Storia e tradizioni. Perchè ogni tentativo di rivoluzione colorata in Iran è destinata al fallimento

Storia e tradizioni. Perchè ogni tentativo di rivoluzione colorata in Iran è destinata al fallimento

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“Il Medio Oriente è sempre meno affascinato dal decadente mondo occidentale e sempre più attratto dall’asse russo-cinese rappresentato nella regione proprio dall’Iran. Con un tale viatico è difficile immaginare che rivoluzioni colorate e Piazze Maidan si possano avere in un Paese che ha un tale futuro davanti, e gli iraniani lo sanno”

 

 

di Fulvio Bellini - esperto di questioni geopolitiche ed internazionali; collaboratore di “Cumpanis”.

 

L’Iran: confine fisico e metafisico del mondo occidentale

In questo articolo ci occuperemo di un Paese che ha sempre ricoperto un ruolo rilevante nella storia dell’Occidente: un ruolo da oppositore, da modello alternativo, da specchio dei pregi e dei difetti delle civiltà europee, ma soprattutto limite fisico e anche metafisico delle pulsioni espansive verso l’Oriente: la Persia ovvero l’Iran.

È la Persia che, sotto i regni di Dario il Grande e Serse, fornì il titolo di faro dell’Occidente ad Atene nel V secolo a.C., disegnando un primo confine tra i due mondi. È sempre la Persia che, suo malgrado, porse la corona d’alloro ad Alessandro Magno sul campo di Isso nel 333 a.C., tracciando un nuovo confine tra Occidente e Oriente. Secoli dopo, il regno persiano dei Parti decretò il limite orientale dell’Impero romano sconfiggendo il triumviro Marco Licinio Crasso a Carre, determinando così la successiva scelta di Augusto di fissare il confine orientale dell’Impero lungo il fiume Eufrate, valico che fu raramente superato dalle legioni romane.

Nell’alto Medioevo la conquista islamica della Persia portò al definitivo tramonto della dinastia sasanide e della sua antica religione zoroastriana; la potente attrattiva esercitata dall’Islam fu anche veicolo attraverso il quale i califfati arabi stabilirono la propria supremazia politica sull’Iran, situazione atipica nella sua millenaria storia. Tale periodo, coinciso con la preminenza dell’Islam sunnita si concluse nel XV secolo quando la minoranza sciita conquistò la guida religiosa in Persia, favorendo anche l’indipendenza politica dal mondo arabo a maggioranza sunnita. L’Iran trovò nell’Islam sciita la propria via religiosa, e tutti gli sciiti ebbero nell’Iran la loro nazione d’adozione; ancora una volta l’Iran tracciava un confine nei confronti della maggioranza mussulmana di quel tempo.

A partire dal XVI secolo, la dinastia dei Safavidi, quella degli scià di Persia, segnò profondamente la coscienza civile degli iraniani realizzando una sintesi tra vari componenti di quella società: le antiche istituzioni persiane, il forte sentimento nazionale, l’imposizione della versione sciita dell’Islam, la rilevante importanza data ai Mujtahid (Ayatollah nella tradizione sciita iraniana), figure che univano in sé l’autorità religiosa e legislativa. In Iran si determinò un antagonismo marcato tra il potere laico impersonato dallo scià e quello religioso del Mujtahid, fautore di un potere eminentemente teocratico. I Safavidi tollerarono anche una certa alleanza tra il mondo religioso e quello commerciale dei bazar e riorganizzarono lo Stato con un accento fortemente centralista. Poteva l’Iran degli scià esimersi dall’essere di nuovo confine di un grande impero in espansione? Ovviamente no, e difatti l’Iran si oppose all’Impero ottomano, di fede musulmana sunnita, dal 1514 al 1823 con alterni risultati. Alla dinastia Safavide successe quella dei Qajar, sotto la quale Teheran divenne definitivamente capitale.

Nel 1925 un colpo di stato portò sul trono Re?? Pahlav? sul quale è opportuno soffermarci in questa premessa generale. Il futuro scià servì sia nell’esercito russo come cosacco persiano, sia in quello iraniano come specialista di artiglieria. Nel giro di pochi anni, dal 1911 al 1915 passò dal grado di tenente a quello di colonnello e, infine, di generale di brigata al comando dei cosacchi persiani. Alla fine della Prima Guerra mondiale la Persia rischiò di venire coinvolta nella spartizione delle spoglie dell’Impero ottomano tra inglesi e francesi sancito dal famigerato accordo Sykes-Picot; gli inglesi tentarono di porre anche l’Iran sotto una forma di protettorato attratti dalle grandi ricchezze del sottosuolo ma, ancora una volta, il forte spirito d’indipendenza degli iraniani scongiurò il disegno di Londra.

Inoltre, a nord della Persia i clamori della Rivoluzione d’Ottobre in Russia iniziavano a farsi sentire anche a Teheran tramite l’esperienza della Repubblica Socialista Sovietica Persiana (maggio 1920-settembre 1921). Allo scopo di prevenire una rivoluzione socialista in tutta la Persia, Re?? Pahlav? operò un colpo di stato nel febbraio 1921 e divenne ministro della Guerra e comandante supremo dell’esercito nel primo gabinetto Taba. Il generale si determinò ben presto a voler diventare il Kemal Ataturk della Persia, soprattutto sotto il profilo dittatoriale piuttosto che sul lato delle riforme, tanto è vero che, deposto l’ultimo scià della dinastia Qajar, invece di proclamare la repubblica come in Turchia, si fece incoronare scià nel 1925. Le scelte di Re?? Pahlav? orientarono immediatamente l’Iran verso il mondo occidentale e di chiusura nei confronti della Russia sovietica, un’apertura colta dalla Gran Bretagna che, uscita dalla porta del fallito tentativo di protettorato, rientrò dalla finestra degli accordi con Teheran per lo sfruttamento dei suoi enormi giacimenti petroliferi, dando vita alla famigerata Anglo-Persian Oil Company (AIOC).

Tuttavia, la questione di fondo per Re?? Pahlav? rimaneva il suo rapporto coi vertici religiosi sciiti il quale, se buono all’inizio del regno avendo ottenuto l’appoggio degli ayatollah per la scalata al trono, si stava progressivamente deteriorando sull’onda dell’occidentalizzazione della società iraniana perseguita dallo scià, conseguenza dei suoi rapporti sempre più stretti con il mondo anglosassone. Nel 1941, col pretesto della mancata espulsione dei residenti tedeschi a Teheran, Gran Bretagna e URSS occuparono militarmente l’Iran ed esiliarono Re?? Pahlav?, al quale successe il figlio Mohammed Re?? Pahlav?. Nel secondo dopoguerra, il nuovo sovrano continuò la politica paterna di fervente amicizia con le potenze occidentali, mentre in Persia cresceva sempre di più l'avversione alla Anglo-Iranian Oil Company, accusata di sfruttare avidamente le risorse naturali del Paese. Mentre il monarca si distingueva per l’accondiscendenza nei confronti dei potenti di turno, lo spirito indipendente della Persia riaffiorò nella persona di Mohammad Mossadeq, acceso oppositore dell'AIOC, il quale fece approvare la nazionalizzazione dell'industria petrolifera godendo dell'attivo sostegno del clero sciita guidato dall'ayatollah Kashani. Londra, che sottovalutava il forte spirito nazionale iraniano, pretese dallo scià l’immediata defenestrazione di Mossadeq, crisi di Abadan, ma il ministro reagì con fermezza espellendo l’Ambasciata britannica nel 1952 e poi esiliando Mohammad Reza Pahlavi a Roma nel 1953.

Solo l’intervento deciso di CIA e dei servizi inglesi fu in grado di ristabilire il monarca sul trono e di dimettere definitivamente Mossadeq. Il modello di governo scelto dallo scià al suo rientro a Teheran fu quello tipico dei regni del Golfo Persico, già strettamente legati agli inglesi e soprattutto agli americani: monarchie assolute il cui potere veniva gestito dalla famiglia reale e dalla corte, mentre le concessioni per lo sfruttamento del petrolio erano condivise con le compagnie petrolifere occidentali. Il testimone dello spirito nazionale interpretato da Mossadeq fu raccolto dal clero sciita, anche infastidito dal passaggio delle proprietà terriere dal proprio patrimonio a quello d’influenti membri della corte con la scusa di modernizzare il Paese. Nel 1963 l'ayatollah Khomeini tentò una prima spallata al governo monarchico, il cui fallimento ne decretò l’esilio a Parigi. Lo scià era divenuto uno dei tanti despoti medio orientali, seduti su immensi giacimenti di petrolio, e per questo protetti sempre meno dagli inglesi e sempre più dagli americani, al tramonto del proprio impero i primi e all’alba del loro i secondi. Mohammed Re?? Pahlav? volle sottolineare d’aver bene inteso la successione al vertice del potere occidentale attraverso un atteggiamento favorevole nei confronti d’Israele, Stato amico e alleato degli USA, e sfavorevole nei confronti del mondo arabo sunnita. Gli anni Settanta videro l’acuirsi delle critiche nei confronti della politica dello scià, accusato di aver piegato politicamente l’Iran ai voleri degli Stati Uniti e di aver svenduto le riserve energetiche alle Sette sorelle. Il 1978 segnò l’inizio della rivoluzione islamica: da Parigi l'ayatollah Khomeini, ormai riconosciuto come leader indiscusso della rivoluzione, esigeva la deposizione dello scià, ottenuta agli inizi del 1979.

La rivoluzione in Iran, quindi, nasce sotto l’iniziativa e la guida della nomenclatura sciita, risulta logico che la reazione al regime di Mohammed Re?? Pahlav? fosse di matrice opposta. Inoltre, fu subito chiara la necessità di gestire il potere in modo fortemente centralizzato per contrastare le conseguenze interne dell’inevitabile reazione delle potenze occidentali, soprattutto degli Stati Uniti, che vedevano nel nuovo regime una minaccia ai propri interessi nell’area. Il risultato fu la nascita di un regime teocratico di matrice sciita, dove i ruoli del Corano e della Sharìa occupavano un posto rilevante. Ma se alziamo lo sguardo dalla forma politica assunta dalla rivoluzione di Khomeini, ci accorgiamo che, dopo decenni di sottomissione della Persia alle potenze occidentali durante la dinastia Pahlav?, l’Iran riacquisiva il suo naturale ruolo di confine fisico e metafisico nei confronti dell’impero dominante di oggi: gli Stati Uniti. È quindi necessario analizzare preventivamente i rapporti geopolitici dell’Iran odierno, perché il suo ruolo di oppositore regionale di potenze senza scrupoli e spesso animate da forti istinti criminali del calibro di Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele ha obbligato e obbliga tutt’ora la Repubblica islamica a dotarsi di una particolare organizzazione sociale, culturale, economica e politica.



Iran e Afghanistan

 

Il tema di fondo dei seguenti sguardi bilaterali è quello d’indagare il ruolo di oppositore regionale dell’Iran al despota americano. Come ogni impero che si rispetti, la manifestazione di Washington nella regione è articolata in modalità diverse che è opportuno riassumere: vi è la presenza diretta attraverso le basi militari nei Paesi protetti come quelli dell’OPEC; vi è la presenza associata all’unico alleato che gli USA hanno nel mondo: Israele; infine vi sono i Paesi eterodiretti come Iraq (oggi un po' meno) e Afghanistan. Partiamo da quest’ultimo. Come noto nell’agosto 2021 gli Stati Uniti e i propri eserciti ausiliari, tra cui quello italiano, abbandonarono repentinamente l’Afghanistan dopo vent’anni di occupazione militare. Nello sconcerto dell’opinione pubblica occidentale, la Casa Bianca decise di disimpegnarsi dal Paese asiatico e di permettere al regime dei talebani, e non altri, di tornare al potere a Kabul. Alla luce di quanto accaduto soli sei mesi dopo, e cioè l’inizio dell’operazione speciale russa in Ucraina, questa decisione sembra molto meno impreparata e irrazionale di quanto non fosse stato percepito nell’estate del 2021.

Risultò altrettanto evidente che Washington non abbandonava il Paese al rischio di cadere sotto l’influenza dei suoi avversari geopolitici, Cina e Russia, e regionali, l’Iran appunto. Prima della repentina ritirata, gli Stati Uniti avevano preso accordi con il loro uomo a Kabul, il mullah Abdul Ghani Baradar, per organizzare il nuovo governo talebano del quale sarebbe dovuto diventare il naturale capo, in veste di plenipotenziario USA; il Corriere del Ticino del 4 settembre 2021 ne era certo: “Ecco chi è Baradar, nuovo capo del Governo afghano”. A ben vedere, il disegno americano poteva essere quello di organizzare uno scenario ucraino con sei mesi di anticipo ai danni dell’Iran. Gli elementi c’erano tutti: un Paese povero alla mercé di un’organizzazione religiosa e militare dell’islamismo sunnita; una classe dirigente cresciuta in decenni di rapporti ambigui e dipendenti con l’Intelligence americana; un confine esteso con l’Iran, Paese dove opera la principale organizzazione religiosa militare dell’islamismo sciita, i pasdaran o guardiani della rivoluzione islamica.

All’intelligence USA, attraverso il controllo del governo fantoccio di Baradar, il compito di trovare il motivo scatenante il conflitto. Invece qualcosa andò storto: Baradar non divenne guida suprema ed emiro degli afghani, ma al suo posto venne eletto Hibatullah Akhundzada, erede politico del mullah Akhtar Mansour ucciso da un drone USA; non divenne neppure capo del governo, al suo posto viene nominato Mohammad Hassan Akhund, anch’egli legato ad Akhtar Mansour prima e Akhundzada adesso. Baradar ottenne il posto di vice premier ma con rapporti spesso conflittuali con gli altri capi politici. Sul confine tra Iran ed Afghanistan non accade nulla di ostile, al contrario, nel 2022 iniziano gli abboccamenti tra Teheran e Kabul per giungere ad un riconoscimento del governo dei talebani. Anche l’Unione Europea, esauriti stupore e indignazione per il cambio della guardia al governo degli afghani, nel gennaio 2022 invia una delegazione diplomatica, anche se per ora di riconoscimento del governo talebano non si parla. Le ragioni dell’avvicinamento dell’Afghanistan nei confronti dell’Iran sono i soldi. Gli Stati Uniti hanno lasciato un Paese in stato di estrema povertà, e di metterci soldi non ci pensano neppure in quanto debbono già mantenere l’esoso presidente-attore-burattino Zelensky e la sua guerra per procura. L’incarico dato da Washington alle monarchie sunnite del Golfo di provvedere ai correligionari afghani non sta sortendo particolare successo. In altre parole, l’Afghanistan poteva essere l’identikit perfetto del Paese mercenario per conto americano all’assalto dell’Iran, ma l’Ucraina le ha scippato il ruolo, in un gioco terribilmente più grande e decisivo. Il risultato ce lo suggerisce la Repubblica del 13 ottobre 2022: “Afghanistan, tra i giovani talebani delusi e senza soldi: “Cosa ne sarà di noi? ... A oltre un anno dal cambio di governo, sempre più combattenti si ritrovano privi di stipendio e prospettive. C'è chi passa con i jihadisti di Iskp e chi fugge in Iran”. Per alcuni afghani la Persia da Paese da aggredire è diventato un luogo di riscatto.



Iran e Iraq

 

Si sono appena celebrati, per modo di dire, i vent’anni dall’invasione americana dell’Iraq. Una rivista che certamente non si può elencare nelle file degli amici di Russia e Cina, Micromega, ha titolato il 20 marzo scorso: “20 anni fa l’invasione dell’Iraq. Cronistoria di un crimine definito ‘guerra al terrorismo’”. Mi sembra un titolo esaustivo, che assume anche un profilo sarcastico se accostato alla seguente notizia: “Ecco cosa rischia Putin: è ricercato in 123 Paesi. Ma non in Usa e Ucraina… I due Stati, come Russia e Cina, non hanno aderito alla giurisdizione del trattato di Roma”, Il Quotidiano Nazionale del 18 marzo, e qui siamo giunti alla farsa senza ritegno.

La Corte penale internazionale dell’Aja, noto tribunale che cerca criminali di guerra nei posti più remoti del mondo e mai dove essi sono realmente, ha deciso di incriminare il Presidente Vladimir Putin per deportazione dei bambini ucraini in Russia. A questa notizia i presidenti americano e ucraino hanno plaudito calorosamente, dimenticandosi però che, oltre a Mosca, anche Kiev e Washington non hanno riconosciuto il Tribunale dell’Aja, e che quindi Putin potrebbe andare in quei Paesi senza rischio di essere arrestato. Perché Kiev non riconosca la Corte Internazionale è comprensibile se solo si pensa agli otto anni di sevizie perpetrate nel Donbass a partire dal 2014. Perché anche Washington si astenga dall’assoggettarsi al Tribunale è ancora più comprensibile se si pensa, tra le tante guerre intraprese in giro per il mondo, alla condotta del conflitto in Iraq, appunto. Ad esempio, il dato dei morti civili provocati dall’invasione americana è ancora un mistero, ma si può affermare che un potenziale “latitante contumace” che risponde all’augusto nome di George W. Bush, presidente degli Stati Uniti e quindi comandante supremo delle forze armate dal 2001 al 2009, dovrebbe essere accusato di genocidio, termine che piace tanto alla propaganda occidentale, in quanto responsabile di un numero di morti civili iracheni che varia dai 200.000 ai 600.000, come riferisce Il Fatto Quotidiano del 2 settembre 2021.

La storia recente dell’Iraq dovrebbe rappresentare anche un monito soprattutto per l’Unione Europea. Negli anni Ottanta il regime di Saddam Hussein, amico e alleato dell’Occidente, fu il primo Paese a impegnare in un conflitto il neo nato regime degli Ayatollah; abbiamo visto che la rivoluzione islamica data 1978-1979 e immediatamente, il 22 settembre 1980, l’Iraq invase alcuni territori iraniani scatenando un conflitto durato ben 8 anni. In quel periodo non mancò il plauso dei mass media occidentali a reti unificate a sostegno della crociata di un Paese laico e moderno, l’Iraq di Saddam, nei confronti di un Paese oscurantista e retrogrado come l’Iran.

Come è andata a finire per i due belligeranti lo sappiamo bene, ma una breve notazione va fatta: l’alleato Iraq è stato attaccato due volte dagli Stati Uniti e il suo amico presidente alla fine è stato impiccato; il nemico Iran è ancora al suo posto e il regime degli Ayatollah pure. Se fossi nei capi di Stato e di governo europei, tutti atlantisti senza forse e senza ma, un pensiero sulla vicenda, non tanto di Saddam quanto dell’Iraq, la farei. Cosa è diventata oggi quella nazione? Un Paese occupato dagli Stati Uniti tramite 12 basi ufficiali (dati del sito americano Militarybases.com), governi deboli e succubi delle potenze occidentali, una gestione del petrolio tra autorità irachene e compagnie angloamericane quanto meno opaca, un Paese impoverito e, come avrebbe detto Dostoevskij: umiliato e offeso. Per fotografare cosa sia oggi l’Iraq in rapporto al vicino Iran e al principale Paese del Medio Oriente, Israele, prendiamo come esempio chiarificatore la recente campagna di vaccinazioni contro il Coronavirus, in quanto sintesi di molteplici aspetti politici: dal punto di vista domestico come misuratore della capacità dell’organizzazione statuale nella distribuzione delle dosi e della possibilità di pagare le forniture alle Big Pharma; dal punto di vista estero del peso politico dell’Iraq nell’intercettare i vaccini presenti sul mercato mondiale.

Ecco i dati desunti dal sito “Our World in Data” e aggiornati al 22 marzo 2023: Iraq dosi somministrate 19,56 milioni per una popolazione di 43,53 milioni e una copertura del 44,93%; Iran dosi somministrate 157,79 milioni per una popolazione di 87,92 milioni e una copertura del 179,47%; Israele 18,56 milioni di dosi somministrate per una popolazione di 9,36 milioni e una copertura record del 199,25%. L’ostilità dell’Iraq nei confronti dell’Iran non ha quindi portato nulla di buono alla sua popolazione, l’amicizia del mondo occidentale ancora meno. Negli anni Ottanta l’Iraq era definito la “Germania del Medio Oriente”, per l’efficienza della sua macchina statale, oggi è un Paese che è stato riportato ai tempi del dominio ottomano. Anche gli iracheni se ne son accorti, meglio tardi che mai, e l’attuale governo di Bagdad sta cercando di risalire la china nell’unico modo possibile, cioè di rivolgersi all’antagonista degli americani per eccellenza: l’Iran. L’ANSA del 19 marzo 2023 ci informa che “Un accordo per ‘proteggere il confine’ tra l'Iran e l'Iraq, dove hanno sede i gruppi di opposizione curdi iraniani presi di mira da Teheran, è stato firmato oggi tra i due Paesi. Lo afferma l'ufficio del primo ministro iracheno… prevede il coordinamento nella protezione dei confini comuni e il consolidamento della cooperazione in diversi settori della sicurezza”, afferma l'ufficio del premier iracheno Mohammed Shia' Al Sudani. La visita di Shamkhani (segretario del Consiglio supremo di Sicurezza iraniano N.d.R.) avviene alla vigilia del ventesimo anniversario dell'invasione dell'Iraq guidata dagli Stati Uniti. Oggi, i legami tra Baghdad e Teheran sono più stretti che mai e il governo di Sudani è sostenuto da una coalizione parlamentare filo-iraniana. Alcune capitali occidentali, tuttavia, mettono in guardia da un’eccessiva influenza in Iraq da parte del vicino Iran che vede gli Usa come il suo più grande nemico dalla Rivoluzione islamica del 1979”. Al di là delle scontate censure occidentali, fa una certa impressione che uno Stato sconfitto e occupato come l’Iraq abbia un’agibilità politica superiore a quella dell’Italia.


Iran e regni del Golfo Persico

 

Nell’agosto del 1971 il presidente Richard Nixon annunciava “Urbi et Orbi” la sospensione degli accordi di Bretton Woods; iniziava l’era del dollar standard. Tuttavia, sempre nel 1971, esistevano ancora l’Unione Sovietica e i Paesi del socialismo reale, un modello alternativo che poteva diventare anche attrattivo al di là dei confini tracciati alla fine della Seconda Guerra mondiale, e le esperienze di Menghistu in Etiopia e di Neto in Angola negli anni Settanta ne erano prova provata. Non era così facile, quindi, raccontare alle capitali europee e mondiali che il dollaro, divenuto per editto presidenziale puramente carta, andava accettato per non “innervosire” la U.S. Army.

Quel mondo era bipolare ed esisteva un’alternativa oltre cortina con cui fare i conti, in ogni senso. Il dollaro doveva quindi rappresentare un bene tangibile universalmente ricercato e accettato come l’oro, e in quegli anni di progresso della società dei consumi il petrolio aveva le medesime stimmate del metallo giallo: era l’oro nero. Gli Stati Uniti pensarono bene di stringere un accordo strategico con l’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) per il quale questi Stati si impegnavano ad accettare solo dollari per il pagamento del loro petrolio e in cambio gli USA garantivano sicurezza e inamovibilità di quelle classi dirigenti nei confronti di terzi, ma soprattutto nei confronti di possibili rivolgimenti interni. Tra i membri dell’OPEC vi erano le monarchie più o meno assolute sunnite dell’Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, vi era anche la monarchia dello scià di Persia fino al 1978. La decisione dell’OPEC fu determinante per indirizzare nel medesimo senso tutto il mercato del petrolio mondiale, includendo anche i restanti Paesi della penisola arabica: Quatar, Barhein e Oman.

Questi regni, anche se non membri OPEC, ricevettero le medesime garanzie dei Paesi arabi dell’organizzazione. È probabile, quindi, che l’altro principale motivo d’immediata opposizione degli Stati Uniti nei confronti della rivoluzione degli ayatollah a Teheran, oltre alla difesa degli interessi delle corporation del petrolio in Iran, vi fosse anche la cattiva figura che Washington aveva rimediato nei confronti dei sovrani del Golfo Persico, vedendo come fosse stato facilmente detronizzato il loro collega Mohammad Reza Pahlavi. La fine dell’URSS e l’inizio del regolamento dei conti che gli USA fecero in giro per il mondo, coinvolgendo nella regione il regime di Saddam Hussein, aumentarono la sensazione di quanto fosse ingombrante la protezione degli americani con le loro innumerevoli basi sparse nella penisola arabica. D’altro canto, la smodata produzione di dollari accettati in tutto il mondo si diresse in larga parte nei regni arabi, e oggi città come Abu Dhabi e Doha sono entrate nell’immaginario collettivo del decadente occidente come “Mecca del lusso”, al netto delle indignazioni di maniera per il trattamento disumano riservato ai lavoratori nei recenti campionati del mondo di calcio in Qatar, compensati con l’invio di trolley pieni di dollari a favore di deputati ed ex deputati del Parlamento europeo. In sintesi, la contrapposizione tra monarchie sunnite del Golfo e il regime sciita iraniano va a tutto vantaggio degli Stati Uniti e dell’alleato Israele secondo il classico principio “dividi et impera”. Ma è proprio e sempre così? Come accaduto per l’Iraq, anche un altro attore importante come l’Arabia Saudita sta scartando dall’ortodossia americana grazie, niente meno, alla mediazione della Cina.

Questo passaggio è fondamentale per comprendere come si stia realizzando in Medio Oriente una diplomazia triangolare tra Cina, Iran e Arabia Saudita e che gli Stati Uniti ne risultino sorprendentemente esclusi. Scrive Tempi del 19 marzo scorso: “Ecco perché Arabia Saudita e Iran si affidano alla Cina… I due Paesi hanno raggiunto un accordo storico con la mediazione di Pechino e non di Washington...”. Intervistato da Tempi, Abdolrasool Divsallar, analista e docente dell’Alta scuola di economia e relazioni internazionali dell’Università Cattolica di Milano, sottolinea che le ragioni sul piano geopolitico che hanno spinto l’Arabia Saudita a raggiungere un accordo con l’Iran con la mediazione della Cina sono legate alle conseguenze devastanti di una crisi nella regione derivante da uno scontro tra Teheran e Israele. Secondo l’analista “in questi anni i sauditi hanno cercato di essere più concentrati sullo sviluppo economico basato sulla Vision 2030, che implica avere una regione caratterizzata da una grande stabilità e quindi non avere problemi con i paesi vicini… I progetti di transizione energetica che vedono, soprattutto in Europa, la progressiva riduzione degli idrocarburi come risorsa primaria per la produzione di energia, stanno infatti preoccupando l’Arabia Saudita, primo esportatore di petrolio al mondo…. In questo contesto, la guerra in Yemen in cui l’Arabia Saudita è impantanata dall’aprile del 2015 contro i ribelli sciiti Houthi, sostenuti e armati dall’Iran, ha rappresentato il principale ostacolo ad investimenti di una certa rilevanza nel paese da parte straniera….

In questo contesto, la Cina appare per i due paesi rivali l’unica tra le potenze globali in grado di poter garantire nel lungo periodo un accordo che potrebbe avere sviluppi su molteplici fronti e cambiare in parte anche lo storico assetto regionale. Nel 2021, la Cina ha firmato con l’Iran un importante accordo di cooperazione che, secondo varie stime, avrebbe un valore potenziale di 400 miliardi di dollari… Entrambi i paesi hanno deciso di fornire un ruolo a Pechino. Perché, a mio avviso, hanno percepito il valore del coinvolgimento cinese in questo processo”, dice Divsallar…. “L’Iran ha dato questa chance alla Cina, perché Pechino è il più importante attore in campo ed è il principale partner economico in Iran. Loro (gli iraniani) sono interessati a incentivare la Cina per la futura cooperazione. Entrambe le parti guardano a Pechino come mediatore nella regione”, sottolinea Divsallar… “La trasformazione negli ultimi due decenni degli Stati Uniti in esportatore di petrolio e gas ha avuto un impatto sulle sue politiche nella regione del Golfo. Secondo i sauditi, Washington ha dato la priorità ai propri interessi a scapito dei partner in moltissime occasioni, dalla guerra contro l’Iraq del 2003 all’accordo sul nucleare iraniano del 2015. Il risultato è che ormai la Cina ha sorpassato da anni gli Stati Uniti come principale partner economico dell’Arabia Saudita, con un commercio bilaterale del valore di 87,3 miliardi di dollari nel 2021, nettamente superiore ai 24 miliardi di dollari di interscambio tra Riyad e Washington registrati nello stesso anno…”. Come sottolineato dall’ex segretario di Stato Usa, Henry Kissinger, al giornalista ed editorialista del Washington Post, David Ignatius, la diplomazia “triangolare” portata avanti dai sauditi è molto simile all’apertura condotta durante la presidenza di Richard Nixon verso la Cina nel 1971. “Lo vedo come un cambiamento sostanziale nella situazione strategica in Medio Oriente”, ha affermato Kissinger. “I sauditi stanno ora bilanciando la loro sicurezza mettendo gli Stati Uniti contro la Cina”, dando il via a un Medio Oriente “multipolare”. Ricordiamoci l’accordo che sottende l’uso esclusivo del dollaro da parte dell’OPEC nel commercio del petrolio, il ruolo di protettore che gli Stati Uniti debbono svolgere sulla stabilità della regione e a favore degli interessi dei Paesi membri. Ma se tale ruolo non viene più percepito cosa può accadere al dollaro?



Iran e Israele

 

Abbiamo visto in questo articolo, e in altri negli scorsi anni, che gli Stati Uniti hanno definito una scala di valori nei rapporti con gli altri Paesi del mondo, vediamoli in modo sintetico: Paesi geo-politicamente nemici, Cina e Iran; avversari e potenzialmente avversari, Russia e altri Paesi dei BRICS; vassalli, Unione Europea, Gran Bretagna, Giappone e Corea del Sud; Paesi fantocci, l’Ucraina. Manca una voce: i Paesi alleati. Occorre rimarcare più volte questo concetto: in tutto il mondo gli Stati Uniti hanno un unico Paese alleato: Israele. La ragione risiede nel fatto che Israele, a differenza di tutti gli altri Paesi del mondo, può contare sul sostegno delle influenti comunità ebraiche sparse nelle capitali, e non solo, del mondo occidentale e che tali comunità esprimono i vertici d’importanti gruppi finanziari e industriali specialmente negli Stati Uniti. Tale fenomeno è fortemente radicato nell’élite finanziaria americana che, insieme ai “bostoniani”, governano il Partito democratico ed esprimono l’attuale presidente Joe Biden. Facciamo una rapida carrellata a solo titolo esemplificativo dei presidenti e amministratori delegati delle banche e dei fondi più noti: David M. Solomon, CEO di Goldman Sachs; Michael Bloomberg CEO di Bloomberg L.P. e sindaco di New York dal 2002 al 2013; Jacob A. Frenkel presidente di JPMorgan Chase International; David Gottesman CEO di First Manhattan Co.; Jonathan D. Gray CEO di Blackstone Group; Robert S. Kapito presidente di BlackRock; Jonathan Lavine co-managing partner di Bain Capital; chiudiamo la lista con il prestigiosissimo nome del barone David René James de Rothschild (ci sono ancora) presidente del Consiglio di controllo della Rothschild & Co. Fuori dall’ambito strettamente finanziario possiamo citare Aviv Nevo, azionista di riferimento del gruppo Time Warner (di cui fa parte CNN) e John Philip Jacob Elkann il quale, in qualità di presidente di Stellantis è anche azionista dell’ex gruppo automobilistico Chrysler. Come si esplicita l’appoggio che queste potenti élite prestano allo Stato di Israele?

Facciamo un veloce esempio ritornando al caso dei vaccini anti-covid. Il 5 agosto 2021 Focus titolava “Salute In Israele via libera alla terza dose del vaccino di Pfizer …Tra critiche e polemiche, Israele inizia a somministrare la terza dose di vaccino Pfizer agli over 60 vaccinati da almeno cinque mesi”. Sempre grazie al sito Our World in Data facciamo una fotografia della fornitura di vaccini ad Israele esattamente al 5 agosto di quell’anno, un momento cruciale della campagna di vaccinazione in tutto il mondo: 11,62 milioni di dosi. Facciamo ora il confronto con le forniture, al medesimo giorno ai Paesi confinanti: Egitto 5,65 milioni di dosi; Giordania 5,62 milioni di dosi; Siria 335 mila dosi; Libano 2,05 milioni di dosi. Quale è stata la ragione per la quale Israele ha ricevuto un quantitativo di dosi quasi pari alla somma di quelle ricevute da tutti gli altri Paesi confinanti? La risposta ci viene data dalla rivista Shalom del 19 gennaio 2022: “Ad Albert Bourla il ‘Nobel ebraico’ per il suo impegno nello sviluppo del vaccino anti-Covid 19. La Genesis Prize Foundation ha conferito ad Albert Bourla, presidente e Ceo di Pfizer, il Premio Genesis 2022, noto come ‘Nobel ebraico’, per il suo impegno nello sviluppo del vaccino anti-Covid 19 (ma non era stato sviluppato dalla tedesca Biontech? N.d.R.).

Bourla ha ricevuto il maggior numero di voti da parte di 200mila persone in 71 Paesi…. Il premio Genesis, istituito nel 2013, ha il valore di 1 milione di dollari ed è assegnato ogni anno a personalità che si distinguono per i risultati professionali, il contributo all’umanità e la dedizione ai valori ebraici”. Grazie a questo poderoso appoggio internazionale, a livello politico, finanziario, dei mass media, Israele ha spesso imposto il suo punto di vista nella strategia mediorientale ai potenti alleati americani che, anche per le pressioni delle élite interne che abbiamo sommariamente descritto, ha spesso allineato il suo punto di vista a quello di Tel Aviv. Inoltre, Israele ha sempre goduto di ampia libertà sia nella sua politica interna, costituita da un pluridecennale regime di apartheid ai danni dei palestinesi, costellata da periodiche, sanguinose campagne militari specialmente nella striscia di Gaza, mentre in politica estera è fondata proprio nello scontro frontale con l’Iran. Gli scenari di conflitto tra Teheran e Tel Aviv sono ancora oggi il Libano, dove opera il gruppo paramilitare sciita Hezbollah e in Siria durante la guerra civile, nella quale vi sono stati attacchi di droni e missili israeliani direttamente su postazioni militari iraniane come accaduto il 13 gennaio 2021. Infine, vanno registrati raid dell’aviazione israeliana direttamente sul territorio iraniano come riferito dal Wall Street Journal del 19 gennaio 2023 “Israel Strikes Iran Amid International Push to Contain Tehran”. Israele si comporta, quindi, come una sorta di cattivo bullo regionale dotato della licenza di attaccare chiunque e in qualunque momento a propria insindacabile discrezione, certa di non subire alcuna ritorsione grazie alla copertura militare fornita dagli Stati Uniti e dagli eserciti ausiliari della NATO. Anche in questo caso ci dobbiamo chiedere se le cose stanno cambiando per Israele. Sembra proprio di sì.

Abbiamo visto che in modalità diverse l’Iran sta guadagnando terreno diplomatico con due importanti paesi come Arabia Saudita e Iraq. Parte dell’establishment israeliano si sta allarmando e non è più d’accordo con la politica fortemente sionista del premier Benjamin Netanyahu, il quale, però, è saldamente al potere dal 2009 tranne che nel biennio 2021-2022. La nuova strategia sionista è dura ma forse adeguata ai crescenti rischi che sta correndo lo Stato ebraico proprio a causa dei recenti successi militari e diplomatici dell’Iran a partire dalla guerra civile siriana, dove l’alleanza russo-iraniana ha evitato a Damasco di fare la fine toccata a Tripoli. Sul fronte interno il governo Netanyahu ha varato una riforma della giustizia tesa ad assoggettare la funzione del pubblico ministero al governo e a limitare i poteri della Corte Suprema, probabilmente in vista di un deciso restringimento delle libertà civili per gli israeliani; in politica estera Israele si appresta a fornire propri armamenti all’Ucraina, atto non banale visti gli importanti rapporti tra Tel Aviv e Mosca, e la reazione dei russi alla notizia non si è fatta attendere, Ucraina, Medvedev: “Armi Israele a Kiev distruggeranno nostri rapporti”, titola ADN Kronos del 17 ottobre 2022. Infine, il partito sionista ha scelto di aumentare esponenzialmente la propria influenza diretta sui Paesi europei politicamente deboli come accaduto in Italia promuovendo Elly Schlein alla segreteria del Partito Democratico. Nonostante questa strategia a più livelli è proprio il fronte interno a dare problemi: “Israele, gli scontri tra manifestanti e polizia a Tel Aviv. Herzog a Netanyahu: “Ferma la riforma”, titola Open del 27 marzo scorso. Il bullo Israele sta comprendendo che i tempi stanno cambiando anche per lui.



Iran e Iran

 

I rapidi sguardi che abbiamo dato sulle relazioni tra Iran e i principali Paesi del Medio Oriente ci possono permettere di capire, ora, le ragioni della recente campagna mediatica scatenata dai mass media occidentali contro il regime degli ayatollah. Il successo nella guerra civile siriana ha certamente segnato una svolta nei rapporti nella regione. In quel contesto l’Iran ha stretto un rapporto strategico con la Russia; relazione confermata dalle forniture di droni a Mosca in occasione dell’attuale conflitto in Ucraina. Teheran ha, altresì, stretto legami diplomatici ed economici con Pechino tali da indurre l’Arabia Saudita a “tradire” il suo partner politico storico, gli Stati Uniti. Sullo sfondo, poi, vi è il ruolo della Turchia, anch’essa impegnata nel difficile scenario del confronto Mosca-Kiev, ma dotata della possibilità di dialogare con entrambe le parti, facoltà che i Paesi vassalli europei non hanno affatto. Turchia e Iran stanno dialogando, e hanno interessi comuni ad esempio nei confronti dei curdi, finiti sul libro paga degli americani e ora abbandonati al loro destino. Non deve quindi sorprendere il tentativo dell’intelligence americana di montare la solita “rivoluzione colorata” anche in Iran.

È indubbio che gli strateghi USA hanno colto un nervo scoperto della società iraniana e, da bravi esperti, si saranno probabilmente fatti ispirare dal celebre passo di Alexis de Toqueville contenuto ne La Democrazia in America: “Maometto ha fatto calare dal cielo e messo nel Corano non soltanto dottrine religiose, bensì massime politiche, leggi civili e penali, teorie scientifiche.

Il Vangelo, invece, non parla che dei rapporti generali degli uomini con Dio e tra di loro. All’infuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Già basta questa, tra le altre ragioni, per indicare che la prima di queste due religioni non potrebbe reggere a lungo in tempi culturalmente illuminati e democratici, mentre la seconda a regnare in quelli come negli altri”. Mi sembra di poter dire che il problema da risolvere per i governanti iraniani sia stato egregiamente illustrato nel 1835. Tuttavia, va tenuta in considerazione l’acuta analisi del presidente Vladimir Putin durante il suo Discorso sullo stato della nazione del 21 febbraio 2023: “Si scopre che per tutto il tempo quando il Donbass era in fiamme, quando il sangue scorreva, quando la Russia sinceramente – voglio sottolinearlo – si sforzava sinceramente per una soluzione pacifica, loro giocavano sulla pelle delle persone, sulla loro vita e in sostanza, come si dice nei noti circoli, giocavano con le carte truccate.

Questo abominevole metodo di inganno è stato già testato molte volte prima. Si sono comportati in modo altrettanto spudorato, doppiogiochista quando hanno distrutto la Jugoslavia, l’Iraq, la Libia, la Siria. Non potranno mai lavare via questa loro vergogna! Onore, fiducia, correttezza – sono concetti a loro sconosciuti. Durante i lunghi secoli di colonialismo, egemonia e imposizioni hanno preso l’abitudine che a loro tutto è concesso, sono abituati a fregarsene del mondo intero. E si è scoperto che con lo stesso disprezzo, trattano da padroni i popoli dei loro stessi Paesi, che hanno cinicamente ingannato, raccontandogli le favole sulla ricerca della pace, sul rispetto delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Donbass. Davvero le élite occidentali si sono trasformate in un simbolo di menzogne totali e prive di scrupoli”. Non dobbiamo farci impressionare dalla propaganda occidentale, che è sempre in malafede e strumentale. I radical chic dei salotti televisivi di casa nostra, che si stracciano le vesti per la sorte delle donne in Iran, non si accorgono di voler imporre la loro visione del mondo con la presunzione tipica del colonialista travestito da falso democratico. Esiste certamente un tema di evoluzione del ruolo delle donne nella società iraniana come esiste in tutte le società del Medio Oriente.

Il Global Gender Gap Report, istituito dal World Economic Forum nel 2006, prende in considerazione quattro indici: 1 Partecipazione e opportunità; 2 Educazione; 3 Salute e sopravvivenza; 4 Potere politico e tale indice agisce in una forchetta che va da un minimo di zero ad un massimo di uno. Nel 2022 l’Iran si trova al 143esimo posto su 146 nazioni con il punteggio di 0,576; ma Oman con 0,609, Qatar con 0,617, Bahrein e Kuwait con 0,632, Arabia Saudita con 0,632 non si trovano poi così distanti, a dimostrazione che il problema sussiste, ma riguarda il Medio Oriente nella sua complessità. Eppure Neocon e Radical Chic occidentali non usano lo stesso clamore e impegno nel censurare gli amici degli Stati Uniti, applicando sempre lo stucchevole principio dei due pesi e delle due misure; oppure, molto più prosaicamente, si tratta della solita propaganda montata ad arte per accompagnare il tentativo dell’intelligence USA di fomentare disordini a Teheran sperando in una nuova Piazza Maidan.



Conclusioni

 

Nella sua storia millenaria l’Iran ha sempre dimostrato di essere una nazione dotata di un indomabile spirito d’indipendenza. Nei riguardi delle civiltà occidentali ha sempre rappresentato un confine fisico difficilmente superabile. Da un punto di vista metafisico, l’Iran è una sorta di specchio che restituisce la vera immagine a chi si trovi a guardarsi in esso.

Se fosse l’Italia a guardarsi nella Persia l’immagine restituita sarebbe impietosa: serva la prima e indipendente la seconda; vile la prima e coraggiosa la seconda; cinica la prima e credente la seconda; senza speranza la prima e con un futuro da costruire la seconda. Nella guerra civile in Siria, Teheran ha compiuto un salto di qualità nella gerarchia delle nazioni: dal punto di vista geopolitico, l’Iran è oggi percepito alla stessa stregua di un’India o di un Brasile nell’ambito dei rapporti privilegiati con potenze del calibro di Cina e Russia; dal punto di vista regionale, Teheran ha acquisito lo status di Paese vincente agli occhi delle nazioni arabe. Le divisioni tra sunniti e sciiti, che tanto beneficio hanno recato agli occidentali nel tenere il Medio Oriente sotto il loro tallone, sta lasciando il posto a più razionali valutazioni degli interessi nazionali. Il Medio Oriente è sempre meno affascinato dal decadente mondo occidentale e sempre più attratto dall’asse russo-cinese rappresentato nella regione proprio dall’Iran. Con un tale viatico è difficile immaginare che rivoluzioni colorate e Piazze Maidan si possano avere in un Paese che ha un tale futuro davanti, e gli iraniani lo sanno.

 

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