"Cuba è la prossima": la nuova minaccia di Trump
Il presidente USA rivendica le operazioni contro Venezuela e Iran e inserisce l'isola nella lista degli obiettivi. Ma il Comando Sud smentisce: "Nessun piano di invasione"
Una nuova, pesante, minaccia bellica incombe sulla regione caraibica. Nel corso di un intervento al Future Investment Initiative, il summit economico tenutosi a Miami, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha nuovamente puntato il mirino contro L’Avana, inserendo Cuba in quella che ha definito come una sequenza di azioni militari già intraprese dal Pentagono.
“A volte bisogna usare la forza militare, e Cuba è la prossima”, ha dichiarato il presidente statunitense, rivendicando con toni che alternavano la minaccia al cinismo le recenti operazioni speciali condotte in Venezuela. Trump ha fatto esplicito riferimento all’invio della Delta Force, l’unità d’élite del Dipartimento della Difesa, per sequestrare il presidente Maduro insieme alla moglie Cilia Flores, dopo aver bombardato la capitale venezuelana Caracas.
In una sorta di gioco sarcastico con i giornalisti presenti, il capo della Casa Bianca ha chiesto di “ignorare” quella dichiarazione, trasformando il monito in un passaggio quasi sibillino del suo discorso, incentrato poi sulle consuete politiche migratorie e sul motto “America first”.
Queste parole arrivano in una fae ben precisa dell’assalto multidimensionale statunitense all’Isola. Trump ha già definito l’isola caraibica una “nazione indebolita”, aggiungendo che “prendere Cuba sarebbe un grande onore”. Una retorica che si innesta in un contesto di pressioni crescenti: da gennaio, l’amministrazione statunitense ha intensificato il blocco petrolifero, aggravando una situazione energetica già resa critica dalle sanzioni unilaterali.
Le dichiarazioni del magnate sembrano rappresentare una reazione rabbiosa alla recente posizione assunta dal presidente cubano, Miguel Díaz-Canel. In un’intervista, il leader rivoluzionario ha confermato la disponibilità del suo governo a un dialogo con Washington, ma ha posto delle condizioni nette: “In quella decisione non è in gioco il nostro sistema politico né alcuna decisione che sia propria del nostro popolo”. Díaz-Canel ha ribadito con fermezza che il futuro de L’Avana “non dipende dagli Stati Uniti”, denunciando l’obiettivo storico dell’amministrazione USA di rovesciare la rivoluzione cubana per “impadronirsi” della nazione.
Tuttavia, dietro la facciata aggressiva della retorica trumpiana, emergono crepe evidenti nella strategia del Pentagono. Chiamato a esprimersi davanti al Congresso, il generale Francis Donovan, a capo del Comando Sud degli Stati Uniti, ha smentito qualsiasi preparativo concreto per un’operazione militare contro l’isola.
Interrogato dai senatori su un possibile piano di invasione o di supporto a gruppi irregolari per un cambio di regime, il generale ha dichiarato di non avere alcuna conoscenza in merito. Donovan ha precisato che l’unico impiego ipotizzabile per le truppe statunitensi nei pressi di Cuba sarebbe limitato a scenari di sicurezza per l’ambasciata o per la base navale di Guantánamo, quest’ultima considerata illegittima dal governo cubano.
Nonostante le pressioni e la gravità delle dichiarazioni, la risposta cubana si mantiene su un crinale di dignità e resistenza istituzionale. L’Avana, mentre deve fare i conti con le difficoltà quotidiane provocate dalle misure coercitive unilaterali aggravate dal blocco energetico, continua a ribadire la propria intangibilità sovrana, segnalando che qualsiasi interlocuzione futura dovrà avvenire nel rispetto reciproco e senza condizioni preliminari sul sistema politico del Paese.

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