Alleati o satelliti sacrificabili?

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Alleati o satelliti sacrificabili?

 

di Daniele Lanza

L’asse euro-atlantico a partire dalle ultime settimane – ossia dall’apertura di un nuovo grande fronte bellico sullo scacchiere del vicino oriente – si trova senza dubbio nel momento più complicato della propria storia. Al di là dell’imbarazzo di fondo nel dover gestire e supportare – o perlomeno non contrastare – il “mega alleato” d’oltreoceano in una vistosa infrazione al diritto internazionale (dopo anni che si è cavalcato tale concetto in Ucraina contro il Cremlino), si pongono anche gravi interrogativi pratici: in che misura Washington si cura veramente dei propri cosiddetti alleati, che peso reale hanno questi ultimi ai suoi occhi e in ultima istanza che futuro potrà ancora avere l’asse filoamericano incarnato nella Nato e nella UE. 

L’iniziativa, fulminea ed imprevista, di Trump mette tristemente in risalto il modus operandi della potenza d’oltreoceano che inizia conflitti militari, persino di notevole peso, senza quasi consultare i propri alleati: si iniziano guerre (non dichiarate legalmente) in Iraq, Afghanistan, Ucraina e molti altri contesti, per poi ritirarsi quando l’impeto si è esaurito, incuranti delle eventuali ripercussioni sui paesi satellite. Il punto di fondo, inesprimibile, è quanto per la potenza a stelle e strisce gli alleati (subalterni) siano o meno sacrificabili, e l’aggressione degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran ne è una conferma lampante.

L'offensiva è scattata con la sicurezza assoluta che le basi americane e lo Stato ebraico fossero protetti con una cupola antimissile, senza curarsi del fatto che un analogo scudo anti missile – di per sè estremamente costoso come lo “iron drome” israeliano – non sia alla portata dei paesi alleati più vicini, dai quali territori sono partiti i primi raid. I conseguenti, prevedibili, attacchi di ritorsione iraniani contro le basi americane in Medio Oriente hanno gettato nel panico le petrolmonarchie arabe geopoliticamente sotto l’ala americana.

In parole altre gli interessi naturali degli stati arabi del Golfo non sono stati presi in considerazione: la Casa bianca, incurante del fatto che questi stati necessitino di pace per poter mantenere il proprio tradizionale benessere, hanno scatenato una guerra non dichiarata contro una potenza regionale come l’Iran, ottenendo subito un assaggio delle loro capacità militari (che seppur non alte quanto l’occidente, sono comunque in grado di infliggere danni gravissime alla capacità industriali degli stati arabi confinanti). Praticamente da un giorno ad un giorno all’altro la loro vita abituale è stata capovolta, droni e missili iraniani hanno fermato la produzione di idrocarburi e spaventato i turisti, e l’ombrello americano non si è rivelato infallibile quanto si credeva.

La realtà è che tali capi di stato pensavano di essersi guadagnati il ??favore e la protezione di Washington permettendo a Israele di colpire liberamente decine di migliaia di palestinesi, per ritrovarsi tuttavia traditi essi stessi, alla mercè ora dei missili iraniani: gli stati arabi del Golfo si sono ritrovati ad essere pedine sacrificabili nel nome di un interesse superiore.

Tutto questo getta naturalmente un’ombra ambigua sulla natura della politica estera statunitense, non tanto nei confronti degli “stati canaglia” (quello è chiaro), ma soprattutto nei confronti dei propri “protetti”.

Lo scenario peggiore per gli sceicchi del petrolio è la chiusura dello Stretto di Hormuz: un evento che sarebbe un disastro per gli Stati del Golfo e per l’Arabia Saudita per le evidenti ricadute economiche.  In realtà tale processo si è già messo in moto a giudicare dagli eventi che si susseguono rapidamente: le petroliere in fiamme, gli impianti di gas liquefatto colpiti, gli hotel a cinque stelle danneggiati con il conseguente azzeramento del turismo.

In definitiva sembra che le decisioni geostrategiche di Tel Aviv abbiamo messo gli stati del Golfo (come gli stessi Stati Uniti in fondo) in una situazione di cui è difficile prevedere il proseguimento: un solo giorno di guerra costa al contribuente americano una cifra altissima, ma le perdite dei paesi del Golfo sono ancora maggiori, dato che devono ricostruire da zero fabbriche e stabilimenti. La logistica in una guerra con l’Iran del resto è un compito oltremodo arduo: si parla di uno stato di grandi dimensioni – non facilmente invadibile come altri – che dispone all’estero di una rete di gruppi per procura, che  possono condurre per anni la guerriglia e lanciare attacchi missilistici contro gli alleati degli Stati Uniti in tutta la regione.

L'Iran non è l'Iraq del 2003 (questo è il nodo centrale) ma un soggetto geopolitico con una popolazione di oltre 85 milioni di persone, sparse su un terreno montuoso e un programma missilistico sviluppato con Pechino e Mosca alle spalle: il deflagrare di un conflitto convenzionale diretto – ovvero con invasione terrestre – trasformerebbe l’Iran in un secondo Vietnam ma di dimensioni assai maggiori, forse il rischio più imponderabile che un’amministrazione statunitense si sia assunto negli ultimi 40 anni di storia politica e militare.

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