In difesa di Alessandro Barbero

In difesa di Alessandro Barbero

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di Pasquale Noschese

La lapidazione mediatica è lo sport nazionale consegnatoci da questi tempi balzani, fatti di adesioni veloci e sovrapproduzione informativa. Assicurarsi qualche lettore (o qualche follower) in più è l’imperativo categorico di ogni testata giornalistica o personaggio pubblico, e la prassi del polemista è il mezzo più efficace per adempiervi. Fin qui, nulla di nuovo sotto il sole. Che però ad essere travolto da questa dinamica sia Alessandro Barbero è un fatto singolare, meritevole di approfondimento.

L’affaire Barbero è la sintesi di due eventi separati, uniti però dalla medesima struttura: le posizioni del professore a proposito del Green Pass e quelle a proposito delle foibe. Per chi fosse stato poco attento, nel primo caso il professore ha criticato la certificazione verde in quanto deresponsabilizzazione delle classi politiche che, incapaci di imporre un obbligo di legge, hanno costruito lo spazio politico per una nuova prassi di discriminazione (ad ognuno la decisione in merito alla sua giustezza) “soft”; nel secondo caso, Barbero non ha negato la tragedia storica delle foibe, ma ha espresso l’impopolare opinione per cui il fatto storico delle stragi sia stato inserito in una pedagogia nazionale che finisce per equiparare gli schieramenti in lotta nella seconda guerra mondiale, così da poter essere strumentalizzato per legittimare l’equidistanza di alcune fazioni politiche dalle parti protagoniste del conflitto.

Ciò detto, a costruire l’affaire Barbero è stato Aldo Grasso. Non solo perché ha contribuito a fabbricarne l’eco mediatica, ma perché ha fuso insieme le due questioni suesposte, che di per sé sono a dir poco differenti. Dopodiché è iniziata la grandinata di considerazioni, che hanno radunato le personalità e le piattaforme più diverse non solo nelle opinioni espresse, ma anche nel garbo conservato nell’esprimerle. Garbo che sarebbe d’obbligo, siccome nessuno potrebbe dire che Barbero si è rifiutato di confrontarsi con i suoi critici. In un articolo datato 11 Settembre il Secolo d’Italia si dedica alle foibe e parla di “posizioni negazioniste”, senza però premurarsi di spiegarle. Già il Sussidiario.net, il 2 Settembre, con un lavoro di bricolage non molto professionale, aveva costruito il proprio titolo da prima pagina: « Foibe, Barbero: “Titini erano giusti” ». Sulla questione Green Pass le prese di posizione si sprecano; basti segnalare Left, dove Marco Marzano, che probabilmente non ha ben capito le posizioni di Barbero, ne spiega l’incoerenza con un volo pindarico che arriva ad un parallelismo assolutamente non necessario tra l’anarcoliberismo e l’anarchismo di sinistra (!), Makkox, che semplicemente si limita a dipingere Barbero come fosse un cretino, l’immancabile governatore De Luca, di cui riparleremo a breve. Citiamo ma stendiamo un velo pietoso su Rick Du Fer, che già in passato aveva pontificato sull’attendibilità dell’Alessandro Barbero storico.

Non può che dispiacere constatare come la forma del dialogo si sia limitata all’unicum del confronto, pur interessante, tra il professore e Paolo Flores d’Arcais. Segno evidente che i tempi non sono propizi per la discussione.

La questione non è importante solo per il lustro del protagonista, ma soprattutto perché fa emergere le contraddizioni della nostra postura culturale, dell’interpretazione che collettivamente diamo al dibattito pubblico. Interpretazione che trova il proprio nocciolo in una riduzione dualistico-pavloviana di ogni affare pubblico. Dualistica perché il sovraffollamento mediatico e l’opportunismo politico obbligano a costruire su opposizioni evidenti e primitive ogni dibattito; pavloviana perché, più che una sincera riflessione che si concentri sulle singole considerazioni, come quelle espresse da Barbero, la dinamica principale è quella di associare, emotivamente, ogni posizione ad uno dei due poli. Scavalcato il contenuto, ci si dedica furiosamente all’attività di completamento di una schedatura di ogni pensiero entro gli schemi precostituiti. Scriveva Nietzsche nello Zarathustra: « Pieno di solenni saltimbanchi è il mercato […] E anche da te vogliono un sì o un no. Ahimè, tu vuoi collocare la tua sedia fra il pro e il contro? Di questi incalzanti assolutisti non essere geloso, tu, amante della verità! Mai fino ad oggi la verità andò al braccio di un assolutista. […] Fuggi, amico mio, nella tua solitudine ». Non serve un’esegesi per capire fino a che punto abitiamo il mercato nietzschiano. In poco tempo Barbero è diventato, nell’immaginario di un popolo (in crescita) che si informa con i titoli, un no vax e un negazionista. Lui, che è vaccinato e che non ha mancato di rimarcare l’incontestabilità degli eventi delle foibe. L’autonomia intellettuale non solo è negata, ma non è neppure concepita. De Luca rappresenta alla perfezione questo pensiero deforme, nel momento in cui esclama, rivolgendosi idealmente a Barbero: « Sei favorevole sì o no? ». Il governatore, che pure era docente di storia e filosofia, richiama Barbero ad uno schieramento che, semplicemente, Barbero non riconosce, perché tiene fede solo alla propria onestà intellettuale, al di là di quali siano le conclusioni a cui pervenga. Barbero è colpevole di aver sviluppato le proprie riflessioni in autonomia. Scatta dunque l’accusa di ipocrisia. Se Barbero non è facilmente riconducibile a uno dei due poli non è perché il dibattito è impostato in maniera riduzionista, non è perché il pensiero di Barbero potrebbe avere una collocazione non ortodossa: è evidente che Barbero fa il doppio gioco, che vuole tenere un piede in due scarpe. La forma dualistico-pavloviana non è mai messa in discussione.

Certo, sono molte le criticità che emergono dall’affaire Barbero. L’esistenza di un certo dogmatismo, che facilmente viene ritenuto legittimo quando le questioni trattate riguardano delle morti. Una certa insofferenza per le questioni di principio e per le finezze intellettuali, accompagnato ad una più generica insofferenza, stavolta viscerale, per gli intellettuali, che credevamo appannaggio esclusivo della destra e che invece scopriamo propria dell’intera cultura politica italiana. Lo spossessamento mediatico del sé, delle proprie dichiarazioni, dei propri atti. Tuttavia, la faccenda risulta particolarmente emblematica perché Barbero, a differenza di ciò che si può pensare, non è un personaggio pubblico. Su Linkiesta, il direttore Christian Rocca ha parlato di una “doppietta di autogol mediatici da manuale”. Qui sta il problema: credere che qualsiasi personaggio sia collocabile in una sorta di gioco a punti, ossessionato dalla cura della propria immagine mediatica, attento a garantirsi il supporto di improbabili tifoserie. Così ragionano i politici o gli influencer (due categorie sempre più simili), che, trovando la propria ragion d’essere nel consenso immediato, effettivamente possono essere autori di “autogol mediatici”. Così ragionano, purtroppo, molti intellettuali italiani, attenti a mantenersi nella comfort zone delle posizioni mediane. È evidente che Barbero non ragioni così. Barbero non ha commesso errori perché non ha alcun patto col suo pubblico, che non a caso è spuntato spontaneamente dopo la partecipazione del professore a Super Quark; ha semmai un patto con se stesso, con la propria onestà intellettuale. Tutti dovrebbero averne uno, e dovrebbe essere ben più stringente del “vincolo esterno” con la pluralità informe dell’approvazione mediatica. Il risultato sarebbe forse un dibattito meno ordinato, ma certamente più sincero.

C’è il rischio che questo sia l’atto finale per il fenomeno mediatico oggettivo che ha accompagnato Barbero negli ultimi anni? Solo il tempo ce lo dirà. Di sicuro c’è da augurarsi di no: Barbero è troppo prezioso per l’asfittico panorama culturale italiano, in particolare dalla prospettiva giovanile. La gioventù ha trovato nel professore una ventata d’aria fresca, la prova vivente che esiste un modo diverso di fare cultura. Non può né deve farsi condizionare dalla disdicevole tendenza all’ostracismo mediatico che potrebbe abbattersi su Barbero. È in casi come questo che è possibile saggiare il grado di indipendenza di giudizio di una componente sociale: è importante non perdere l’occasione.

 La Fionda

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La Fionda è uno spazio di elaborazione culturale e politica, che condivide alcune precise idee – statualiste, autenticamente democratiche e antiliberiste -, senza compromessi contraddittori né opacità furbesche. Ma che ha l’autentico desiderio di confrontarsi, di dare luogo a un dibattito vero, fecondo, senza tabù. Perché questo deve essere il tempo della nitidezza e dello spirito critico che non arretra di fronte a nulla.
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