Cuba e i suoi "salvatori"

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Cuba e i suoi "salvatori"


di Federica Cresci - Cuba Mambi gruppo di Azione Internazionalista

Se metti due persone in una piscina, e una sa nuotare mentre l’altra no, il giudizio sembrerebbe semplice. Ma non è semplice affatto, se a quella che sa nuotare leghi braccia e gambe, le attacchi pesi di ferro ai polsi e alle caviglie, le immobilizzi il corpo fino a impedirle perfino di restare a galla. A quel punto non stai più verificando se sa nuotare. Stai organizzando il suo affondamento. Se invece l’altra persona, quella che non sa nuotare, la riempi di salvagenti, materassini, pinne, occhiali, tutto quello che serve per restare a galla senza sforzo, e poi la lasci lì a ridere dell’altra mentre affonda, dicendole anche: “Vedi? Non sai nuotare”, allora non sei davanti a un confronto. Sei davanti a una menzogna. Ecco Cuba.

Da 67 anni Cuba vive così: con i pesi addosso. Con le mani bloccate. Con il fiato spezzato da un blocco economico, commerciale e finanziario che ha colpito tutti i settori della vita cubana e che non ha avuto l’effetto di piegare un governo in astratto, ma di stremare un popolo concreto. Le case. Gli ospedali. Le madri. I bambini. Gli anziani. La luce che manca. Le medicine che non arrivano. Il cibo che si riduce. La vita quotidiana trasformata in una corsa a ostacoli permanente.

Oggi siamo arrivati a un punto di rottura. L’inasprimento delle misure degli ultimi anni ha spinto l’isola in una situazione disperata. Lo Stato è sotto pressione estrema, ma soprattutto lo è il popolo. Un popolo stanco, sfinito, esasperato. Ed è perfettamente comprensibile che, in questa condizione, si scenda in strada. È comprensibile che non ce la facciano più nemmeno i ragazzi di quindici o sedici anni. È comprensibile la protesta, comprensibile la rabbia, comprensibile perfino lo smarrimento. Quello che non è comprensibile è fingere di non vedere la causa materiale di questa asfissia. Quello che non è comprensibile è raccontare che tutto questo sia semplicemente “colpa del governo cubano”, come se Cuba fosse stata lasciata libera di respirare, commerciare, curarsi, svilupparsi, e avesse fallito da sola. No: Cuba non è stata messa nelle condizioni di funzionare.
Ed è qui che si misura la disonestà di tanta propaganda. Si può criticare il governo cubano. Certo che si può. Lo possono fare i cubani, lo deve poter fare qualunque cittadino. Si possono discutere scelte, errori, rigidità, limiti. Ma una critica seria esige una condizione minima di onestà: paragonare sistemi posti in condizioni comparabili. Se due paesi sono davvero nella stessa piscina, con la stessa libertà di movimento, la stessa possibilità di commerciare, comprare medicine, accedere al credito, sviluppare la propria economia senza strangolamenti esterni, allora sì, si può discutere chi ha costruito meglio e chi peggio. Ma se uno dei due viene colpito dalla nascita, isolato, punito, bloccato, ostacolato in ogni ambito essenziale, allora non stai giudicando la validità di un sistema: stai giudicando il risultato di un soffocamento.

E questo il mondo lo sa. Lo sa benissimo. La parte più dolorosa, però, è forse un’altra. Ed è una ferita morale prima ancora che politica. Perché a questo strangolamento non si prestano soltanto i governi che l’hanno progettato e mantenuto. Si prestano anche quei cubani che dall’estero, soprattutto da Miami, osservano i loro fratelli, le loro sorelle, le loro famiglie piegate dalla fame, dalla mancanza di medicine, dalla mancanza di elettricità, e invece di indignarsi per il fatto che una nazione straniera abbia ridotto Cuba in questo stato, accettano e rilanciano la narrazione più comoda per Washington: quella che fa apparire naturale, giusto, quasi meritato ciò che naturale e giusto non è. È qui che il discorso si fa intollerabile. Perché non si tratta solo di critica politica.

Si tratta di vedere sangue del proprio sangue soffocato e scegliere di stare dalla parte di chi stringe il cappio. E non basta: c’è anche chi torna a Cuba esibendo ciò che ha accumulato negli Stati Uniti come prova vivente di una superiorità morale e materiale, come se quella ricchezza fosse il frutto puro della libertà e non anche del rapporto diseguale tra chi sta a galla e chi viene tenuto sott’acqua. Così la sofferenza dei propri fratelli viene trasformata in spettacolo, in ricatto psicologico, in umiliazione. Si guarda chi resiste tra blackout, scarsità, ospedali senza risorse, e gli si dice: “Guarda come stai. Guarda come stiamo noi. La prova siete voi.” Ma non è una prova. È la conseguenza di un assedio.
Per questo il ruolo di certa emigrazione anticastrista non è neutro. È il ruolo di chi collabora alla legittimazione dell’oppressione contro il proprio popolo. E quando un oppressore trova, dentro il popolo che colpisce, qualcuno disposto a giustificarlo, a tradurne la propaganda, a trasformare la sofferenza collettiva in accusa contro le vittime, il danno è doppio. È una figura che la storia conosce bene: quella del collaboratore, dell’ausiliario morale della violenza, di chi non infligge materialmente ogni colpo ma aiuta a renderlo accettabile.
E non si dica che questa ipocrisia appartiene solo a Miami.

Perché sarebbe troppo facile.

Anche in Europa, e anche in quel falso centrosinistra che oggi ama esibire cappelli, bandiere e dichiarazioni accorate per il popolo cubano, c’è una responsabilità politica che non può essere cancellata con una posa tardiva. Per anni, dentro il Parlamento europeo e nelle istituzioni comunitarie, una parte di quella stessa area politica ha sostenuto atti, risoluzioni, linee e cornici punitive che hanno contribuito a isolare Cuba, a legittimare la pressione su Cuba, a raccontare Cuba sempre e solo come imputata e mai come aggredita. Oggi si presentano come difensori della libertà cubana. Benissimo: vadano ad aiutare Cuba, lo facciano davvero. Ma abbiano almeno il pudore della memoria. Perché chi ha partecipato, anche politicamente, alla costruzione dell’affogamento non può fingersi improvvisamente il bagnino. Questa è la grande rimozione occidentale: si pretende di giudicare Cuba senza Cuba, la sua storia senza il suo assedio, i suoi limiti senza la guerra economica che li ha aggravati, il suo presente senza nominare chi lo ha reso così duro. E allora bisogna dirlo con chiarezza: non si sta discutendo soltanto di comunismo, di socialismo, di governo, di opposizione. Si sta discutendo del diritto elementare di un popolo a non essere strangolato per decenni e poi accusato di respirare male. Si sta discutendo della pretesa oscena di voler verificare la bontà o il fallimento di un sistema dopo averlo colpito fin dalla nascita, dopo avergli impedito l’accesso normale al mondo, e dopo averne usato ogni difficoltà come argomento contro di lui.

Cuba la si può criticare, certo. Ma la si dovrebbe prima lasciare vivere. La si dovrebbe lasciare camminare con le proprie gambe.

La si dovrebbe lasciare sbagliare da sola, riuscire da sola, cadere da sola, rialzarsi da sola. Solo allora il giudizio sarebbe onesto. Altrimenti no. Altrimenti resta soltanto la crudeltà di chi crea le condizioni dell’asfissia e poi, con aria innocente, domanda perché manca l’ossigeno. E c’è anche una verità storica che troppi fingono di aver dimenticato. Perché se oggi tanti parlano di Cuba come di un corpo da “liberare”, bisognerebbe ricordare da cosa la rivoluzione l’ha strappata. Dall’isola consegnata alla prepotenza statunitense, dall’isola piegata agli interessi dei Marines, dall’isola ridotta a spazio di sfruttamento, di subordinazione, di analfabetismo, di umiliazione nazionale. Una Cuba in cui i cubani contavano poco perfino a casa propria. È da lì che si partiva. Ed è per questo che, al di là di ogni discussione legittima sulle forme del potere, i diritti, gli errori, le rigidità, la rivoluzione ha significato anche dignità, istruzione, coscienza nazionale, possibilità di avere un nome nel mondo e di non essere più soltanto il cortile di qualcun altro. Per questo la posta in gioco non è solo un cambio di governo.

È molto di più. È decidere se Cuba debba restare una nazione con una sua sovranità, con la sua storia, con la sua dignità, oppure tornare a essere ciò che i potenti hanno sempre voluto: una terra obbediente, disponibile, piegata.

E allora il dolore di questi giorni non va usato per completare il lavoro dell’assedio.

Va guardato in faccia per quello che è: il dolore di un popolo ferito, sì, ma ferito anche da chi oggi si presenta come suo salvatore.

Perché la cosa più vergognosa, in fondo, non è che Cuba soffra.

La cosa più vergognosa è che ci sia ancora chi guarda quella sofferenza e invece di denunciare la mano che stringe, denunci il collo che cede. Cuba, da sessantasette anni, non chiede privilegi. Chiede soltanto ciò che spetta a ogni popolo: il diritto di restare viva senza avere addosso la mano di chi la vuole vedere sparire — che sia il governo degli Stati Uniti, i suoi servi mercenari nella diaspora cubano-americana, o quel falso centrosinistra europeo che troppo spesso ha alimentato la narrazione dell’oppressore quando gli conveniva stare dalla parte del più forte.

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