Cosa succede in Kosovo. Generale Fabio Mini a l'AD: "In ogni caso saremo con la guerra in casa per altri decenni"

Cosa succede in Kosovo. Generale Fabio Mini a l'AD: "In ogni caso saremo con la guerra in casa per altri decenni"

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di Alessandro Bianchi e Chiara Nalli


Come l’AntiDiplomatico abbiamo avuto l’onore di intervistarlo più volte sul conflitto in Ucraina. La prima intervista, in particolare, è stata letta da oltre 100 mila italiani, che hanno così trovato un valido antidoto alla propaganda martellante e a senso unico.

Un conflitto che aveva previsto, per le scelte scellerate della Nato, e del quale ne ha da subito indicato rischi, portata e scenari, poi tutti effettivamente realizzati.

Dalle pagine del Fatto Quotidiano e con le sue interviste, il generale Fabio Mini si è imposto come una delle voci più credibili e autorevoli. Con il suo libro “L’Europa in guerra” (Paper First) ha offerto informazioni imprescindibili da cui partire per ogni discussione seria sull'argomento.

L’Europa è in guerra in Ucraina. Ma c’è un altro scenario che inquieta e molto in queste ore. Come ex capo di Stato Maggiore del Comando NATO per il sud Europa, nonché comandante delle operazioni di pace a guida NATO in Kosovo, dall’ottobre 2002 all’ottobre 2003, nessuno più del Generale Mini può aiutarci a comprendere quello che sta accadendo in questi giorni in Kosovo. Quante possibilità ci sono che si possa infiammare questo nuovo (vecchio) fronte? 



L'INTERVISTA A L'ANTIDIPLOMATICO

 

Generale in Kosovo, i disordini di lunedì hanno visto il coinvolgimento e il ferimento di circa 30 militari della KFOR, tra cui 11 soldati italiani. Il contingente italiano della KFOR è visto con grande stima dalla popolazione serba di Kosovo. Nella dispersione dei manifestanti nel comune di Zvecani sono stati esposti in prima linea proprio i militari italiani. Ritiene che ci siano specifiche considerazioni dietro questa scelta?

Innanzitutto vorrei esprimere l’apprezzamento per l’analisi sulla situazione fatta per l’AD da Chiara Nalli. Semplicemente perfetta. Il fatto che in prima linea nell’affrontare i disordini ci siano stati gli italiani non è casuale. Gli interventi di quel genere sono pianificati e le forze selezionate in relazione agli scopi da raggiungere. Se lo scopo è reprimere violentemente, individuare gli agitatori, neutralizzarli anche effettuando  arresti di massa, in prima linea si mandano unità d’intervento rapido appositamente addestrate ed equipaggiate per azioni di breve durata sostenute da unità per il controllo del territorio; se lo scopo è dissuadere gli organizzatori dei disordini, le forze da schierare devono essere tante e preparate ad attaccare, ma l’azione principale è la pressione psicologica e politica sulle autorità locali; se lo scopo è limitare e contenere i disordini l’intervento è prettamente difensivo, non passivo, ma freddo, razionale anche a costo di subire qualche  perdita; se lo scopo è reattivo in senso proporzionale alla minaccia le forze devono possedere tutte le capacità citate ma saranno sempre soggette all’iniziativa dei dimostranti e il rischio di escalation della violenza è alto. Kfor ha sempre privilegiato l’approccio della limitazione della violenza e le forze italiane in prima o seconda linea si sono distinte in modo particolare per saggezza, fermezza e imparzialità. Ma Kfor rappresenta la forza della comunità internazionale guidata dalla Nato e se questa non è altrettanto lucida, fredda e imparziale ogni situazione rischia il peggio. Se lo scopo degli interventi non è più chiaro, se mentre si chiacchiera di sicurezza si accendono fuochi che la minacciano, se nei fatti si alimenta l’odio interetnico e si pretende che Kfor intervenga a sostegno delle forze di polizia locali che non hanno né capacità né volontà di essere imparziali, allora non importa quante e come siano le forze d’intervento: saranno sempre strumenti dell’ambiguità e dell’ipocrisia.


Il governo serbo sembra determinato ad intervenire militarmente in difesa della popolazione serba di Kosovo, qualora ciò si rendesse necessario. Il Presidente Vucic lo ha ribadito in più occasioni, menzionando anche gli eventi del pogrom di marzo 2004. Una tale eventualità potrebbe comportare uno scontro diretto con le forze KFOR e quindi indirettamente con la NATO? Quanto è realistico questo scenario?

Gli eventi del 2004 sono stati determinati dalla certezza, assicurata dalla Unmik, che il Kosovo potesse fare impunemente piazza pulita delle minoranze non albanesi e in particolare dei serbi. L’accoppiata pro-albanese Nato -Unmik in Kosovo è sempre stata flemmatizzata da Kfor e perfino la componente statunitense della missione militare (a partire dal Comandante supremo della Nato) è sempre stata molto equilibrata. Sul piano politico e non in Kosovo ma a Bruxelles, l’accoppiata ha finito per prevalere e il Kosovo ha ritenuto di poter dare una “spallata” ricorrendo all’ennesima violenza. C’era però anche un altro fattore: nel 2003 la giustizia internazionale si era cominciata a muovere anche nei riguardi dei crimini commessi dai capi k-albanesi e molti di loro si sentivano in pericolo, non tanto e non solo perché implicati direttamente ma soprattutto perché percepivano lo sgretolando del mito della resistenza antiserba. Oggi quel mito è ancora vivo e vegeto, ma la Serbia ha più interesse ad entrare in Europa che alimentare un altro conflitto. Da parte loro, Stati Uniti e Nato intendono disaccoppiare la Serbia dalla Russia esattamente come dimostrano in Ucraina cercando di staccare completamente l’Europa dalla Russia. I disordini e le critiche europee e Nato nei riguardi delle autorità kosovare per averli provocati tendono proprio a indurre la Serbia a disconoscere i rapporti con la Russia. Allo stesso tempo, la Serbia sfrutta tali rapporti per convincere l’Ue a concedere quell’accesso negato e traccheggiato per 14 anni mentre la Russia offre sostegno proprio per evitarlo. Lo scenario di un nuovo conflitto Nato-Serbia è realistico se si verifica una condizione: la Serbia non si stacca dalla Russia e non viene ammessa all’Ue. Se invece la Serbia si stacca dalla Russia in cambio del riconoscimento della sovranità (in una forma qualsiasi, anche simbolica) sul Kosovo e dell’ammissione alla Ue e alla Nato, il conflitto interno si riapre in Kosovo e si accentua quello fra Nato e Russia. In ogni caso saremo con la guerra in casa per altri decenni.

 

Nel 1999 le forze NATO ottennero il ritiro dell’esercito jugoslavo dal Kosovo tramite una campagna militare condotta esclusivamente per via aerea. Ma la Serbia di oggi non è la Jugoslavia del 1999: non lo è per forze interne, innanzitutto - ed ha possibilità praticamente nulle di essere supportata dall’esterno. Conviene con questa valutazione? In tale contesto, ritiene che un confronto armato avrebbe alcun senso?

Una precisazione: nel 1999 la campagna aerea non ha risolto nulla sul piano militare e nemmeno su quello politico. La soluzione transitoria è stata trovata dagli accordi prettamente militari tra le forze della Nato dispiegate in Macedonia e quelle dell’esercito serbo in Kosovo. Gli accordi militari di Kumanovo stabilirono le condizioni per il ritiro delle forze serbe senza spargimento di sangue e tra queste condizioni, diventate parti integranti della Risoluzione dell’Onu 1244, non figurava né la sconfitta formale della Serbia né tanto meno la perdita della sovranità sul Kosovo che invece veniva riaffermata. Le forze Nato sono entrate in Kosovo dopo l’accordo e i serbi si sono ritirati senza essere stati sconfitti. Nel 1999 non c’è stato quello scontro tra eserciti che avrebbe procurato un bagno di sangue sia per i serbi sia per la Nato. Un massacro che la Serbia avrebbe potuto sostenere, se non altro per tradizione e vocazione al martirio, ma che le nazioni della Nato non avrebbero potuto accettare. Di qui la saggezza della soluzione del negoziato fra militari. Oggi nessun conflitto ha senso di utilità né politica né strategica, ma può averlo per convenienza economica specialmente se prevale il disprezzo per le ragioni e la vita altrui. E quanto sia forte questo disprezzo ai nostri tempi è dimostrato dalla guerra in Ucraina.



Tornando alla missione KFOR. Come lei ci spiega nel suo libro: “il coinvolgimento internazionale della Nazioni Unite e della NATO si è protratto sul piano amministrativo e militare concedendo al territorio conteso (Kosovo) uno status indefinito con la formula che “lo status finale sarà deciso con accordi tra le parti”. Una formula riportata nella risoluzione dell’ONU 1244 che non è servita a nulla e che è stata smentita dalle stesse Nazioni Unite quando hanno avallato la dichiarazione unilaterale di indipendenza dei territori sottratti alla sovranità della Serbia”. Allo stato attuale, le forze ONU e NATO in Kosovo stanno nuovamente avallando una violazione di un accordo internazionale da parte di Pristina, legittimando de facto la creazione di un esercito nazionale? Quale peso potrebbe avere questo elemento negli scenari futuri? 

Allo stato attuale la risoluzione 1244 è carta straccia. Serve ancora per mantenere una missione politico amministrativa ed una militare che hanno perso il valore iniziale: accompagnare il Kosovo e i Balcani interi in un percorso di ricostruzione, sicurezza e stabilità necessari alla sicurezza dell’intera Europa. Dopo vent’anni siamo ai problemi anteguerra. Le missioni militari straniere che garantiscono la sicurezza anche di una piccola parte del territorio estero sono forze di “occupazione”, come chiariscono i Regolamenti dell’Aja del 1907 inclusi nelle Convenzioni di Ginevra. È una situazione “de facto” che prescinde dalle ragioni e fini dell’occupazione. Gli stessi documenti chiariscono i diritti e i doveri delle forze occupanti nei riguardi delle popolazioni civili soggette a occupazione. E sono più doveri che diritti. Ma considerando carta straccia anche queste regole, rimane una constatazione: in Kosovo, con la mania di imporre regole e la linea prettamente ideologica di sfasciare ciò che non si condivide, la presenza amministrativa e militare Onu e Nato ha rallentato e perfino impedito la presa di coscienza kosovara e serba sul fatto che esiste sempre un’alternativa alla guerra e al conflitto. Le forze militari che affermano di basarsi sulla prevenzione del conflitto, sul mantenimento della pace e sulla deterrenza sono destinate a fallire al primo colpo di pistola. La loro successiva utilità consiste soltanto nel condurre la guerra e perseguire la distruzione. Molti stati sono consapevoli di questa fragilità delle cosiddette “buone intenzioni” e si preparano per la guerra senza ambiguità. La Serbia, pur con mezzi limitati, appartiene a questa schiera. Il Kosovo che avrebbe dovuto essere disarmato, perché difeso dalla Nato, è stato indotto dalla stessa Nato a dotarsi di un esercito e di prepararsi alla guerra contro la Serbia con il sostegno della Nato. La creazione di un esercito nazionale impedita dagli accordi è stata realizzata in modo surrettizio con l’aiuto e il sostegno della Nato. Quando gli ex membri dell’UCK dovevano consegnare le armi e, se volevano, operare in un corpo di protezione civile (KPC) sono stati addestrati, riarmati e vestiti da alcuni paesi della Nato per continuare la loro guerra fino all’ultimo serbo. Un collega inglese in Kosovo incaricato di controllare il KPC non aveva dubbi: “Pensa, marcia e spara come un esercito: è un esercito”. Da allora le armi sono aumentate e questo esercito non ha mai avuto in mente un’alternativa alla guerra.

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