“Alcuni paesi arabi non favoriscono una Palestina libera” - Intervista a Gabriele Germani

“Alcuni paesi arabi non favoriscono una Palestina libera” - Intervista a Gabriele Germani

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di Giulia Bertotto


Gabriele Germani è laureato in Storia Contemporanea e in Psicologia con un Master in geopolitica, è autore di diversi saggi, come “Italia eterna Cenerentola. La politica estera della Seconda Repubblica” e cura il podcast “La grande imboscata” su storia, geopolitica e antropologia. Lo abbiamo intervistato per parlare del ruolo degli Stati Uniti in questo momento tumultuoso per il sismografo internazionale.

 

Lo scenario geopolitico è incandescente, vediamo focolai di guerra in Medioriente, al confine tra Serbia e Kosovo, intorno all’isola di Taiwan; gli Stati Uniti devono tenere alta l’attenzione se vogliono ancora detenere il controllo del mondo. Possono farcela?

Queste tensioni diffuse sono sintomatiche di un ordine globale che sta cambiando, con l’emergere di nuovi attori come i paesi BRICS e quindi il cambiamento degli equilibri e dei rapporti. In particolare, l’ascesa cinese, ormai decennale anche se l’opinione pubblica l’ha percepita in ritardo, (dalla crisi del 2007) rispetto al suo verificarsi dagli anni ’90. Stiamo assistendo ad uno spostamento delle dinamiche economiche e produttive dal Nord Atlantico verso il Pacifico. In questo scenario gli Usa si ritrovano a fare un po’ da polizia del mondo, non in virtù di un ordine superiore, quanto dei propri interessi. Gli Usa finanziano e alimentano il conflitto in Ucraina dal 2014, hanno spinto la NATO ad Est e violato degli accordi di Minsk. Fino a qualche anno fa gli Stati Uniti facevano circolare l’idea di poter sostenere una guerra su due fronti (come durante la Seconda guerra mondiale, uno in Europa e uno nel Pacifico), poi questo messaggio è scomparso, per tornare vigoroso da qualche giorno. Si riferiscono alle Repubbliche di Donetsk e Lugansk e alla martoriata Palestina. C’è però da dire che non stanno combattendo direttamente coi loro uomini, ma stanno mandando armi e costringendo i loro alleati e subordinati a mandarne.


Davanti a queste dichiarazioni si ha l’impressione di un bluff. E se dovesse incendiarsi anche Formosa? Ogni tanto ci sono avvisaglie ma poi la tensione torna a placarsi, anzi, a reprimersi.

Non credo che, se la Cina tra qualche mese dovesse sferrare un attacco, Biden potrebbe rispondere senza soffrirne gravemente. Non abbiamo ancora visto all’opera l’esercito cinese ma non sarebbe certo come sostenere il conflitto nel cuore dell’Europa. La Cina non entra in guerra dal 1979 (con il Vietnam) e ci sono buone ragioni per credere che la forza e l’organizzazione militare di Pechino siano di grande impatto.


Anche l’economia interna americana annaspa?

Gli Usa soffrono una forte deindustrializzazione, la rivalità con la Cina e sono indebitati fino al collo. Dal 1973 il loro imperialismo si regge sull’imposizione del dollaro e sulla strategia del caos e della destabilizzazione. Sempre nel 1973 gli Stati Uniti si sono aperti alla Cina, in funzione antisovietica; la Cina è però stata capace di crescere sfruttando questo canale, gli Usa al contrario si sono impoveriti. Con il loro modello fondato sulla concorrenza, il disordine e la rivalità non possono competere con la Cina che ha un paradigma più efficiente, centralizzato e statale: settore bancario sotto controllo pubblico, settori strategici sotto controllo pubblico e deciso intervento dello Stato nelle vicende economiche come ordinatore. Non è questione di idolatrare un modello o l’altro, ma in questo momento storico il modello cinese è più funzionale e robusto. Un capitalismo (o socialismo di mercato) ordinato con un forte protagonismo pubblico. Ora gli Usa stanno chiedendo all’Europa di sostenere l’Ucraina per impegnarsi a supportare Israele, ma le politiche di austerità hanno fatto arrivare l’inflazione alle stelle e le sanzioni che dovevano strangolare la Russia, stanno impoverendo noi.


In che modo gli Stati Uniti cercano di frenare la loro caduta?

Ci sono due strategie. La prima è l’accordo con i paesi arabi sui petrodollari: in tutto il mondo chi vuole comprare petrolio deve farlo passando per la moneta verde, ma anche questa imposizione sta cadendo. Ad esempio, l’Arabia Saudita ha stretto accordi con la Cina per le transizioni in yuan e la Russia commercia con l’India in rupie. L’altro grande punto è la forza militare. Gli Stati Uniti potranno imporre il dollaro, finché avranno anche la potenza di fuoco per rimettere all’obbedienza i paesi che cercheranno di tagliarsi fuori; ma per quanto se continueranno a svuotare gli arsenali e a indebitarsi per sostenere Ucraina e Israele? Facciamo un esempio dal recente passato. Al di là della minaccia delle armi di distruzione di massa -chi ci ha mai creduto? -, pochi mesi prima dell’attacco del 2003 in Iraq, Saddam aveva convertito il commercio del petrolio iracheno in euro. Come pensare sia un caso?


Parliamo del Medioriente. Quello che sta avvenendo in Palestina non è un vero scontro, date le forze in campo così mostruosamente impari. Che futuro può esserci per Israele stesso, dopo una campagna di sterminio commessa così alla luce del sole?

Sì, è così, perché quello che si sta consumando in Palestina è un genocidio e non una guerra. Sul futuro è difficile rispondere. Anche qui assistiamo all’ordine egemonico americano che va in frantumi. Gli USA hanno provato a ritessere gli Accordi di Abramo. Questi stavano mettendo la questione palestinese all’angolo perché, se tutti i paesi arabi fossero arrivati ad un accordo con Israele, la causa palestinese sarebbe stata definitivamente dimenticata. Questa è la strategia di lungo corso statunitense: legare a sé, tramite interessi finanziari, le monarchie sunnite e contrapporle all’Iran, una repubblica sciita. Anche la Via del Cotone che coinvolgeva India e vari stati del Golfo, UE e Israele avrebbe aggirato l’Iran. L’India ha anche un precedente accordo con Iran, Azerbaigian e Russia per il corridoio Nord-Sud (che ricalcherebbe la vecchia Via dei Variaghi dalle pianure russe fino alla Mesopotamia). La Via del Cotone, rivolta ad Occidente, avrebbe tolto risorse a questa alternativa, una sorta di asse perpendicolare alla Via della Seta. Emirati Arabi e Israele avevano in cantiere missioni spaziali, mi chiedo se ci sia ancora margine per realizzarle.

La Palestina e i suoi civili sarebbero sempre rimasti esclusi da queste strette di mano.

Purtroppo per la popolazione palestinese, in stato di apartheid, molti Stati anche tra quelli arabi coltivano l’interesse che sia così. Una notizia importante su questo fronte arriva dal nuovo governo spagnolo: sarebbe pronto a riconoscere lo Stato palestinese.


Chi rifornisce Hamas? E perché Hamas ha deciso di reagire proprio quel 7 ottobre?

Hamas è probabilmente armato dall’Hezbollah libanese, dalla Siria e dall’Iran, ma per due anni Israele non si è accorto con i suoi droni e la sua intelligence del passaggio di questo materiale bellico? Resta anche da chiarire come mai Israele abbia ignorato l’avvertimento da parte dei servizi segreti egiziani su un possibile attacco. Israele nega di aver ricevuto questa soffiata. Israele, sapeva ma serviva forse un pretesto per sterminare in un colpo solo molti civili? O forse, trovandosi Netanyahu in un momento difficile dal punto di vista del consenso, serviva trovare un nemico, “l’arabo terrorista”? Questa domanda che mi pongo potrebbe essere la risposta alla sua.


L’anno scorso, prima di parlare della guerra in Ucraina, si doveva premettere di non essere filo-putiniani, oggi il lasciapassare dialettico è quello di condannare Hamas. Lei è anche preparato in psicologia e queste sono dinamiche inconsce e non solo legate a strategie sociopolitiche.

A mio avviso, nelle piazze, nelle conversazioni con gli amici e conoscenti, il dibattito non è così polarizzato, rigido, pieno di tabù; è più una dinamica dei social, dai social fomentata, probabilmente voluta e connaturata al mezzo. Anche la televisione e la stampa tradizionale alimentano questi meccanismi che si fondano sulla propaganda e si rafforzano con la paura e la rabbia. Dobbiamo stare attenti e osservarci mentre cerchiamo di dialogare con gli altri.

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