Antiterrorismo ed antidroga in Afghanistan

Antiterrorismo ed antidroga in Afghanistan

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Dopo l'abbandono dell'Afghanistan da parte degli USA e dei paesi della coalizione e la salita al potere dei Talebani, si era immaginato una crescita esponenziale del terrorismo di matrice islamica e della produzione di eroina. Si era pensato ad un ulteriore incremento della produzione di papavero da oppio e maggiori “esportazioni” del prodotto finito (eroina) per incrementare gli introiti economici del paese e sostenere il terrorismo. Sembra essere accaduto il contrario e proviamo a comprenderne i motivi.



di Sandrino Luigi Marra*

Con la partenza degli USA dall'Afghanistan a conclusione degli accordi di Dhora, si era immaginato la trasformazione del paese in un centro mondiale del terrorismo e dei traffici illeciti legati in particolar modo alla produzione di oppiacei. D'altronde l'Afghanistan nel momento della partenza della coalizione, si stimava producesse il 95% di  eroina destinata al mercato Europeo, che conta un milione di consumatori del derivato oppiaceo.

 

Lotta al terrorismo jihadista.

Nel campo del jihadismo islamico è accaduto che i talebani hanno avviato una campagna di antiterrorismo aggressiva e senza quartiere che ha colpito sia cellule che formazioni  dell'IS (Stato islamico), che gruppi di diversa estrazione ad essi collegati. I metodi adottati non possono essere considerati esattamente ortodossi poiché i talebani contemplano anche l'eliminazione fisica, come accaduto per la cellula responsabile dell'attentato avvenuto all'aeroporto di Kabul nell'Agosto 2021 durante l'evacuazione delle truppe statunitensi che era costata la vita a 13 militari e a decine di persone in fuga che cercavano di imbarcarsi sui voli americani. Ma nell'arco di circa due anni gli attentati di matrice IS all'interno dell'Afghanistan si sono ridotti di oltre il 75% in tutto il paese.

Lotta alla droga.

Sul lato lotta droga, i talebani hanno riemanato il bando alla produzione di oppio, già adottato nel 2001 e che al tempo aveva azzerato la produzione stessa. Poi l'invasione dell'autunno del 2001 e gli accordi successivi per la lotta al terrorismo tra i delegati di Bush ed i signori della guerra (nemici dei talebani) aveva riportato la produzione ai livelli precedenti. Tale divieto oltretutto non era stata una idea esclusiva dei talebani, al contrario era frutto di una strategia dell'Onu della fine degli anni 90, non solo per l'Afghanistan, che aveva come obiettivo per quanto possibile l'azzeramento delle produzioni di oppio e di coca con la riconversione a produzioni agricole, il progetto “un mondo libero dalla droga” su proposta di Pino Arlacchi. Di fatto per l'Afghanistan la conversione, dato il bassissimo guadagno per i contadini è obiettivamente realizzabile, e i talebani ora padroni del paese, ne stanno cavalcando l'onda anche perchè tale politica ha portato al crollo dell'80% dell’eroina destinata al mercato europeo e potrà essere anche elemento di contrattazione per aiuti economici nel futuro. Ancor più da circa un anno la politica interna di lotta alla droga, si è concretizzato con una campagna mediatica e di azione rivolta alle decine di migliaia di eroinomani presenti nel paese. Sotto l'egida della cura e della prevenzione alla tossicodipendenza, hanno attuato una vera e propria caccia al tossicodipendente, con una sistematica ricerca di drogati di ogni età e “l'accompagnamento” presso strutture carcerarie per programmi di disintossicazione e rieducazione. Tutto ciò in base alla prescizione del Corano che vieta l'uso (e la produzione) di intossicanti.

 

La condizione femminile.

D'altronde i talebani non sono nuovi a questo genere di atteggiamento, anche se alcune questioni possono apparire delle contraddizioni, essi spesso anche in passato hanno provocato per poi trattare. L'esempio tra questi, oltre alla lotta agli stupefacenti, quando fino ad un recente passato ne erano produttori e detentori dell'esportazione, è la condizione della donna che è stata fortemente condizionata dal loro ritorno. I talebani non si sentono in colpa per la loro politica contro le donne, ma sono anche disposti a trattare su alcuni aspetti, in cambio di aiuti economici. Anche se agli occhi occidentali certe proposte come detto appaiono delle contraddizioni (la condizione femminile) e quasi irricevibili, i talebani si sentono vincitori di una guerra di liberazione e non hanno intenzione di farsi dettare regole sociali da chi si preoccupa della condizione delle loro donne, dopo che questi stessi interlocutori ne hanno uccise decine di migliaia dentro e fuori le loro case con bombe, droni e incursioni aeree. D'altronde la morte di migliaia di civili a opera di droni programmati per bombardare gli assembramenti (in funzione antitalebana)  è stata una carneficina che ha creato in una parte importante della popolazione un profondo odio  verso gli americani, e tale argomento diviene anche fonte di imbarazzo quando verso la condizione femminile afghana si prova a fare pressione sociale.

Nonostante ciò per i talebani i diritti delle donne non sono un tabù definitivo, ma un argomento su cui discutere e sanno fin troppo bene che ciò non è solo un dito negli occhi per gli occidentali, ma anche un problema morale per gran parte dei paesi musulmani che disapprovano certi atteggiamenti.

 

Effetti e risultati.

Le campagne antiterrorismo ed antidroga, che forse sono anche un viatico per simpatizzare con la popolazione, hanno in effetti al momento ottenuto importanti risultati anche fuori dal paese, in considerazione come detto, del crollo del mercato dell'eroina in Europa, oltre alla riduzioni d'intensità delle azioni terroristiche dell'Is nel paese. Potrebbero divenire elementi di contrattazioni per investimenti economici ed aiuti, che si ritrova con le infrastrutture (quelle poche che esistevano) distrutte da decenni di conflitto, ma di cui volente o nolente hanno necessità di implementare e costruire, coscienti che non è possibile pensare di gestire un paese con le condizioni socio economiche del momento. Come afferma Pino Arlacchi che in passato ha avuto modo di interloquire con i leader talebani in più occasioni, essi possono essere sorprendentemente flessibili di fronte a proposte di aiuto allo sviluppo che siano credibili e rispettose dei diritti di tutti. Indubbiamente bizzarri e contraddittori ma sicuramente aperti al dialogo, molto meno rozzi e violenti rispetto al passato, potrebbe aprirsi un dialogo con i talebani di oggi in nome dell'antirerrorismo e dell'antidroga, mettendo anche sul tavolo i diritti delle donne afghane, purchè ci sia la volontà, la pazienza, e l'attività diplomatica scevra da condizionamenti culturali e politici. In questo l'Italia potrebbe proporsi come paese europeo, anche in virtù dell'esperienza politica e diplomatica dello stesso Pino Arlacchi già sottosegretario generale per l'ONU ed operante nell'ambito del controllo delle droghe e prevenzione del crimine.  

 

*Università di Parma

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