Tassare i ricchi

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di Michele Blanco*

Thomas Piketty, esperto mondiale nel campo della disuguaglianza, ha proposto una tassa globale sulla ricchezza, applicata a livello mondiale

Negli ultimi tre decenni, l’1% della popolazione più ricca nel mondo ha accumulato il doppio delle ricchezze del restante 99% del resto degli abitanti del nostro pianeta. Elon Musk ha pagato per anni una aliquota fiscale effettiva del 3% circa, mentre una piccola commerciante di riso in Uganda pagava il 40% del suo reddito. Lei vive con 80 dollari al mese e Musk con 180 miliardi in dollari statunitensi di patrimonio stimato. Una possibile soluzione è chiara per sanare questa disuguaglianza: dobbiamo tassare i ricchi. Persino il presidente degli Stati Uniti Biden ha da pochi mesi proposto una tassa per i miliardari del suo Paese.

Con un’imposta al massimo fino al 5% sul patrimonio degli ultra-ricchi si potrebbe riscuotere abbastanza denaro per far uscire dalla povertà 2 miliardi di persone. Dal 2021 abbiamo assistito ad una profonda conversione persino del Fondo Monetario Internazione che indica come prioritari gli “investimenti in infrastrutture digitali per aumentare la capacità produttiva e rafforzare l’assistenza sociale”, sottolinea che risulterà “essen-ziale” migliorare la capacità e progressività fiscale. Cioè serviranno maggiori prelievi fiscali, ma meglio distribuiti tra i cittadini, facendo pagare effettivamente le tasse soprattutto a chi è veramente ricco. Il direttore generale dell’FMI, Kristalina Georgieva afferma che “una tassazione progressiva è un elemento chiave di una politica fiscale efficace”. Ma è soprattutto Vitor Gaspar, ex ministro delle finanze portoghese, al Financial Times a dichiarare che “i lavoratori ad alto reddito e le aziende che hanno prosperato nella crisi del coronavirus dovrebbero pagare tasse aggiuntive per mostrare solidarietà a coloro che sono stati colpiti più duramente dalla pandemia”. Una tassa temporanea aiuterebbe a ridurre le disuguaglianze sociali che sono state esacerbate dalla crisi economica e sanitaria”.

La Wealth Tax Commission britannica ritiene che una tassa patrimoniale una tantum dell’1% solo sui patrimoni sopra il milione di sterline frutterebbe 260 miliardi di sterline (oltre 300 miliardi di euro) in 5 anni. Il grande valore simbolico e finanziario di una simile tassa di scopo favorirebbe così una coesione sociale oggi quanto mai fondamentale. In gran parte delle economie più sviluppate del mondo la disuguaglianza di reddito è aumentata sensibilmente a partire dalla fine dagli anni ‘70. Malgrado questo nella seconda metà del XX secolo la crescita economica è stata costante ed è ripartita con slancio dopo la crisi finanziaria del 2008/09. Eppure la grande ricchezza generata non è arrivata a tutti. Ci sono stati grandi vincitori, un piccolo numero di persone, ma anche grandi sconfitti, la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Le cause sono tante e riguardano principalmente le politiche fiscali, la tecnologia, la globalizzazione, la deregolamentazione, l’istruzione, il forte indebolimento dei sindacati e le assurde politiche di austerità.

Certo in un sistema basato sull’economia di mercato è inevitabile un certo grado di disuguaglianza, ma le differenze estreme possono avere conseguenze gravi e certamente, inutili e ingiustificate. Ted Howard, cofondatore dell’istituto di ricerca “Democrazia collaborativa”, ritiene che solo tre individui, Bill Gates, Jeff Bezos e Warren Buffett, posseggano una quantità di ricchezza superiore ai 160 milioni di statunitensi più poveri. Di conseguenza “il problema non è legato solo alla giustizia economica, ma anche alla democrazia. È possibile mantenere una cultura e uno stato democratici quando la distribuzione della ricchezza non è affatto democratica? Si tratta di una minaccia molto seria”.

L’aumento della disuguaglianza può produrre anche risultati economici negativi. Qualsiasi economia rischia di soffocare se milioni di persone non possono contribuirvi. Il ragionamento che ha prevalso negli ultimi quarant’anni è che la crescita economica rappresenta l’antidoto più efficace contro la disuguaglianza. Se la torta è più grande, tutti avranno una fetta più grande. Uguaglianza e lavoro La scelta del metodo per ridurre la disuguaglianza dipende molto dall’opinione che si ha del lavoro e del suo valore. Il lavoro duro merita un guadagno maggiore? I banchieri e gli imprenditori sono più importanti degli infermieri e dei medici? Finora le armi principali nella lotta alla disuguaglianza sono state le tasse e la spesa pubblica. La tassazione progressiva e i trasferimenti di ricchezza sono importanti, ma non sono l’unico modo per combattere le diversità di reddito e di ricchezza. Ma alcuni dati sembrano dimostrare l’efficacia della politica fiscale.

Nel Regno Unito, senza tenere conto della redistribuzione attraverso le tasse e i servizi, il 20% più ricco guadagna dodici volte di più rispetto al 20% più povero. Una volta inseriti nell’equazione i trasferimenti di ricchezza e la pressione fiscale, però, il divario risulta più che dimezzato. Importanti economisti e politici hanno sposato la causa del reddito di base per garantire una rete di sicurezza e scongiurare la povertà, mentre altri ritengono preferibile una spesa mirata in favore dei più bisognosi.

C’è anche chi vorrebbe concentrarsi su un aumento della spesa per l’istruzione e i servizi. Thomas Piketty, esperto mondiale nel campo della disuguaglianza, ha proposto una tassa globale sulla ricchezza, applicata a livello mondiale con la supervisione di organismi internazionali, mentre l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha proposto di aumentare le tasse di successione per evitare l’estrema concentrazione della ricchezza. Ma questi tagli delle tasse sono temi politici molto delicati e spesso non si riescono ad applicare a causa di stratagemmi complessi che sfruttano un mondo sempre più globalizzato, dove il capitale può superare i confini statali eludere il pagamento delle tasse e raggiungere i paradisi fiscali.

Il solo parlare di tassa sulla ricchezza, tra l’altro, fa scattare i consueti allarmi sulla possibilità che un’ economia possa perdere gli investimenti dei ricchi spingendoli a lasciare il paese. Come raccomandato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, le tasse sui super-profitti devono essere introdotte ovunque nel mondo.

Le aziende farmaceutiche hanno visto i loro profitti aumentare a dismisura grazie alla pandemia, anche se i vaccini sono stati sviluppati soprattutto grazie a sussidi pubblici. Anche il settore alimentare, dove gli oligopoli sono molto diffusi, ha tratto ingiustificati vantaggi dalla situazione. È proprio speculando sui mercati di prodotti alimentari di base come il grano che un altro settore, quello finanziario, sta realizzando profitti senza precedenti. E non parliamo delle aziende digitali, grandi vincitrici della pandemia e campioni di strategie di elusione fiscale.

Le multinazionali non sono entità fantasma. Quando i loro profitti aumentano, sono i loro principali azionisti a beneficiarne, anche se in modo discreto. Misure fiscali da rivedere. In Italia la situazione è veramente grave e preoccupante. Il sistema fiscale italiano, da moltissimi anni, versa in una crisi gravissima che ne mina il corretto funzionamento: non risponde più ad una tassazione progressiva, come previsto dal dettato costituzionale, tanto da mettere in discussione la stessa legittimazione democratica. Evasione ed elusione fiscale di intere categorie di contribuenti nascondono al fisco parte importante della loro base imponibile.

Le rendite finanziare sono molto avvantaggiate. La frammentazione del sistema di imposizione, per cui non solo le diverse tipologie di reddito sono trattate con ingiustificata differenza, ma esistono differenziazioni anche all’interno di tali categorie, costringe, pure a parità di reddito, i contribuenti a subire prelievi molto diversi. Il trattamento difforme dei diversi redditi di capitale, il cui onere varia da 0 al 26%, influisce negativamente su una corretta allocazione del risparmio, e quindi sugli investimenti. Le aliquote effettive IRPEF, con aliquote implicite molto elevate, creano effetti negativi sulla trasparenza delle imposte: a causa del sistematico svuotamento della base imponibile, la progressività del prelievo è riservata ai soli, sempre più tassati, redditi di lavoro dipendente e pensione. Sarebbe necessaria una pianificazione fiscale aggressiva dei gruppi multinazionali, che sostanzialmente eludono ed evadono le tasse.

L’arretratezza del catasto penalizza fortemente i proprietari di immobili di minor pregio rispetto a quelli di maggior valore. Il sistema di riscossione totalmente inefficiente determina la concessione di costanti e periodiche cancellazioni di ruoli, di cui molti sarebbero perfettamente esigibili. Il ricorso continuo a misure di definizione agevolata dei carichi tributari comporta la quasi certezza dell’ impunità per l’infedeltà fiscale. Vi è mancanza di volontà politica per trovare le soluzioni legislative e amministrative necessarie a consentire il pieno utilizzo di tutte le banche dati sia per il contrasto preventivo dell’evasione sia per l’efficientamento dell’attività di riscossione.

Diventa chiaro che tutti i princìpi fondamentali di un buon sistema fiscale sono in Italia inapplicati, con gravi conseguenze non solo di disparità di trattamento, ma anche di distorsioni economiche che determinano una riduzione della crescita. Sono ormai numerosi gli studi che dimostrano come una significativa riduzione dell’evasione fiscale, conseguita a parità di pressione fiscale complessiva, determinerebbe un significativo aumento del PIL italiano, oltre che, in prospettiva, alla diminuzione del carico fiscale per tutti i cittadini. Ma purtroppo la delega fiscale approvata dal Governo non affronta, anzi trascura ed ostacola la necessità di rendere il fisco la casa di tutti e non più un sistema di abusi, privilegi, ingiustizie e iniquità. Figuriamoci se possiamo essere pronti a far pagare effettivamente le tasse ai super-ricchi.

*Articolo pubblicato su “la Fonte, periodico dei terremotati o di resistenza umana”, GIUGNO 2023, ANNO 20, n. 6, pp. 18-19.

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