Difendiamo il reddito di cittadinanza dal governo Draghi e dai 5 Stelle

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di Michele Merlo

Se c’è una battaglia che i media amano particolarmente condurre, che unisce conduttori di talk show vicini a Salvini o a Letta, è il dileggio quotidiano del reddito di cittadinanza. Ogni qual volta un percettore infrange la legge, stuoli di giornalisti si tuffano immediatamente per sottolineare come quel criminale percepisse il reddito di cittadinanza che, quasi come un marchio di fabbrica, identifica la feccia della società che non vuole fare niente nella vita, al massimo delinquere. 

A leggere certi articoli di La Repubblica, del Corriere o di qualsiasi altro giornale nazionale, pare poi che il crimine sia stato commesso per colpa del reddito di cittadinanza. Non si tratta solo di una tendenza nazionale, ma anche locale. Improbabili testate on line di provincia pubblicano editoriali sgrammaticati sulla sciagura del reddito, sull’assistenzialismo a pioggia che frena la crescita. 
Aumenta di giorno in giorno poi il numero di imprenditori sconosciuti che raggiungono facilmente la popolarità denunciando di non trovare personale per colpa dell’assistenzialismo di Stato. 

Allora sfatiamo questa grande bufala che chi percepisce il reddito non vuole lavorare. 
Nell’ottobre del 2019, l’allora ministro del lavoro Nunzia Catalfo ha firmato un decreto che permette ai comuni “di avviare la progettazione e definire le attività che i beneficiari del Reddito andranno a svolgere”.


Già dal 2019 quindi i Comuni possono chiamare i percettori di reddito di cittadinanza per svolgere lavori di pubblica utilità, come l’apertura di luoghi turistici, la realizzazione di opere pubbliche, il sostegno ai dipendenti comunali in diverse mansioni e molto altro ancora. 

Sono quindi i comuni, spesso in mano a cricche clientelari che fanno dell’assegnazione diretta di opere pubbliche un credo religioso, a non volere in mezzo ai piedi i percettori del reddito. 
Quanto al mercato del lavoro, deregolamentato negli ultimi anni e devastato dai lockdown, è abbastanza chiaro che allo stato attuale, non può essere lo strumento per assorbire chi perde il lavoro. 
Per certi commentatori ultra liberisti, mai sazi di fallimenti seriali del mercato autoregolamentato, chi non ha un lavoro deve morire di fame, oppure delinquere, poiché la società si nutre di miseria, sfruttamento e controllo sociale. 

Il RdC con tutti i suoi limiti, ha interrotto in parte questa catena devastante, causando non pochi problemi a piccoli e grandi sfruttatori. 
Il tam tam mediatico contro il reddito di cittadinanza, non è altro che una campagna di diffamazione contro i percettori, in chiave politically correct: non si può attaccare il povero in quanto tale, ma lo si può massacrare se lo si fa apparire come un furbetto fannullone. 
Il fine ovviamente è quello di giungere a una modifica sostanziale, se non ad una vera e propria abrogazione del sussidio, su cui destra e sinistra stanno lavorando da tempo, insieme a Confindustria e altri poteri nazionali e internazionali. Il governo Draghi è il vero rappresentante di questi poteri e non stupirebbe affatto se, con una mossa di palazzo, magari nella prossima legge di bilancio, si mettesse mano alle somme o alle modalità di accesso al Reddito. 

Male hanno fatto i 5 stelle a entrare nel governo Draghi, un errore fatale che non ripaga minimamente degli sforzi fatti nel recente passato. Peggio hanno fatto Di Maio e soci, quando puntando probabilmente a interessi personali, hanno ceduto il ministero del Lavoro e quello delle Attività produttive, dandolo in mano ad acerrimi nemici della misura di sostegno delle fasce più povere della popolazione. 

Altro errore del M5S è stato quello di prevedere sussidi alle categorie imprenditoriali e creare lo strumento del reddito di emergenza, entrambe le misure andavano inglobate nel reddito di cittadinanza, invece di rimanere anonimi strumenti di emergenza. 
Che la si pensi come i 5 stelle oppure no, oggi è necessaria una grande mobilitazione in difesa del Reddito di Cittadinanza. Se davvero si tratta di una somma che viene erogata ai cittadini italiani, è fondamentale renderla universale, poiché solo così potrà esprimere il massimo del potenziale. 
Il neoliberismo in chiave europeista è totalmente fallimentare e controproducente. Il neo keynesismo, che reinterpreta i fondamenti del ruolo dello stato nell’economia è l’unica via che permetterà all’economia italiana di riprendersi.

Insieme a quella del salario minimo, della nazionalizzazione delle concessioni pubbliche e del sistema sanitario nazionale, queste battaglie possono invertire la tendenza di impoverimento della popolazione e in particolare della classe media. La sinistra e i sindacati si sveglino su questi punti, perché non può più essere una lotta da delegare ai 5 stelle, sempre più moderati e assuefatti alle dinamiche di palazzo.

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