Gaza, l’Ucraina e i dolorosi compromessi di cui parla il NYT

Gaza, l’Ucraina e i dolorosi compromessi di cui parla il NYT

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PICCOLE NOTE


Di grande interesse quanto scrive Thomas Friedman sul New York Times, abilissimo nel celare la sostanza, cioè l’inevitabile compromesso che dovrà aver luogo in Ucraina e in Medio oriente, all’interno di un articolo consegnato alla più banale narrazione imperiale.

Così Friedman. “L’avanzata militare di Israele sta già incontrando una sfida comune nella guerra urbana: si rimane bloccati nei vicoli e poi si fa appello alla potenza aerea per spazzare via il nemico e chiunque si trovi nelle vicinanze, provocando molte vittime civili. Gli Stati Uniti non possono ignorare o difendere questa strategia ancora per molto, dicono i funzionari statunitensi”.

Tale osservazione riecheggia quanto scrive Amos Harel su Haaretz: “Il tempo della legittimità internazionale stringe e la simpatia che Israele ha attirato per la tragedia del Sabato Nero sembra diminuire velocemente”.

Sul punto, un avvertimento che non può essere ignorato è giunto dall’Australia, con il ministro degli Esteri Penny Wong che ha esortato Israele ad “ascoltare” gli alleati che chiedono di proteggere le vite innocenti di Gaza, ammonendo che il mondo “non accetterà il continuo aumento di morti civili”. È evidente che la Wong ha parlato in nome e per conto degli “alleati” anglosassoni…

Non allargare il conflitto alla Cisgiordania

Così torniamo all’articolo di Friedman, per sottolinearne un ulteriore passaggio, nel quale chiede di evitare di incendiare anche la Cisgiordania, sia per non far dilagare il conflitto, ma soprattutto perché Ramallah resta il partner necessario per dare vita a uno Stato palestinese.

Anche qui c’è una sintonia con quanto scrive Harel, che annota la grande preoccupazione americana per la politica che Tel Aviv sta attuando in Cisgiordania, dove dall’inizio della guerra la vigilanza e la repressione è aumentata (vedi il Post), suscitando reazioni (sul punto, rimandiamo all’editoriale di Haaretz: “Prevenire la guerra in Cisgiordania”).

La preoccupazione per la Cisgiordania è alimentata dal fatto che Netanyahu si sta appoggiando sempre più all’estrema destra, tanto da nominare Zvi Sukkot, del partito neofascista Otzma Yehudit (Jerusalem Post), a capo della Commissione per gli Affari e la Difesa della Cisgiordania. Sukkot, ricorda Harel, “è un instancabile provocatore che ha contribuito all’incendio in Cisgiordania nei mesi precedenti la guerra”…

Il Capo del Dipartimento di Stato Tony Blinken, annota Harel, sta arrivando in Israele, latore di un messaggio di Biden. Appare chiaro che si sta cercando una qualche soluzione. Non tanto l’avvio di una trattativa seria per la creazione di uno Stato palestinese, orizzonte tanto lontano da apparire aleatorio, quanto un compromesso per porre fine al mattatoio Gaza.

Gaza, l’Ucraina e i dolorosi compromessi

Un altro passaggio significativo della nota di Friedman, che è poi il  tema dell’articolo, è la modalità con cui collega il conflitto mediorientale a quello ucraino, guerre collegate anche formalmente dal comparto strategico statunitense, come denota il pacchetto di aiuti unificato per entrambi i Paesi proposto dal presidente Biden al Congresso degli Stati Uniti (del quale il cronista del NYT chiede l’approvazione).

Riportiamo la conclusione di Friedman: “La nuda e cruda verità è questa: Israele non può uscire da Gaza e continuare ad avere il sostegno occidentale senza un partner palestinese credibile che governi quel territorio e l’Ucraina non può avere il sostegno occidentale a meno che non ottenga sostanziali successi contro l’esercito di Putin quest’inverno o decida che ciò è impossibile e accetti un qualche accordo pur insoddisfacente”.

“Cioè, una sorta di compromesso territoriale con Putin in cambio delle garanzie di sicurezza della NATO e di un percorso verso l’Unione Europea. Nessun leader occidentale è pronto a dirlo ad alta voce a Kiev, ma tutti lo sanno e lo pensano: il sostegno occidentale all’Ucraina per una guerra di logoramento senza fine non può né sarà dato”.

“[…] All’indomani della guerra, Israele e Ucraina dovranno affrontare scelte molto difficili. Perché anche se oggi siamo pronti a firmare dei consistenti assegni per entrambi, non saranno assegni in bianco. Questi avranno una data di scadenza e richiederanno molto presto delle decisioni politiche molto dolorose, come peraltro richiede la situazione”.

Zaluzhny for president

Sulla guerra in Medio oriente, nulla da aggiungere alle considerazioni di Friedman oltre a quanto scritto in precedenza. Sulla guerra ucraina va aggiunto che il generale Valery Zaluzhny, comandante delle forze armate ucraine, in un’intervista all’Economist, commentata con intelligenza sul sito Strana, ha dichiarato che la guerra è ormai in stallo e che il divario di armamenti e tecnologia tra Kiev e Mosca rende impossibile ribaltare la situazione (a meno di un imprevisto di portata tettonica).

Per Zaluzhny, ormai l’Ucraina può solo costruire una barriera difensiva per evitare l’avanzata dei russi, opzione sulla quale converge la leadership ucraina, ma che vede il niet di Zelensky che vuole proseguire l’inane e dissanguante offensiva.

Non si tratta solo di un dissidio sulla strategia: evidentemente Zaluzhny si è proposto come successore di Zelensky per la nuova fase della guerra, quella in cui si arriva a un compromesso (lo stallo ha come esito un armistizio in stile coreano).

Se la guerra ucraina ha ormai imboccato tale strada, non sarà così facile incanalare il conflitto di Gaza in un percorso gestibile e di compromesso. Ma la spinta è analoga a quella ucraina.

Non si tratta solo di evitare un genocidio, del quali agli Stati Uniti importa poco o nulla, quanto di evitare di condividere il percorso che sta portando Israele all’isolamento internazionale – deriva dalla quale Washington vorrebbe salvare anche l’alleato mediorientale – e di eludere un conflitto su ampia scala in Medio oriente, che è l’orizzonte non ultimo del prolungamento del mattatoio di Gaza. Conflitto che probabilmente vedrebbe l’Occidente vincitore, ma dal quale Israele ne uscirebbe incenerito.

Tante le variabili del sanguinoso rebus mediorientale, non ultima l’imprevedibilità e la determinazione di Netanyahu. Difficile venirne a capo, ma Washington non ha scelta: deve trovare una via di uscita.

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