Alex Saab torna a casa. Maduro lo riceve a Miraflores

Alex Saab torna a casa. Maduro lo riceve a Miraflores

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“Alex è tornato a casa”. Così, con un messaggio diffuso sulle reti sociali, Camilla Fabri Saab ha annunciato il ritorno del marito e ringraziato le tante e i tanti che l’hanno sostenuta nella lunga battaglia per la liberazione del diplomatico venezuelano. Il 20 dicembre, insieme ai figli di Saab e a quelli avuti in comune, Camilla era ad attenderlo all’aeroporto di Maiquetia, a Caracas, dopo esser stato liberato a seguito di uno scambio con un gruppo di mercenari e malfattori statunitensi, detenuti nelle carceri venezuelane.

Sull’aereo, si trovava il principale rappresentante dei negoziati fra il governo bolivariano e l’opposizione venezuelana, il presidente dell’Assemblea Nazionale, Jorge Rodriguez. Lo stesso Saab è parte dei negoziatori. Un ruolo assunto da Camilla, come difensora dei diritti umani, durante la lunga assenza del marito. Ad attenderlo, Cilia Flores, la “prima combattente”, deputata e moglie del presidente Maduro.

Un lungo abbraccio in rappresentanza di tutto il paese, per esprimere la forte gratitudine nei confronti dell’uomo che ha messo a rischio la sua vita per importare alimenti, medicine e carburanti dai paesi amici, nel momento di massimo assedio al Venezuela, sottoposto a misure coercitive unilaterali da parte degli Stati Uniti.

La Cia e l’amministrazione nordamericana avevano fatto sapere all’imprenditore colombo-venezuelano che lo avrebbero lasciato in pace se avesse smesso di aiutare il Venezuela. In piena epidemia da covid-19, che il governo Maduro aveva affrontato per tempo, riuscendo a prevenire efficacemente il disastro provocato invece dai governi neoliberisti in altre parti dell’America latina, al Venezuela rimaneva carburante per appena tre giorni.

Chiudere il rifornimento al paese avrebbe significato scatenare il caos e una crisi sanitaria, fornendo così il pretesto di un’invasione nordamericana, con il pretesto dell’aiuto umanitario. Una strategia più volte tentata e altrettante volte sventata dalla resistenza del popolo venezuelano e dall’unione civico-militare, asse portante della rivoluzione bolivariana.

Così avvenne il 23 febbraio del 2019 quando, dopo l’autoproclamazione di Juan Guaidó a “presidente a interim del Venezuela”, i capi di stato neoliberisti di vari paesi limitrofi dell’America Latina appoggiarono il tentativo di invasione degli Usa, mascherato da aiuto umanitario nella località di frontiera di Tiendita, confinante con la Colombia. Un piano orchestrato dai settori golpisti della destra venezuelana, dall’imperialismo nordamericano allora guidato da Donald Trump e dagli allora presidenti del Cile, Sebastian Piñera, della Colombia, Ivan Duque e del Paraguay, Mario Benitez.

Si seppe, però, in seguito, dell’esistenza di piani di appoggio militari da parte dell’estrema destra brasiliana e argentina, che aveva dato rifugio ad alcuni golpisti venezuelani. Allora, la reazione corale e decisa del popolo venezuelano riuscì a smascherare la vera natura dell’operazione, scoperchiando i camion che trasportavano armi ed esplosivi e non “aiuti umanitari”. Il tentativo di invasione venne respinto dalla resistenza popolare in quella che verrà celebrata come “la battaglia dei ponti”.

Lo stesso accadde il 3 maggio del 2020, durante due tentativi di invasione militare. A organizzarli furono militari golpisti venezuelani, riparati in Colombia, e ex marines, diventati mercenari di un’impresa privata per la sicurezza, la Silvercoop, contrattati da Guaidó e compari per rovesciare il governo Maduro. Il primo gruppo, che tentò di sbarcare nello stato costiero di Vargas, venne respinto dalla Forza Armata Nazionale Bolivariana. Il secondo gruppo, che cercò di entrare dal villaggio di Chuao, nello stato Aragua, venne respinto dai pescatori, che catturarono i mercenari. Due degli ex marines sono tra i 10 detenuti statunitensi liberati, le cui famiglie avevano ripetutamente scritto lettere pubbliche a Biden.

“Niente è più importante per il presidente Biden della sicurezza degli statunitensi all’estero. A volte questo significa prendere decisioni difficili”, ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, John Kirby.

Dietro la retorica da Far West dell’amministrazione Usa, ci sono soprattutto interessi materiali: quello di rimettere le mani su uno dei detenuti, l’imprenditore Leonard Glenn Francis, noto come “Fat Leonard”, accusato di aver condotto il più grande scandalo di corruzione nell’esercito statunitense nonché di essere detentore di importanti segreti militari; e quello di rimettere le mani sul petrolio venezuelano, essenziale nel contesto di guerra e di ridefinizione degli assetti internazionali.

A questo riguardo, commentando la “flessibilizzazione” di alcune “sanzioni” all’impresa petrolifera venezuelana, decisa da Biden, l’ex presidente nordamericano Donald Trump aveva commentato: “Perché farla tanto lunga con i negoziati? Quando c’ero io, potevamo andare per le spicce, eravamo a un passo da mettere direttamente le mani sul petrolio venezuelano”. Un’affermazione che smentisce la campagna mediatica che ha cercato, in questi anni, di minimizzare o screditare gli allarmi lanciati con ragione dal governo venezuelano circa le minacce di aggressione, a cominciare dall’attentato con i droni al presidente Maduro dell’agosto 2018.

Tuttavia, ai giornalisti convocati a Miraflores, dove ha ricevuto con un abbraccio il diplomatico Saab e la sua famiglia, Maduro ha rivelato che, pochi mesi prima della fine del mandato di Trump, il governo bolivariano era stato “a un passo da ottenere la liberazione di Alex Saab”, ma che poi, con la fine della presidenza Trump, si era dovuto “ricominciare tutto d’accapo”.

Intanto, alle dichiarazioni infuriate e minacciose dell’estrema destra venezuelana, i movimenti venezuelani hanno risposto in rete con ironia. Hanno invitato Guaidó, che si trova negli Stati uniti, a nascondersi per tempo, per evitare le ire funeste dei mercenari Usa liberati, che potrebbero voler riscuotere il compenso non ricevuto per l’operazione Gedeon.

Saab – ha detto Maduro – è un uomo “coraggioso e patriota, che ha resistito per 40 mesi alle condizioni avverse e dolorose seguite al suo sequestro, imposte in un carcere immondo in cui ha subito tortura fisica, psicologica, nonché minacce e menzogne”. Minacce e ricatti a cui Saab ha resistito, “con lo stesso coraggio dimostrato dal popolo venezuelano e dal suo governo che – ha detto Alex Saab – sono orgoglioso di servire”.

Saab è apparso pallido e provato, sia per le dure condizioni di detenzione subite, sia per i problemi sanitari derivati dal suo essere sopravvissuto a un tumore allo stomaco, la cui recidiva non gli è stata curata in prigione. La famiglia e il movimento Free Alex Saab lo avevano denunciato da mesi, quando il diplomatico aveva ricominciato a vomitare sangue, ma non aveva ricevuto le cure adeguate dalla sua condizione.

Alex Saab è stato indubbiamente un ostaggio e un monito nei confronti di quanti avrebbero voluto aiutare il governo bolivariano a spezzare l’assedio. Gli Usa avrebbero voluto trasformarlo in un informatore, obbligandolo a distanziarsi dalla rivoluzione bolivariana. Per questo, avevano diffuso una campagna diffamatoria presentandolo come un informatore della polizia antidroga, la Dea. Una notizia smentita sia dagli avvocati del diplomatico che dallo stesso governo bolivariano, secondo i quali Saab aveva solo risposto a una convocazione del giudice per spiegare che le sue imprese non stavano effettuando nessuna attività illegale.

Non avendo ceduto alle pressioni nordamericane, Saab venne sequestrato sull’isola di Capo Verde a giugno del 2020 e portato in carcere nonostante i documenti che ne garantivano l’immunità diplomatica, in quanto inviato speciale del governo bolivariano, fin dal 2018. Grazie alle sue relazioni commerciali, soprattutto con il Medioriente (la famiglia Saab è di origine palestinese-libanese), l’imprenditore era riuscito a garantire l’arrivo di alimenti, medicine e carburante al Venezuela.

In quel giugno del 2020, era di ritorno dall’Iran, paese che aveva già inviato diverse navi con carburante, dovendo persino difendersi dalle cannonate della marina statunitense. Il suo aereo che necessitava di rifornimento, venne “dirottato” con l’inganno sull’isola di Capo Verde, dove la Cia aveva organizzato l’operazione. Come imprenditore, Saab aveva già lavorato con il governo bolivariano nell’ambito della Mision Vivienda, il grande progetto di case popolari ideato da Chávez e continuato da Maduro.

Per quell’attività, come per le successive, relative alle borse-alimenti - organizzate dal governo per portare direttamente nelle case dei venezuelani generi di prima necessità e evitare le speculazioni dovute alla guerra economica (i Clap) -, gli Usa hanno cucito addosso all’imprenditore accuse di corruzione, narco-traffico e riciclaggio di denaro sporco: 8 capi d’accusa caduti fin dalla prima udienza.

Rimaneva in piedi solo l’accusa di “cospirazione”, basata sulla demonizzazione del governo bolivariano, considerato “illegittimo e narco-trafficante” dagli Usa, che erano arrivati fino al punto di mettere una taglia sulla testa di Maduro e dei principali dirigenti venezuelani.

Saab, come il calciatore Diego Armando Maradona, aveva accettato di essere un inviato speciale del governo bolivariano, e per questo era stato nominato “ambasciatore plenipotenziario”, dotato di immunità diplomatica. Una funzione tenuta segreta per evitare le persecuzioni degli Usa, ma provata e rivendicata dal governo bolivariano dopo il sequestro di Saab.

Servendosi della subalternità del governo di Capo Verde, l’amministrazione nordamericana era però rimasta sorda agli appelli della diplomazia venezuelana e anche di istituzioni internazionali come la Cedeao, che chiedevano il rilascio di Saab, nel frattempo sottoposto ad abusi e torture. Il pretesto era che, non riconoscendo il governo Maduro come legittimo, ma “riconoscendo” invece quello fittizio dell’autoproclamato Guaidó, Saab non poteva essere considerato un diplomatico.

Così, nell’ottobre del 2021, qualche giorno prima che si confermasse la vittoria dell’opposizione a Capo Verde, i cui rappresentanti avevano dichiarato l’intenzione di voler rispettare le leggi internazionali, gli Usa rapirono per la seconda volta Alex Saab e lo portarono nottetempo in un carcere della Florida, quando ancora non si era deciso l’ultimo ricorso presentato dalla difesa del diplomatico.

Ora, il pubblico ministero statunitense, che aveva procrastinato per oltre due anni l’udienza per il riconoscimento dell’immunità diplomatica a Alex Saab, ha ritirato l’accusa e consentito che fosse scarcerato. Il diplomatico potrà così riprendere il suo posto nelle trattative con l’opposizione venezuelana, su cui i falchi del Pentagono, in cerca di nuovi burattini da usare, stanno cercando di premere.

Ricevendo a Miraflores il diplomatico liberato, Maduro si è rivolto a Biden, ribadendo la sua disponibilità a una relazione “a tu per tu, basata sul rispetto reciproco”. I due paesi hanno rotto le relazioni diplomatiche dal 2010. Allora, il governo Obama aveva revocato il visto all’ambasciatore venezuelano negli Usa, Bernando Alvarez, per rappresaglia contro la decisione di Hugo Chávez di non accettare Larry Palmer come ambasciatore designato in Venezuela perché aveva accusato pubblicamente la Forza Armata Nazionale Bolivariana di “essere priva di morale”.

Nel 2014, l’anno dopo la morte di Chavez e l’elezione di Maduro alla presidenza, il democratico Obama aveva dichiarato il Venezuela “una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti”, innescando il micidiale ciclo di “sanzioni” poi inasprito da Trump. Una pratica coercitiva illegale che il Venezuela ha continuato a denunciare presso tutte le istanze internazionali, trovando una forte eco negli altri paesi vittime delle misure coercitive unilaterali imposte dagli Usa.

A settembre di quest’anno, il Venezuela ha presentato all’Onu la “mappa geopolitica delle sanzioni”, e ha proposto di creare una “zona internazionale libera da sanzioni”, trovando appoggio nei rappresentanti di Russia, Cina, Iran, Cuba, Nicaragua, Bielorussia e Eritrea, paesi sottoposti a sanzioni dal campo occidentale diretto dagli Stati Uniti.

In questi giorni, il viceministro William Castillo, che dirige l’Osservatorio venezuelano anti-bloqueo, è tornato, insieme all’ambasciatore Samuel Moncada, a intervenire nell’Assemblea degli Stati parte della Corte Penale Internazionale, per diffondere il libro “I numeri del bloqueo”. Una pubblicazione che riassume origine ed effetti di quasi dieci anni di aggressione al Venezuela, rilanciando la campagna: “Venezuela se desbloquea”.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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