Morte di Magufuli. Gli avvoltoi hanno fame

Morte di Magufuli. Gli avvoltoi hanno fame

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Gli avvoltoi hanno fame.

Il presidente della Tanzania, John Pombe Magufuli, scomparso dalle scene pubbliche da circa venti giorni e ricoverato in ospedale ufficialmente solo 5 giorni fa per gravi problemi cardiaci, ieri è deceduto.Alle “sentite condoglianze” che normalmente si riservano ai capi di Stato e di cui i media si fanno portavoce, si sono sostituite espressioni  molto vicine al dileggio perché Magufuli aveva una colpa che nel suo ultimo anno di vita lo aveva reso inviso alla maggior parte dei governi occidentali e non solo.Magufuli era un fervente cattolico e un uomo riconosciuto da tutti come integerrimo. Lo era al punto di  non accettare compromessi di sorta tanto che veniva soprannominato il “bulldozer”.  Il suo modello era Nyerere, il primo presidente ed eroe dell’indipendenza del Tanganica e successiva fondazione della Tanzania, anch’egli cattolico e fondatore del socialismo africano. Magufuli, eletto nel 2015 e rieletto pochi mesi fa con un’altissima maggioranza di voti,  ha immediatamente iniziato la sua lotta contro la corruzione e ha dato un primo esempio di moralità pubblica riducendo il suo stipendio presidenziale da 15mila a 4mila dollari. La lotta contro la corruzione e l’investimento dei fondi recuperati in sostegno alle fasce più povere, in infrastrutture pubbliche e nell’istruzione ha permesso al suo Paese di diventare uno degli Stati  africani a crescita economica più alta nonostante gli Stati Uniti, visti gli stretti rapporti commerciali tra Tanzania e Cina,  hanno bloccato l’accordo internazionale  di assistenza ai paesi in via di sviluppo (il Millennium Challenge Account).  Ma questo per “il bulldozer” non rappresentava un problema ma, al contrario, la dimostrazione che la Tanzania poteva farcela da sola seguendo un piano programmato fino al 2030.

Ma va detto che  John Magufuli, così attento a ridurre la povertà, a sviluppare le infrastrutture e a migliorare la qualità della vita del suo popolo, non è stato un progressista rispetto ai diritti civili che in Europa, invece, sono una conquista faticosamente divenuta parte integrante del sentire democratico.  Tra le negatività della sua gestione politica va ricordata la stretta autoritaria alla libertà d’informazione e la repressione della libertà di orientamento sessuale, combattuta “in nome di Dio” vista la sua fede sempre  messa al primo posto. Cosa che avrebbe fatto anche nell’affrontare l’attuale calamità dovuta alla covid-19 che riteneva potesse essere tenuta sotto controllo con la preghiera associata ad alcuni rimedi naturali.Questo è stato un buon motivo affinché l’occidente cominciasse a perdere simpatia nei suoi confronti e a dar voce al suo oppositore, quello che non apprezzava ma lamentava la dura lotta alla corruzione dicendo che in tal modo si allontanano gli investitori.

Sappiamo per lunga e triste esperienza che i dittatori non sono sgraditi alle potenze dette democratiche finché con loro si possono fare affari. Il Medioriente  e la stessa Africa sono pieni di tragici esempi. Ma la qualifica di dittatore si attribuisce loro solo quando si fanno scomodi.  Così è successo per Magufuli: in pochi mesi si è dimenticata la sua lotta reale – e vincente –  alla fame, al colera, alla corruzione, si è dimenticato che l’aspettativa di vita dal 2015 ad ora è notevolmente aumentata  grazie ai piani del suo governo.Ormai  “il bulldozer” è solo il soppressore della libertà di stampa e della libera sessualità. Praticamente si è presa una parte, oggettivamente esistente, e la si è fatta passare per il tutto. Quando questo avviene sappiamo che forti nubi si profilano all’orizzonte e che è in arrivo qualche esportatore di democrazia. La storia e finanche la cronaca ce l’hanno insegnato.

Il peccato imperdonabile di Magufuli , peccato che l’ha trasformato da “esempio da seguire per tutta l’Africa” a dittatore da contrastare,  lo si può rintracciare nelle parole degli avvoltoi  che già da  qualche giorno, sapendolo in ospedale per seri problemi cardiaci, hanno iniziato a dileggiarlo con titoli del tipo “il presidente negazionista è in ospedale” o “il presidente negazionista si è preso il covid”, titoli in cui si avvertiva il prefigurato banchetto sull’eventuale cadavere “del presidente negazionista”.

Ma vediamo i delitti imperdonabili commessi dal “bulldozer” : primo, l’aver messo in discussione la validità dei test per accertare la positività al virus Sars-CoV-2  avendo mandato a testare con nomi umani i prelievi effettuati su una papaia, una capra, dell’olio di motore ecc. ed aver avuto come responso la positività al virus della maggior parte di loro e l’indeterminatezza del risultato in altri. Dimostrare con questo piccolo campione che i test non sono attendibili gli è valso l’appellativo di “populista antiscientifico”, ma si poteva ancora perdonare, anche perché aveva invitato la popolazione a indossare le mascherine e a rispettare il distanziamento fisico. Non era ancora un conclamato dittatore!Ma visto che nei primi mesi di pandemia c’erano stati solo una ventina di decessi  accertati per  covid-19 su una popolazione di circa 60 milioni di abitanti,  Magufuli  aveva rifiutato il ricorso al lockdown, pena una ripresa della povertà estrema contro cui stava lottando e un sicuro consistente aumento di mortalità da fame ben più significativo  dell’ipotetica mortalità da covid. E questo non era più facilmente perdonabile perché rappresentava un pessimo esempio per gli altri paesi, in particolare africani. Non a caso anche il Burundi era sulla stessa linea della Tanzania, e anche il suo presidente, Pierre Nkurunziza, è morto di improvviso attacco cardiaco proprio dopo aver invitato la delegazione dell’OMS a lasciare il Paese. Il suo successore avrebbe comunque risistemato i rapporti con l’OMS!L’ultimo, assolutamente imperdonabile atto di Magufuli è stato quello di aver rifiutato i vaccini (proprio mentre nel resto del mondo si facevano carte false per averli) dicendo che la fede in Dio e i regali della natura avrebbero salvato i tanzaniani dalla strage che colpiva altri paesi.

Non è intenzione della scrivente esprimere giudizi sulle scelte di Magufuli rispetto ai vaccini e alle terapie per curare la covid-19, ma lo è esprimerne rispetto al suo tentativo di contrastare la “panicodemia” diffusasi in gran parte del mondo, riducendo la libertà di stampa. È un fatto e, seppure animato da buone intenzioni , non è considerabile un esempio di emancipazione sociale, ma un vulnus alla democrazia.

Ma gli avvoltoi, quelli che volano a mezz’aria aspettando la morte della loro preda, erano pronti da molti giorni e avevano già tentato l’assalto prima del suo ricovero in ospedale e non era il vulnus alla democrazia il piatto forte atteso. Alla notizia ufficiale della sua morte per infarto hanno finalmente banchettato soddisfatti , escludendo l’infarto tout court, con titoli come “Morto il presidente che negava il virus:aveva il covid”, oppure “Tanzania, morto il presidente negazionista: ucciso dal covid”, o ancora “È morto il presidente che negava il covid”, praticamente con poca fantasia si sono spartiti lo stesso piatto dal Tempo alla Repubblica senza troppe distinzioni, dimenticando perfino di aggiungere, magari per pura formalità, anche un solo accenno a quella pìetas che normalmente accompagna la morte, vuoi per infarto (come per molti vaccinati) vuoi per covid19.Forse l’esperimento sociale Tanzania è finito, e altri avvoltoi, anticipati dai media mainstream, sono pronti all’assalto.

Patrizia  Cecconi

Patrizia Cecconi

Romana di nascita, milanese di ultima adozione. Laureata in Sociologia presso la Sapienza Roma ove tiene per alcuni anni dei seminari sulla comunicazione deviante. Successivamente vince la cattedra in Discipline economiche ed insegna per circa 25 anni negli Istituti commerciali e nei Licei sperimentali. Interessata all'ambiente, alle questioni di genere e ai diritti umani ha pubblicato e curato diversi libri su tali argomenti ed uno in particolare sulla Palestina esaminata sia dal punto di vista ambientale che storico-politico. Ha presieduto per due mandati l'associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese di cui ora è presidente onoraria e, al momento, presiede l'associazione di volontariato Oltre il Mare. Da oltre 12 anni trascorre diversi mesi l'anno in Palestina, sia West Bank che Striscia di Gaza, occupandosi di progetti e testimonianze dirette della situazione. Collabora con diverse testate on line sia di quotidiani che di riviste pubblicando articoli e racconti. 

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