Alto funzionario britannico in pensione: "Niente è più pericoloso di un trattato di pace pieno di difetti"

Alto funzionario britannico in pensione: "Niente è più pericoloso di un trattato di pace pieno di difetti"

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Da Voci dall'Estero

Da Aurelien, funzionario britannico di alto livello ora in pensione (di cui abbiamo già tradotto qui un altro pezzo sul contesto strategico della guerra in Ucraina), una trattazione sugli accordi di pace che sfugge alla semplicistica opposizione guerra/pace, per entrare nel merito dei rischi di negoziati fatti nel momento sbagliato o sotto influenza di capitali straniere, lontane dal campo di battaglia e prive del senso di realtà. Con riferimento ai precedenti storici, alla situazione attuale dell'Ucraina e alla questione più generale del nuovo ordine di sicurezza in Europa. 

(Grazie a un'ottima segnalazione di @BuffagniRoberto)

 

Aurelien*, 30 novembre 2022

 

C'è una differenza fondamentale tra uno stato di pace e un trattato di pace. La storia è piena di disastri provocati da trattati negoziati al momento sbagliato o imposti a dei partecipanti riluttanti. Con l'Ucraina,  non vogliamo ripeterci.

(Nota: Parte di ciò che segue è tratto da un articolo commissionato alcuni anni fa da un think-tank europeo, ma mai pubblicato perché considerato troppo controverso. E non sono stato nemmeno pagato.)

La nostra società considera la pace sempre preferibile al conflitto e alla guerra, almeno in linea di principio. Gli operatori di pace vengono benedetti, come anche i loro risultati, per quanto discutibili possano rivelarsi. L'annuncio di un trattato di pace o anche di un cessate il fuoco - come recentemente in Etiopia - è visto come una buona notizia, senza ambiguità. Inoltre, si presume che la pace sia l'ordine naturale delle cose e che una volta che le "cause sottostanti" siano state affrontate e alcuni individui malvagi condannati per una cosa o per un’altra, allora la pace avverrà naturalmente e tutti la accoglieranno con favore.

Non è sempre stato così. Per la maggior parte della storia umana, la guerra è stata considerata normale e persino lodevole. In alcune opere di Shakespeare si dice che una pace troppo lunga porti alla decadenza. La guerra, al contrario, è un'opportunità per atti di valore ed eroismo, i grandi leader generalmente erano grandi comandanti di guerra, e i grandi comandanti erano coloro che avevano sbaragliato eserciti nemici, ucciso un gran numero di nemici con le proprie mani, bruciato le loro città e schiavizzato i loro popoli. "Saul ne ha ucciso a migliaia, ma Davide a decine di migliaia", cantavano esultanti le donne israelite nel primo libro di Samuele, senza mostrare molta preoccupazione per i parenti degli uccisi.

Ora, questo non vuol dire necessariamente che alla gente comune piacesse molto la guerra: era vista nel migliore dei casi come un male inevitabile, e in realtà aver vissuto durante la Guerra dei Cent'anni, o la Guerra dei Trent'anni, deve essere stata un'esperienza terrificante e veramente traumatizzante per molte persone. Ma anche così, il richiamo di "andare a fare il soldato", di compiere azioni coraggiose e fare fortuna lungo la strada, sembra essere una parte persistente della psiche umana, recentemente riscontrabile nel fango e nel sangue dell'Ucraina.

Tutto questo è cambiato progressivamente negli ultimi duecento anni, non perché il mondo sia cambiato, ma perché la narrazione dominante al riguardo è cambiata. Come ho già sottolineato, il liberalismo non ha mai veramente compreso le questioni della guerra e della pace. I conflitti “scoppiano”, le nazioni “precipitano nella” violenza, a volte perché le persone coinvolte sono stupide, a volte perché sono “imprenditori della violenza” che sfruttano “rimostranze reali, anche se esagerate” per i propri scopi. A guardare con occhio critico, i conflitti non sono mai davvero su “qualcosa”, e così i negoziati di pace, accolti con favore da tutti e idealmente facilitati da quella strana bestia ibrida che è la comunità internazionale, possono invariabilmente risolvere anche le controversie più irrisolvibili se esiste la volontà di farlo, e la pace durerà se vengono affrontate le “cause sottostanti”.

Un momento di riflessione suggerisce che questo modello dei mali del mondo è tratto dal diritto dei trattati e dalle trattative pattizie, come la gran parte del pensiero liberale. Un trattato di pace può quindi essere paragonato alla creazione di un cartello per controllare la vendita di un particolare prodotto in un particolare mercato. Ci saranno dure trattative, ma alla fine si potrà trovare un compromesso che soddisfi tutti. Poiché nella visione liberale il conflitto riguarda in ultima analisi il potere e le risorse, esso può essere risolto secondo la stessa logica: tanto a te, tanto a me. Il problema è che il mondo nel suo insieme non funziona così.

In particolare, i conflitti di solito riguardano qualcosa di pratico e sono spesso situazioni binarie a somma zero, in cui qualcuno (di solito la parte più debole) perderà, qualsiasi accordo di pace si faccia. Così il “conflitto” in Medio Oriente, ad esempio, non riguarda l'odio e la sfiducia reciproca tra ebrei e palestinesi, ma è piuttosto un conflitto su chi deve possedere la terra dove i palestinesi hanno vissuto fino al 1949. Alla fine, tu ed io non possiamo possedere entrambi la stessa casa, e in un conflitto vincerà il più forte. Sebbene le cause profonde del conflitto possano teoricamente essere affrontate in un accordo di pace, in molti casi ciò è impossibile senza assegnare effettivamente la vittoria a una delle parti. Qui potremmo ricordare l'inversione di Michel Foucault della famosa formula di Clausewitz: la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. Anche quando un'autorità politica pone fine alla guerra, le future relazioni politiche restano ancorate all'equilibrio di forze che era presente alla fine del conflitto. Quindi i trattati di pace e le istituzioni a cui essi danno origine non sono neutrali, ma riflettono l'equilibrio del potere politico e militare al momento della firma.

Allo stesso modo, il presupposto che il conflitto sia essenzialmente irrazionale (o altrimenti non si verificherebbe), e quindi possa essere risolto attraverso i valori liberali della razionalità e della logica, in realtà sottovaluta l'importanza delle stesse motivazioni irrazionali. L'osservazione di David Hume secondo cui "la ragione è schiava delle passioni" è stata confermata in modo evidente dalle scoperte della moderna neuroscienza, che ci dice che la maggior parte delle decisioni sono effettivamente prese dalla nostra mente inconscia su basi emotive, e che la mente cosciente serve in gran parte a fornire a posteriori delle giustificazioni razionali ad hoc. Ecco perché il ruolo della paura nel provocare e prolungare il conflitto è così poco compreso. La paura, infatti, è il più grande generatore di conflitti, e per definizione non è affrontabile con argomentazioni razionali o con un'attenta stesura degli articoli dei trattati di pace. Il rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Burundi al tempo della crisi ruandese ha detto in un'intervista che ciò di cui quel paese aveva bisogno non erano le forze di pace, ma gli psichiatri: “hanno tutti paura l'uno dell'altro. Quando stringo loro la mano, sono grondanti di sudore”. In tali circostanze, non c'è motivo di fidarsi di nessuno e tutti i motivi per vedere cospirazioni ovunque.

I presupposti liberali vedono anche la pace e la guerra come opposizioni binarie. Sul campo la cosa non appare necessariamente così. Molti sistemi politici esistono in uno stato di costante blando conflitto, che attraversa uno spettro di maggiore o minore gravità a seconda della situazione politica. La violenza è allora uno strumento come un altro, da usare quando è opportuno, e mettere da parte a favore della trattativa o della politica quando non è produttiva. In un paese come il Libano, ad esempio, la violenza è il linguaggio con cui le diverse fazioni e i loro sponsor stranieri parlano e negoziano tra loro. Lo spettro spazia da violente manifestazioni di piazza ad omicidi, autobombe e conflitti aperti, ognuno dei quali invia un messaggio calibrato, che viene compreso dagli altri. Chiaramente, un "accordo di pace" in tali circostanze è irraggiungibile, e credere che sia stato effettivamente negoziato è pericoloso.

Né gli accordi di pace sono universalmente graditi: anzi, il conflitto offre molti vantaggi, sia ai grandi che ai piccoli. Porta attenzione politica, denaro, investimenti e operatori umanitari e soldati stranieri con denaro da spendere. Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente come certi conflitti vadano avanti nell'interesse di tutti i principali attori. (Altrimenti sarebbe inconcepibile che il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo sia durato così a lungo). Definire queste persone "sfruttatori" è poco adeguato: per la maggior parte stanno semplicemente rispondendo in modo intelligente ai dettami e alle opportunità della situazione.

Quindi ci sono molte ragioni per volere che un conflitto di bassa intensità vada avanti, con solo perdite modeste e di conseguenza pochi incentivi per arrivare a una vera pace, nella quale, come ci ricorda David Keen in un importante studio, "... le funzioni politiche ed economiche della guerra non scompaiono semplicemente…. la pace è spesso molto violenta, mentre il dopoguerra si rivela essere, troppo spesso, un periodo prebellico». Quindi è più probabile che il leader intelligente di un paese o di una fazione, a meno che non stia perdendo malamente, preferisca una certa quantità di conflitto alle incertezze della pace. Ciò non significa, ovviamente, che parlare di pace, o anche firmare un accordo di pace, venga escluso se risulta tatticamente vantaggioso. Ma nella maggior parte delle culture diverse dalla nostra, firmare un accordo di pace è una decisione politica, mentre dargli attuazione è un'altra. In ogni caso, prima di promettere di firmare e rispettare un accordo di pace, un leader intelligente si farà due domande:

 

  • -       La firma di questo accordo di pace promuoverà i miei obiettivi politici?
  • -       Se lo implemento, sarò ancora vivo alla fine di un certo periodo minimo?

Eppure, nonostante tutte queste difficoltà e debolezze, i trattati di pace vengono quasi sempre firmati, anche se dopo sfociano in nuovi conflitti. Perché è così?

Innanzitutto, è importante distinguere tra due tipi di trattati efficaci. Uno (spesso, in pratica un armistizio) può essere considerato un trattato amministrativo.  Anche la resa incondizionata deve essere organizzata in qualche modo, dopo tutto. Tradizionalmente, tali trattati venivano imposti ai vinti dal vincitore (la sconfitta francese del 1870-71 ne è un buon esempio), ed era normale che la parte perdente pagasse le spese della parte vittoriosa, come in una causa giudiziaria. Questo era il modello ancora in funzione all'epoca dei negoziati di Versailles.

Il secondo è un trattato sostanziale, in cui le differenze devono essere appianate, gli obiettivi confrontati l'uno con l'altro ed è concordata una soluzione politica che si spera possa essere duratura. Si tratta di un genere di trattato tipico delle guerre a obiettivi limitati della prima età moderna, come il trattato di Utrecht del 1713, che pose fine alla guerra di successione spagnola. In tali trattati, tutti concordano sul fatto che la guerra è durata abbastanza a lungo, che è improbabile che ulteriori combattimenti risolvano qualcosa, ed è giunto il momento di parlare. Nel 1713 era chiaro che i francesi avrebbero scelto un nuovo re in Spagna, ma c'erano tutta una serie di altre questioni da risolvere tra i governanti d'Europa.

Curiosamente, la maggior parte dei trattati di pace negoziati nei tempi moderni non rientra in nessuna di queste categorie. Forse è per questo che così tanti trattati falliscono e portano a ulteriori conflitti. Questi trattati tendono ad essere imposti, o almeno fortemente incoraggiati e favoriti, dall'esterno, da nazioni e individui che condividono idee largamente liberali sulla pace e la sicurezza, e quindi piuttosto dissociati dalla realtà. Ora, sebbene al momento tutte queste idee non siano molto evidenti nel caso della guerra in Ucraina (piuttosto, le stesse onde radio stanno cedendo sotto il peso della sete di sangue liberale-umanitaria) arriverà un punto in cui “i colloqui di pace” saranno necessari, o almeno possibili, e in quel momento quasi sicuramente riaffioreranno le tradizionali idee liberali. Ho già suggerito che in linea di principio dobbiamo diffidarne: ci sono alcuni casi in cui nella pratica hanno funzionato in modo disastroso e che ci possono fornire alcuni spunti di riflessione nel contesto dell'Ucraina.

Uno è il predominio da parte di forze estere, che possono influenzare pesantemente una o più parti e in effetti fornire gran parte del materiale per il trattato finale. Ciò è accaduto a Versailles e nei negoziati associati, dove Wilson con la delegazione americana ha beneficiato del suo status di banchiere delle potenze dell'Intesa e di Capo di Stato. Sono arrivati anche con un programma di regole significativo e poca conoscenza ed esperienza pratica sia dell'Europa e del Medio Oriente, sia dell'arte della negoziazione. La Conferenza di Parigi è stata anche la prima in cui un gran numero di Stati o non erano rappresentati come negoziatori, o nella migliore delle ipotesi si ponevano in modalità supplichevole, a mendicare favori da inglesi, francesi e americani. Le grandi potenze erano, in larga misura, in grado di disporre come meglio credevano.

Questo modello continua ancora oggi, con l'ulteriore complicazione che i negoziati di pace possono essere dominati non solo da stati esteri, ma anche da politici e media di capitali nazionali lontane dall'azione. Durante il conflitto in Bosnia, un armistizio generale sarebbe stato possibile in qualsiasi momento dopo il 1993, probabilmente sulla falsariga del piano di pace Vance-Owen. Ma l'opinione politica in un certo numero di capitali occidentali, lontane dall'azione e dal costante accumularsi di cadaveri, ha ostacolato qualsiasi accordo che "ricompensasse l'aggressione", indipendentemente dal fatto che la gente del posto lo volesse. Nelle parole agghiaccianti di un politico olandese, ciò che serviva era "un accordo che soddisfi il nostro senso di giustizia". Ma non era il solo, e il governo americano, sollecitato da influenti Ong, è riuscito ancora per qualche tempo a ostacolare la pace. Commenti simili sull'Ucraina sono già stati fatti. Questo atteggiamento di moralismo distaccato, lontano dalla realtà sul campo, può portare a negoziati di pace strutturati per soddisfare le esigenze di sistemi politici al di fuori della zona di conflitto.

Nel caso dell'Ucraina, sembra abbastanza ovvio che, una volta che l'occidente si sarà avvicinato all'idea dei negoziati, è probabile che voglia tentare di determinarne l'esito. Ma dal momento che l'occidente avrà poca o nessuna influenza sui russi, cercherà di compensare cercando di gestire sino ai minimi dettagli la parte ucraina. Ciò avrà (almeno) due ovvie conseguenze. Una sarà quella di mettere prima di qualsiasi considerazione degli interessi del popolo ucraino, o addirittura delle prospettive di pace, ciò che è “accettabile” per l'occidente, e che può essere venduto bene ai cittadini, ai parlamenti e ai media. La tentazione, infatti, sarà quella di cercare di costringere gli ucraini a prendere nei negoziati una linea più dura di quanto sia effettivamente ragionevole, o addirittura praticabile. Un’altra è che qualsiasi unità di intenti che l'occidente possa avere all'inizio svanirà rapidamente, e diversi paesi occidentali, a titolo individuale o insieme, negozieranno separatamente con diverse fazioni all'interno o al di fuori del governo ucraino.

Gli attori esteri stessi, ovviamente, hanno i loro programmi gli uni con gli altri e all’interno del proprio paese, e molto dipende dal fatto che abbiano o meno uno status ufficiale nei colloqui. È difficile immaginare che gli Stati Uniti, la NATO e l'Unione europea semplicemente osserveranno da lontano i negoziati sull'Ucraina senza cercare di influenzarli, ma ovviamente più attori ci sono in un negoziato, più le geometrie diventano complesse. È probabile che le relazioni tra questi attori (che comunque in gran parte si sovrappongono) diventino tese molto rapidamente. C'è anche una differenza fondamentale tra facilitare le negoziazioni fornendo competenze e aiuti logistici e mettersi semplicemente in mezzo e cercare di influenzare il risultato. L'accordo globale di pace per il Sudan del 2005, ad esempio, ideato in gran parte dall'estero, ha prodotto un testo di gran lunga troppo complesso e ambizioso per essere attuato e in conclusione ha portato prima all'indipendenza, e poi all'implosione, del Sud Sudan. In ogni caso, non è raro che negoziati anche formali siano destabilizzati dalle attività di singoli grandi attori: un esempio sono i negoziati sullo Statuto di Roma del 1998, in cui altre parti hanno fatto di tutto per far entrare gli Stati Uniti nella formulazione del trattato finale, soltanto per scoprire poi che il presidente Clinton aveva paura di sottoporlo al suo Senato per la ratifica.

Un altro rischio è un approccio eccessivamente tecnico a problemi che sono in realtà profondamente politici e potrebbero non avere una facile soluzione. Sebbene la narrazione più diffusa sulla prima guerra mondiale, in accordo con la letteratura degli anni '20, parli di una "guerra inutile" piena di "stragi insensate" che "non ha risolto nulla", la verità è piuttosto diversa. La guerra ebbe la sua prima origine nella logica della sostituzione dei possedimenti imperiali sparsi con i nuovi stati-nazione, e nei conseguenti problemi di quali sarebbero stati i confini di questi stati-nazione, e come sarebbero stati stabiliti. (La risposta alla seconda domanda sfortunatamente è stata semplice: con la violenza.) In pratica la questione si risolveva nel futuro degli imperi Asburgico, Ottomano e Romanov, e se ognuno di essi potesse riuscire a contenere le proprie pressioni centripete interne. Altri temi sussidiari comprendevano il problema di chi avrebbe controllato gli ex territori ottomani, se quell'impero fosse crollato, e dove sarebbero stati posti i confini tra gli stati successori degli imperi Romanov e Asburgico, così come la piccola questione se il principale potere militare in Europa dovesse essere la Francia o la Germania.

A queste domande è stata data in parte risposta con la guerra stessa, come anche  con gli anni di conflitto che ne sono seguiti, e con la serie di trattati solitamente indicati come "Versailles". In difesa di Lloyd George, Wilson e Clemenceau, si può dire che hanno fatto del loro meglio, di fronte a problemi che erano intellettualmente e politicamente molto più complessi di quanto essi potessero affrontare. Ma il loro approccio effettivo ricordava un negoziato del diciottesimo secolo, in cui i territori venivano scambiati tra sovrani, piuttosto che un mondo in cui il sentimento popolare nazionalista e la politica democratica cominciavano ad avere una reale influenza. Quindi probabilmente sembrava un'idea intelligente assegnare i Sudeti di lingua tedesca al neonato stato della Cecoslovacchia, per dotarlo di una frontiera difendibile. Che cosa avrebbe potuto andare storto?

Per molti versi, quell'incapacità di cogliere il quadro generale, che ora riusciamo a vedere più chiaramente, è parallela all'incapacità delle nostre élite politiche, intellettuali e mediatiche di capire cosa sta succedendo oggi in Ucraina e, cosa più importante, intorno all’Ucraina. Quello che stiamo vedendo sono in realtà due fatti: il definitivo scioglimento delle tensioni inerenti alla situazione alla fine della seconda guerra mondiale, e la successiva creazione di un nuovo ordine di sicurezza in Europa, dove prevarranno o gli Stati Uniti o la Russia. E se entrambi questi fatti sembrano riecheggiare il periodo 1914-21, ebbene, forse sì: in tal senso è giusto dire che la prima guerra mondiale “non ha risolto nulla”, perché gli assetti definitivi nella storia sono rari. Come accadeva un secolo fa, questi grandi problemi insormontabili contengono molti piccoli problemi insormontabili, come le ultime disposizioni per la cessione delle repubbliche dell'ex Unione Sovietica, il destino dei confini stabiliti con la forza dopo il 1945, la progressiva depopolazione dei paesi dell'est in declino e la questione se l'attore dominante in Europa debba essere la Francia o la Germania. In mezzo ad altri, ovviamente.

Nel 1914 la somma delle tensioni politiche esistenti in Europa produsse una situazione che non poteva essere risolta pacificamente: Francia e Germania non potevano scambiarsi la proprietà dell'Alsazia e della Lorena a settimane alterne, e la Polonia o esisteva o non esisteva. Il risultato è stata la violenza. Allo stesso modo, oggi, l'apparentemente irresistibile marcia verso est dell’ordinamento liberale si è scontrata direttamente con la massa veramente irremovibile dell'opposizione russa. In teoria, quest'ultimo caso avrebbe potuto essere affrontato con una certa cautela, almeno per un po', ma, come ho sostenuto, ciò sarebbe avvenuto a costo di creare una crisi esistenziale nella cultura liberale occidentale. In pratica, probabilmente la collisione era inevitabile.

Ora è importante non lasciarsi trasportare dai confronti storici. Una guerra generalizzata in Europa non accadrà ora, anche perché l’occidente in senso lato non ha i mezzi per combatterla. Ma i due momenti sono, direi, di gravità e significato paragonabili. Ciò significa che i tentativi di tamponare il problema ritarderanno soltanto lo scenario peggiore, e questo scenario sarà probabilmente ancora peggiore di quanto sarebbe stato altrimenti. L'unica cosa che, forse, potrà stabilizzare la situazione è se le sarà consentito di svolgersi completamente, cosa che probabilmente accadrà comunque. (Spiegherò questo sentenzioso commento tra un attimo.)

Un ultimo rischio (ne bastano tre) è che i partecipanti ai negoziati semplicemente non abbiano alcun reale interesse a concluderli positivamente. Sembra ovvio, ma c'è una storia pluridecennale di forzature per arrivare a un accordo - un qualsiasi accordo - tra le parti di un conflitto armato, per poi rimanere scioccati quando tutto è andato terribilmente storto. Il classico caso moderno è il trattato di pace di Arusha del 1993 per il Ruanda, che ha diviso il paese, il governo e le forze di sicurezza più o meno in parti uguali, tra l'RPF, i rappresentanti della vecchia classe aristocratica in esilio, e l'allora governo di coalizione esistente a Kigali, escludendo tutte le altre forze politiche. In un Paese e in una regione dove le stragi erano uno strumento tradizionalmente basilare della politica, ed il concetto stesso di negoziazione e compromesso era sempre stato assente, il Trattato in se stesso ha destabilizzato la situazione e reso di fatto inevitabile una ripresa della guerra, con le terribili conseguenze che ne sono derivate.

Ma può essere vero anche il contrario. Dopo il rilascio di Nelson Mandela nel 1990 e la revoca del bando dell'ANC e del Partito Comunista, le varie parti hanno dovuto trovare una via da seguire. Sebbene ci fossero piccoli gruppi di intransigenti in luoghi diversi, la stragrande maggioranza degli attori (come la stragrande maggioranza della popolazione) riconobbe che le uniche scelte erano un accordo di qualche tipo, o un'apocalittica spirale di morte per il paese. Non c'è niente che concentri così tanto la mente sulla ricerca di soluzioni come la prospettiva della distruzione in caso di fallimento. E in tal senso, se molti degli accordi presi tra il 1990 e il 1994 possono essere, e sono stati, pesantemente criticati, ciò non toglie che la volontà politica condivisa di uscire dall'impasse sia riuscita ad abbattere tutti gli ostacoli.

Nel caso dell'Ucraina, è importante distinguere i diversi tipi di "accordi", ognuno dei quali può essere soggetto ad alcuni dei problemi sopra discussi. Potrebbe essere utile considerarli in sequenza. In primo luogo, la fine dei combattimenti richiede accordi tecnici di qualche tipo. Ci sarà una linea oltre la quale i russi non intendono andare, ci saranno problemi di sicurezza e ordine pubblico nelle città vicine, molti casi di persone che hanno la necessità attraversare la linea di controllo, sorveglianza da entrambe le parti, indagini sulle violazioni degli accordi, e così via. Tali accordi sono negoziati meglio a livello locale, da coloro che dovranno attuarli. La storia suggerisce che gli “osservatori internazionali” e ancor più le forze di interposizione, nel migliore dei casi non aggiungono nulla e nel peggiore dei casi possono essere manipolati e diventare parte del problema.

Tali accordi provvisori a un certo punto dovranno essere inclusi in un accordo generale che stabilisca i futuri confini e la composizione politica dell'Ucraina. La storia suggerisce che non è ragionevole aspettarsi troppo dai documenti, perché la pressione per raggiungere un accordo porta inevitabilmente a compromessi, che potrebbero essere deprecati e persino abbandonati in seguito. In particolare, è difficile credere che un qualsiasi governo ucraino prevedibile nel prossimo futuro sarebbe abbastanza unito e avrebbe abbastanza controllo del paese da firmare ed attuare un accordo vincolante. Come precedente storico, si consideri il caso del trattato anglo-irlandese del 1921, aspramente divisivo, che richiese importanti concessioni da entrambe le parti. FE Smith, uno dei negoziatori britannici, disse in seguito a Michael Collins, capo della delegazione irlandese: "Potrei aver firmato la mia condanna a morte politica". A cui Collins diede una risposta preveggente: "Potrei aver firmato la mia condanna a morte reale". Fu assassinato pochi mesi dopo. Oppure si consideri il caso dei delegati dell'UCK ai colloqui di Rambouillet sul Kosovo nel 1999, dove il capo della delegazione (che in realtà era solo un portavoce dei comandanti militari) fu obbligato a dire alla delegazione statunitense che, se avesse firmato il testo proposto del trattato, al suo ritorno sarebbe stato ucciso.

Tutto ciò suggerisce che non ha molto senso cercare di negoziare per l'Ucraina una soluzione politica onnicomprensiva, con un insieme ampio ed elaborato di regole per l'attuazione. Un simile accordo conterrebbe probabilmente in sé i semi della sua distruzione: approssimativamente, come abbiamo visto, più complesso è l'accordo, maggiore è la probabilità che le cose vadano male. Al contrario, una semplice bozza di accordo - un'Ucraina smilitarizzata e un po' più ridotta, senza alcuna influenza occidentale - sono facili da capire e anche essenzialmente solidi. È questo che bisognerà tenere presente, anche se il formalismo russo e l'inevitabile tendenza dei negoziati a sollevare problemi complessi che invitano a soluzioni complesse lo renderanno difficile. Il coinvolgimento di parti estere dovrebbe essere contrastato il più possibile, perché in realtà c'è poco a cui possano contribuire ed è improbabile che una particolare parte estera sia accettabile per entrambe le parti. E tale coinvolgimento comporta i suoi problemi: la convenzione secondo cui un governo degli Stati Uniti non è vincolato dai trattati firmati dal suo predecessore, per esempio, non aiuta.

Infine, c'è la questione più ampia del nuovo ordine sulla sicurezza in Europa che emergerà dopo il conflitto. Anche in questo caso, non è molto utile parlare in termini di trattati e accordi formali, perché, nella misura in cui vi si arriverà, sarà un lavoro di rifinitura dopo che le linee politiche principali si saranno già assestate. In effetti, è un classico errore supporre che gli accordi formali cambino le cose: non è così. Quelli di successo, almeno, registrano semplicemente il fatto che le cose sono cambiate. Il problema fondamentale di questo nuovo ordine sulla sicurezza è facile da enunciare: solo una potenza estera può avere un'influenza decisiva sull'Europa occidentale. Possono essere gli Stati Uniti o la Russia, ma non possono essere entrambi allo stesso tempo.  Dopo il 1945, ci fu una demarcazione geografica tra i due, con delle regole non scritte che la sostenevano. Sebbene non ci sia mai stato un trattato di Guerra Fredda, la situazione era notevolmente stabile e le due grandi potenze generalmente evitavano di sfidarsi direttamente l'una con l'altra. Dopo il 1989, gli Stati Uniti sono avanzati costantemente, fino a quando, all'inizio di quest'anno, non hanno sbattuto contro un muro. Ora è possibile vedere un nuovo ordine, non con gli Stati Uniti del tutto estromessi, dal momento che la vita non funziona così, ma con un ruolo americano in Europa nettamente ridotto, e il riconoscimento de facto dell'influenza russa. La NATO probabilmente continuerà in qualche forma, e potrebbero anche esserci alcune unità militari statunitensi che rimangono aggrappate alla periferia, ma questo sarà in gran parte teatro. Ora, non c'è motivo di pensare che i russi vorranno emulare le pratiche statunitensi di coinvolgimento diretto con paesi europei, basi militari e così via, e in effetti non ne hanno bisogno. Sarebbe sufficiente un riconoscimento, generalmente inteso, ma tacito, che il nuovo regime è: americani fuori, russi dentro e tedeschi (ancora) giù.

Più a lungo va avanti la guerra, più è probabile che appaia sul campo un assestamento del secondo e del terzo tipo, dopodiché potrebbe non essere nemmeno necessario formalizzarli in un trattato. Nessuno, ovviamente, vuole che le guerre continuino per il gusto di farle, ma, come ho sostenuto, i tentativi di utilizzare negoziati e trattati per fermare i conflitti che in realtà hanno una dinamica inarrestabile, in definitiva non fanno che peggiorare le cose. Al contrario, alcune guerre, come quella in Bosnia, alla fine hanno termine quando le parti sono esaurite. Per quanto l'idea possa sembrare poco allettante, alcune crisi devono solo essere lasciate a risolversi da sole, se mai dovrà esserci un risultato stabile che abbia una possibilità di durare.

 

* L'autore scrive sotto lo pseudonimo di Aurelien, e di sé dice di aver fatto una lunga carriera professionale nel governo durante gli anni della Guerra Fredda, e di aver poi passato passato un bel po' di tempo a insegnare e scrivere, soprattutto per un pubblico accademico e professionale. In sostanza, dice di aver girato abbastanza il mondo, incontrato abbastanza persone e fatto abbastanza cose da avere un'idea di come le cose funzionino nella vita reale...

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