Argentina: il volto brutale del neoliberismo

Il Congresso approva il pacchetto di controriforme mentre la polizia carica i manifestanti a Buenos Aires. Decine di feriti e sette fermati

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Argentina: il volto brutale del neoliberismo

 

Buenos Aires si è svegliata con il volto letteralmente tumefatto. Non solo per gli scontri, ma per la violenza con cui il governo del fanatico neoliberista Javier Milei ha scelto di rispondere al dissenso sociale. Nella notte di giovedì 19 febbraio, mentre alla Camera dei Deputati si consumava il voto sulla controversa riforma del lavoro, fuori dal Congresso Nazionale la polizia federale e la gendarmeria caricavano senza pietà i manifestanti. Il bilancio è di decine di feriti, colpiti da proiettili di gomma e manganelli, e almeno sette attivisti fermati in modo arbitrario.

La giornata era iniziata all'insegna della mobilitazione. La Confederazione Generale del Lavoro (CGT) aveva indetto uno sciopero generale che ha paralizzato i principali centri urbani, compresa la capitale. Un'adesione massiccia, la quarta dall'insediamento di Milei, che ha bloccato servizi essenziali come la raccolta dei rifiuti, i controlli sanitari e le operazioni doganali, con la sola presenza di personale ridotto al minimo. Piazza del Congresso, nel pomeriggio, si era riempita per metà della sua capienza, mentre all'interno i legislatori del partito di governo cercavano faticosamente il numero legale per portare a casa il risultato.

Il testo approvato, che ora torna al Senato per il via libera definitivo previsto per il 27 febbraio, è stato definito dalle opposizioni e dai sindacati come un "compendio di regressioni". Un attacco frontale ai diritti dei lavoratori che, di fatto, sposta l'equilibrio di potere nelle fabbriche e negli uffici, consegnando agli imprenditori un potere decisionale unilaterale su contratti, licenziamenti e retribuzioni.

 
 
 
 
 
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Tra i punti più contestati, spicca l'eliminazione del pagamento delle ore straordinarie, sostituite da un "banco delle ore" che compenserà il tempo extra con riposi, senza alcun plus salariale. Il lavoratore perde anche la possibilità di scegliere quando godersi le ferie: sarà il datore di lavoro a decidere il periodo, con l'unico vincolo che almeno una volta ogni tre anni possano cadere in estate. "Sole e spiaggia, solo quando il capo lo vorrà", sintetizzano i cronisti locali.

La riforma rende inoltre più economico licenziare. La base di calcolo per le indennità non potrà superare il 67% del valore del contratto collettivo, escludendo straordinari e bonus. Per i licenziamenti senza giusta causa, l'indennizzo sarà pari a un mese di stipendio per ogni anno di servizio. Un altro capitolo controverso è il ritorno al salario "in natura", una pratica che ricordava i "ticket" dell'era menemista: il datore di lavoro potrà pagare il dipendente con beni o servizi, come vitto e alloggio, invece che con denaro contante.

Non meno preoccupante è la stretta sui diritti sindacali. Le assemblee in orario di lavoro necessiteranno del permesso esplicito del datore di lavoro. Ai delegati sindacali vengono ridotte le tutele, con un massimo di 10 ore mensili retribuite per l'attività sindacale. Viene limitato il diritto di sciopero nei servizi essenziali, dove dovrà essere garantita una copertura minima del 75%, e in quelli "trascendentali", al 50%. Pratiche come i blocchi delle fabbriche verranno considerate infrazioni "gravissime".

Il progetto, già passato al Senato e ora modificato, dovrà fare ritorno a Palazzo legislativo per l'approvazione definitiva. L'obiettivo del governo è chiudere la partita venerdì 27, due giorni prima dell'apertura delle sessioni ordinarie del Congresso, dove Milei interverrà domenica 1° marzo.

Mentre la polizia caricava e i deputati votavano, il presidente argentino era però a migliaia di chilometri di distanza. Milei, assente dal fronte interno, partecipava a Washington a un incontro promosso da Donald Trump del cosiddetto Bord of Peace dove è stato immorlatalato mentre scherzava e cantava sulle note di Elvis Presley. Un'assenza che dice molto sulla strategia del leader sedicente libertario: proiettato all'estero alla ricerca di legittimazione, mentre in patria lascia che siano la polizia e la legge del più forte a fare piazza pulita del dissenso sociale.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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