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Nessuna civiltà nella storia si è preoccupata più ossessivamente dei diritti dell'amore perché nessuna civiltà nella storia ha conosciuto meno occasioni per amare.
 
Nessuna civiltà si è preoccupata di più della libertà degli affetti perché nessuna ha coltivato più sistematicamente la solitudine, il rancore, la rabbia.
 
L'autonomia, o indipendenza, è stata una virtù molto lodata nell'antichità soprattutto con riferimento alle comunità o ai popoli, dove coincideva spesso con il principale concetto di libertà.
 
Oggi libertà e autonomia sono venerati esclusivamente nella sfera individuale, e come tali li si reputa valori assoluti, tali per cui ogni loro incremento è per definizione salutato come un progresso.
 
E in effetti ci dirigiamo con tutte le nostre forze verso un mondo in cui idealmente nessuno dovrebbe avere più bisogno di nessuno, e dove finalmente saremo sgravati dalla necessità di interagire con gli altri.
 
La lodevole ricerca dell'autonomia personale diviene così il diritto di principio di potersi sottrarre liberamente ad ogni appartenenza, e di sopprimere ogni dipendenza. Appartenenza e dipendenza sono ora il male, sono sistematicamente dipinte come forme dell'oppressione.
E dopo tutto appartenenza e dipendenza creano una condizione terribilmente onerosa per la forma di individualità moderna, perché estendono la nostra identità ponendoci per ciò stesso in una condizione di pesantezza e ricattabilità.
 
Se ci tieni davvero a luoghi e persone puoi essere colpito in quei luoghi e in quelle persone.
 
Se invece ti sei purificato da tutto ciò che non sia un io minimo, vacuo e flessibile, sei agile, mobile, svincolato, pronto a cogliere ogni occasione, e quella dopo, e quella dopo.
 
Ciò da un lato ti rende adattivo in un sistema di mercato universale, dove il tuo compito è quello di inserirsi in modo elastico negli 'slot' che vengono messi a disposizione dalla grande macchina globale. Dall'altro questa conformazione non ti espone emotivamente e non ti lega a nulla, riducendo così le fonti di sofferenza (sofferenza che, peraltro, soggettività destrutturate ed autoreferenziali non sono assolutamente più in grado di sopportare).
 
Perciò l'utopia cui stiamo lavorando è quella di monadi che vivranno in cubicoli mobili predisposti ad ogni trasferimento, con famiglie in scatola, composte di figli prodotti con donatori anonimi o acquistati sul mercato, tenuti da un* tat* a nolo, un magazzino di sex toys o qualche professionista per i bisogni sessuali.
 
E magari una chat con un algoritmo che ha superato il test di Turing per soddisfare i residui atavismi di socialità.
 
Saremo così gloriosamente indipendenti, autonomi, liberi da ogni vincolo, giudizio e valutazione.
 
E ce ne vanteremo dal nostro cubicolo, postando selfie su Instagram e contando ansiosamente i like.

Andrea Zhok

Andrea Zhok

Professore di Filosofia Morale all'Università di Milano

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