Uno stato democratico partecipativo

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di Michele Blanco*

Ritorna fondamentale l’esigenza di uno Stato che sia “non solo … scudiero - o ancella - del mercato, curatore dei suoi molteplici fallimenti

La globalizzazione liberista, il progresso scientifico, le enormi, e sempre più, crescenti diseguaglianze, la grande e gravissima emergenza ambientale richiedono una nuova ed urgente risposta teorica, politica fatta di concreti interventi sociali. Perché sappiamo bene che senza freni “il capitalismo, per proliferare, ha bisogno di sfruttare sempre nuovi territori in cui poter espandersi, ma poi, come succede ai parassiti che non possono alimentarsi senza distruggere le condizioni della propria sopravvivenza, non appena realizza l’obiettivo, esaurisce anche la fonte del proprio nutrimento”. Le gravissime emergenze ambientali e sociali, ma non solo, ci dimostrano come l’analisi del capitalismo parassitario fatta da Rosa Luxemburg sia stata più che pro- fetica e, purtroppo, a distanza di un secolo, attualissima. Sullo stesso argomento, negli anni molto più recenti, abbiamo avuto degli avvertimenti, anche da ambienti molto più vicini al potere economico.

Nel 1972 venne pubblicato il primo rapporto del Club di Roma nel quale si chiariva l’interconnessione fra l’espansione economica incontrollata e la produzione di rischi crescenti per la vita. Infatti con la pubblicazione del Rapporto sui limiti dello sviluppo umano del 1972 è la stessa idea di progresso economico, fino ad allora concepito come un grande processo lineare ed espansivo, che comincia ad incrinarsi. Per la prima volta vengono delineate le conseguenze dell’aumento continuo della popolazione sull’ ecosistema terrestre. La scienza lancia un appello sulla questione dei limiti, ma la maggior parte dei governi dell’Occidente industrializzato ignora o sottovaluta l’analisi del Rapporto e procede speditamente a finanziare il proprio sistema di welfare attraverso un sostanziale aumento della pressione fiscale, particolarmente sulle classi sociali medie e basse, dei disavanzi di bilancio e del debito pubblico complessivo, permettendo ai profitti da capitale di potere evadere tranquillamente. Le disuguaglianze di reddito sono inesorabilmente aumentate in tutti i paesi avanzati e sono diventate il problema centrale del capitalismo di oggi, nella sua feroce versione neoliberista. “Comunque le si valuti, le teorie neoliberiste compromettono istruzione, salute, aumentano disuguaglianze e riducono le quote di reddito destinate ai lavoratori; di tali effetti non è possibile dubitare” (N. Chomsky).

Che i vincitori sarebbero stati i potenti, l’aveva capito uno dei più noti miliardari del mondo, Warren Buffett, che già nel 2006, intervistato dal New York Times, aveva affermato: “Certo che c’è guerra di classe, ma è la mia classe, la classe ricca che la sta conducendo, e noi stiamo vincendo”, (M. D’Eramo , DominioLa guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli, 2020). Porgiamo attenzione alle parole: “guerra” e “invisibile”: “la metafora militare è appropriata, poiché di una vera e propria guerra si è trattato, ma di una guerra condotta in larga misura senza l’ impiego delle armi”; “Invi- sibile”, in quanto “non sono state, in primo luogo, le armi a farla uscire vincente bensì l’affermarsi di una precisa rappresentazione del mondo attraverso un capillare lavoro che, poco a poco, ha indotto la maggioranza degli umani ad accettare come vere alcune menzogne spacciate come fatti, come dati empiricamente confermati”.

Così ci hanno convinti, con una costante e forte campagna di marketing che il mercato costituisce un fenomeno naturale che possiede la capacità di sapersi autoregolare; convinzione di fatto, e più volte, smentita dalle ricorrenti crisi. Nel 2005 e nel 2007 le economie dei singoli paesi occidentali infatti non si sarebbero salvate dal tracollo senza consistenti interventi pubblici, fatti, principalmente, per salvare le grandi banche private. È falsa l’idea che non esistano alternative all’attuale sistema economico, il capitalismo finanziario globale come unico futuro pensabile. È più appropriato parlare di miti ideologici, rappresentazioni che, da transitorie, contingenti a una determinata situazione, diventano immutabili, eterne. Basti pensare al falso mito dei vantaggi che la società ricava dalla riduzione delle tasse ai ricchi.

Uno sguardo anche frettoloso alle economie mondiali rivela senza ombra di dubbio che i Paesi più poveri, sono quelli dove è più bassa la pressione fiscale. Ci hanno fatto credere che del costante, crescente aumento di ricchezza dei ricchi avrebbero beneficiato anche i poveri, cosa che nella realtà si è rivelata cosa falsissima. E pochi anni dopo, ricorda ancora D’Eramo, lo stesso Buffett “ribadiva il concetto non più che i ricchi questa guerra di classe la ‘stavano vincendo’ ma che ‘l’avevano già vinta’”. Una lotta dunque conclusa, dopo circa cinquant’anni, con successo e vinta non dal basso, della scala sociale, ma dall’alto.

Ritorna fondamentale l’esigenza di uno Stato che sia “non solo … scudiero – o ancella – del mercato, curatore dei suoi molteplici fallimenti e paraurti dei suoi effetti più dirompenti, ma anche  come ente autonomo, capace di intervento discrezionale e visione progettuale: uno Stato innovatore e investitore … protettore e pianificatore; uno Stato che possa far fronte alle molteplici cause di ansia, vulnerabilità e incertezza che attanagliano le nostre società” (P. Gerbaudo). Senza cadere nello sbaglio che ha caratterizzato gli ultimi decenni, delle politiche mondiali, che ha portato tanti, troppi, a ritenere come naturale e normale il neoliberismo come unica possibilità a cui tutti si dovevamo sottostare.

In tanti hanno commesso questo grande errore anche, soprattutto, i partiti della sinistra europea, che hanno governato, probabilmente molto male, dimostrando una generale subalternità nei confronti delle idee dominanti, invece di combattere la scoraggiante condizione di debolezza politica in cui oggi versano i salariati e i ceti popolari. Una sinistra che dovrebbe riprendere le fila di quanto di meglio la civiltà europea sia riuscita a realizzare nel secondo dopoguerra: Lo Stato sociale. Invece negli ultimi anni la sinistra di governo è stata incurante degli interessi del popolo, delle persone bisognose d’aiuto, non opponendosi alla demolizione dello stato sociale e all’insicurezza che esso genera. Restano due alternative: governare il capitalismo con la politica partecipativa e democratica o lasciargli proseguire la sua marcia sfrenata verso la ricerca di un sempre maggior profitto, in una prospettiva nella quale i diritti risultano essere solo d’impaccio.

Mi piacerebbe auspicare una società giusta che si basi su una logica di accesso universale ai servizi fondamentali: salute, istruzione, lavoro, salario e retribuzioni differite per gli anziani (sotto forma di pensione di anzianità) e disoccupati (sotto forma di sussidio di disoccupazione). Una società con l’obiettivo di trasformare l’intero modello distributivo dei redditi e della ricchezza con una maggiore diffusione e distribuzione del potere e delle opportunità. L’ ambizione per tutti dovrebbe essere quella di contribuire alla nascita di un nuovo modello di società, più giusto e con meno disparità. Una società libera dove, come ha scritto Frances Wright: “L’uguaglianza è l’anima della libertà; non c’è, di fatto, nessuna libertà senza di essa”.

*Articolo pubblicato  su “La Fonte periodico dei terremotati o di resistenza umana”, gennaio 2023, ANNO 20, n. 1, p. 18.

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