Ecuador: in Parlamento la mozione di sfiducia contro Lasso

Ecuador: in Parlamento la mozione di sfiducia contro Lasso

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L'Assemblea Nazionale dell'Ecuador si è riunita sabato per discutere l'impeachment del presidente neoliberista Guillermo Lasso.

La procedura di impeachment presidenziale è stata attivata su richiesta di almeno un terzo dei legislatori, in conformità con l'articolo 130, comma 2 della Costituzione. Questo articolo viene utilizzato in caso di "grave crisi politica e tumulti interni".

I promotori dell'iniziativa ritengono il governo responsabile dei morti e delle decine di feriti tra i manifestanti a causa della repressione delle forze dell'ordine. Inoltre, accusano il presidente ecuadoriano di aver rinnegato le promesse fatte in campagna elettorale e di perseguire invece altre politiche che favoriscono solo alcuni settori. 

Per oltre otto ore, circa 30 membri del Congresso hanno parlato a favore e contro il presidente Lasso nel primo giorno del dibattito sulla petizione di impeachment presentata dal gruppo Unione per la Speranza (UNES), accusando il presidente della grave crisi politica e dei disordini interni che hanno scosso il Paese dall'inizio delle manifestazioni organizzate dalla Confederazione delle Nazionalità Indigene dell'Ecuador (Conaie).

La petizione presentata contro il presidente Lasso dai deputati dell'UNES ha ottenuto il sostegno delle 47 firme necessarie per chiedere la rimozione di Guillermo Lasso dal potere a poco più di un anno dalla sua elezione a presidente. 

Una volta concluso il dibattito sulla richiesta di impeachment, i legislatori ecuadoriani avranno 72 ore di tempo per votare se procedere o meno con la misura contro Guillermo Lasso, che richiede almeno 92 voti al Congresso per essere approvata.

Se dovesse passare la rimozione di Lasso, il potere verrebbe assunto dal vicepresidente Alfredo Borrero e verrebbero indette elezioni presidenziali e legislative per il resto del mandato (fino al 2025).

Nel suo discorso davanti all'Assemblea Nazionale, il segretario legale della Presidenza, Fabián Pozo, ha respinto la richiesta di impeachment di Lasso, sostenendo che la misura "cerca di destabilizzare i poteri costituiti e di provocare il caos, per creare una crisi politica".

Secondo Pozo, la richiesta di impeachment "non ha argomenti né basi" e i promotori hanno come "unica prova" i due decreti esecutivi firmati durante lo sciopero nazionale, con cui il governo ha dichiarato lo stato di emergenza in sei province. Tuttavia, il primo è stato revocato all'inizio della settimana e il secondo "è stato abrogato pochi minuti fa", perché queste misure "erano sufficienti per ripristinare la pace e garantire la sicurezza degli ecuadoriani”. 

L'analista politico Napoleón Saltos Galarza ha spiegato - ai microfoni di RT - che la procedura per l'eventuale impeachment del presidente richiede 72 ore secondo la Costituzione, per cui "le prossime ore saranno decisive per sapere come si comporteranno i diversi blocchi politici all'interno dell'Assemblea".

"La causa dello sciopero è l'aggravarsi di una crisi economica e sociale molto forte in tutto il mondo, ma in Ecuador è aggravata dall'incapacità del governo di rispondere alle richieste" del movimento indigeno, e le decisioni dell'esecutivo a questo proposito "influenzeranno" il Parlamento, ha dichiarato Saltos Galarza.

Per il momento solo il gruppo di ‘correisti’ di UNES e Pachakutik, il braccio politico della CONAIE, hanno mostrato una chiara posizione a favore della rimozione di Lasso, ma "c'è una tendenza crescente" a favore di questa iniziativa, ha aggiunto l'analista. "Nel caso in cui si raggiungano i 92 voti necessari, la Costituzione stabilisce un meccanismo: immediatamente il presidente lascia, il vicepresidente prende il suo posto e il Consiglio elettorale convoca entro sette giorni le elezioni anticipate sia per il presidente che per l'Assemblea, in quella che è nota come ‘morte incrociata’”. 

Nel bel mezzo del dibattito parlamentare, il presidente ecuadoriano ha revocato lo stato di emergenza imposto in sei province del Paese a seguito delle mobilitazioni della Conaie.

Da parte sua, il leader della confederazione indigena, Leonidas Iza, ha negato la ripresa del dialogo con il governo e ha ribadito che le manifestazioni continueranno fino a quando l'esecutivo non risponderà a ognuna delle dieci richieste contenute nella lista di rivendicazioni.

Secondo l'Alleanza delle organizzazioni per i diritti umani, dall'inizio delle mobilitazioni e delle proteste, almeno sei manifestanti sono morti e più di 300 sono rimasti feriti a causa della repressione della polizia e dell'esercito. Intanto i soliti media internazionali tacciono. Evidentemente si interessano di repressione e presunti diritti umani esclusivamente quando vi sono proteste contro governi non graditi in quel di Washington, come ad esempio in Nicaragua e Venezuela.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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