Ciò significa che, mentre mano a mano che la distruzione delle infrastrutture militari iraniane viene portata avanti diminuiscono le possibilità che una nave che provi ad oltrepassare il blocco dello stretto venga colpita, queste non possono mai arrivare a zero. Anche ipotizzando che le probabilità di una nave civile venga colpita siano molto basse, per esempio al 5%, ciò è abbastanza per rendere il rischio troppo alto per le ciurme e per le aziende in carico della navigazione sicura del vascello. Questo è dovuto a vari motivi, tra cui i prezzi imposti dalle compagnie assicurative e la disponibilità delle ciurme a rischiare la morte. Bisogna mettere in conto che, mentre un militare in missione accetta di base una certa percentuale di rischio di ferimento o morte, in alcuni casi alto addirittura fino al 50%, per un lavoratore civile anche una minima possibilità di essere colpiti non è contemplabile in quanto quando hanno accettato questo lavoro non era prevista. Quindi, mentre magari potrebbe essere anche possibile per un buon numero di navi oltrepassare il blocco senza conseguenze, la sola intenzione iraniana di colpirle blocca effettivamente il traffico marittimo. Ciò rende la via diplomatica l’unica veramente capace di aprire lo stretto di Hormuz, via che però sembra essere stata abbandonata dopo i falliti negoziati di Islamabad.

 

*Studente alla scuola di giornalismo Lelio Basso

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