9 Aprile 2003, la presa di Baghdad: Il ruolo di Colin Powell nel conflitto iracheno

9 Aprile 2003, la presa di Baghdad: Il ruolo di Colin Powell nel conflitto iracheno

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di Francesco Fustaneo

Il 9 aprile 2022, ricorre il diciannovesimo anniversario della presa di Baghdad da parte delle truppe statunitensi, che avrebbe segnato la fine dei ventitré anni di governo di Saddam Hussein. L'evento che forse più simboleggia quella giornata è l'abbattimento della statua a lui dedicata ubicata nella piazza Firdos.

Per l'occasione abbiamo voluto soffermarci sulla figura di quello che fu tra i promotori più rilevanti di quel conflitto, ossia Colin Powell, deceduto lo scorso  18-10-2021.

Powell, generale e politico statunitense, è stato Capo dello stato maggiore congiunto delle forze armate dal 1989 al 1993; assunse alla carica di 65° Segretario di Stato degli Usa durante la presidenza di George W. Bush (2001-2005) e fu l'ideatore dell'omonima dottrina.

Figlio di genitori giamaicani immigrati negli States, è cresciuto nel South Bronx e ha studiato nelle scuole pubbliche di New York City, diplomandosi alla Morris High School. Laureatosi al City College di New York, la sua biografia ci racconta poi  di un successivo master in Business Administration alla George Washington University. 

Arruolatosi nell'esercito, fu di servizio in Vietnam col grado di tenente della 3° Divisione di Fanteria.

Rimase trentacinque anni nell'esercito fino a raggiungere il grado di generale, ricevendo undici decorazioni militari, inclusa la Legion of Merit.

Difficile per noi non ricordare Powell mentre esibisce  la famosa fialetta di antrace durante la presentazione al Consiglio di sicurezza dell'ONU per giustificare l'intervento proprio contro l' Iraq,  sulla base di prove che in seguito si rivelarono false.

La rilevanza del suo ruolo nella campagna (dis)informativa che precede quell'attacco e gli “ipocriti” elogi post mortem al personaggio fatti da una buona parte della stampa, sono ben riassumibili nella parole del giornalista Alberto Negri: Morto Powell, l’uomo delle prove false contro l’Iraq . Il 5 febbraio 2003, l’allora segretario di Stato Usa tenne un discorso al Consiglio di Sicurezza Onu agitando una fialetta di antrace e mostrando le false prove sulle armi di distruzione di massa irachene che portarono alla guerra, alla distruzione del Paese e al marasma un’intera regione. I nostri giornali riescono pure a parlarne bene.

Proprio a tali giornali abbiamo lasciato elogi funebri, mentre per una descrizione decisamente critica del suo operato rimandiamo a un pezzo di Fabrizio Verde pubblicato proprio su l'Antidiplomatico il 19-10-2021: E' morto per complicanze causate dal Covid-19, il militare e politico statunitense Colin Powell. L’ex segretario di Stato aveva 84 anni. Fu a capo del dipartimento durante gli avvenimenti dell'11 settembre 2001, durante la campagna della coalizione in Iraq denominata guerra del Golfo e durante la guerra civile somala, che è tutt’ora in corso.

Powell ha collegato il suo nome alle due guerre imperialiste guidate dagli Stati Uniti più significative del primo decennio del 21° secolo: nel 2001 in Afghanistan e nel 2003 in Iraq. Nel febbraio 2003, durante il suo discorso alle Nazioni Unite, ha ingannato consapevolmente la comunità internazionale presentando "prove" inventate per sostenere l'invasione imperialista in Iraq. Come altri Segretari di Stato statunitensi, è responsabile di decine di migliaia di morti, distruzioni e miseria in Medio Oriente e nel mondo.

Il mainstream lo ha raffigurato come una sorta di eroe, uno statista con l’unico difetto di essere solo stato troppo fedele al presidente Bush (figlio) e a Dick Cheney.

E pensare che la sua indole era già emersa durante il conflitto in Vietnam: Colin Powell fu in quel frangente un consigliere tattico di alto livello, non mancando di commettere brutali crimini di guerra. Nel suo libro di memorie My American Journey, spiega di aver guidato i soldati sudvietnamiti in un attacco a un villaggio pieno di famiglie, anziani e altri non combattenti: La gente era fuggita mentre ci avvicinavamo, ad eccezione di una donna anziana troppo debole per muoversi. Abbiamo bruciato le capanne con il tetto di paglia, dando fuoco alle fiamme con gli accendini Ronson e Zippo... (perché) Ho Chi Minh aveva detto che le persone erano come un mare in cui nuotavano i suoi guerriglieri… Abbiamo cercato di risolvere il problema rendendo inabitabile tutto il mare.

Nel 1968, a seguito del celebre massacro di My Lai, era invece stato incaricato di investigare e relazionare sull'accaduto: scrisse che le relazioni tra soldati americani e civili vietnamiti erano eccellenti, anche se la strage era costata la vita a centinaia di civile inermi. Il contributo di Powell all'insabbiamento in quell'occasione, scrive a proposito lo storico Jeffrey J. Matthews, non deve sorprendere: I suoi superiori avevano chiaramente dato l'esempio. Poco nello sviluppo personale o nella formazione professionale di Powell lo ha preparato o tanto meno lo ha incoraggiato a valutare criticamente e a sfidare consapevolmente i suoi leader: inoltre, averlo fatto avrebbe fatto deragliare la sua promettente carriera.

Continuando ad analizzare le sue imprese, nella veste di presidente del Joint Chiefs of Staff, sotto la prima amministrazione George Bush, Powell guidò un'invasione di Panama nel 1989, in cui almeno 500 civili panamensi furono uccisi, un'azione condannata anche dall'Assemblea Generale dell'Onu . Dopo il Vietnam la sua carriera, come ci ricorda il già menzionato Fabrizio Verde lo ha portato in qualità di vicesegretario alla Difesa sotto Caspar Weinberger, durante l'amministrazione Reagan, a partecipare al trasferimento di migliaia di missili in Iran come parte di uno scambio illegale di armi per ostaggi, con i proventi delle vendite utilizzati a dispetto del Congresso e della Corte Mondiale a sostegno dei gruppi armati controrivoluzionari di estrema destra in Nicaragua. Uno scandalo in seguito divenuto noto come “Iran-Contra”.

Ma il punto più basso, come più volte anticipato, fu toccato con l'indelebile discorso pronunciato il 5 febbraio del 2003 di fronte alle Nazioni Unite, agitando la famigerata provetta che diceva essere piena di antrace, per dimostrare all’assemblea che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa (che poi non furono mai trovate) e giustificare così l’invasione.

Anni dopo Colin Powell inchiodato di fronte alle sue responsabilità, avrebbe poi affermato che quegli stessi elementi non erano solidi né veritieri; tuttavia, il segretario di Stato americano si sarebbe giustificato asserendo che lui non poteva saperlo, perché si era basato su quanto messogli a disposizione dalla Cia.

Non si può omettere poi in questa vicenda, un accenno alla figura di Rafid Ahmed Alwan al-Janabi o Curveball ( palla ad effetto), come era noto in codice: ingegnere chimico in Iraq, era scappato nel 1995 per poi ottenere asilo nel 2000 in Germania. In merito alle sue dichiarazioni, che furono parte integrante dell'impianto accusatorio contro Saddam, ammise poi al Guardian di aver inventato di sana pianta le prove del programma batteriologico iracheno portate all' Onu il 5 febbraio 2003, per convincere la comunità internazionale che bisognava fare la guerra.

Da anni si sapeva che Curveball era inaffidabile. Ma adesso la Cia e la Dia, dovrebbero chiarire perché queste false informazioni sono finite nella National Intelligence Estimate inviata al Congresso, nel discorso del presidente George W. Bush sullo stato dell'Unione e poi nella mia presentazione all'Onu, avrebbe riferito poi  Powell interpellato dallo stesso  Guardian.

La reazione del governo italiano alle dichiarazioni di Powell

 A seguire riportiamo il resoconto che riflette le reazioni a caldo del governo italiano, nella persona del suo leader di allora, Silvio Berlusconi, mentre riferisce al Senato, all'indomani del celebre discorso di Colin Powell al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Non stupisce come le nostre istituzioni (ma anche la stampa) abbiano accettato acriticamente in quell'occasione quanto sostenuto dagli Usa: un copione che seppur con forme e modalità diverse si sarebbe ripetuto negli anni seguenti e in base al quale il nostro Paese, schiacciato da una  sudditanza/alleanza a Washington e in virtù di un solido posizionamento nell'Alleanza Atlantica, si sarebbe avventurato in altre imprese belliche, spesso derubricate al nome di “missioni di pace”, andando sovente contro  gli stessi interessi nazionali. 

Tratto dal resoconto sommario

 della 327° seduta del Senato della Repubblica del 06-02-2003, XIV Legislatura.

Seguito della discussione sulle comunicazioni del Governo sulle linee della politica estera italiana

 Berlusconi (Presidente del consiglio):

L'informativa resa al Senato sulla crisi irachena con le comunicazioni in ottobre all’Assemblea e con le audizioni in Commissione dei Ministri della difesa e degli affari esteri, ribadisce la volontà` dell’Italia di partecipare in prima linea all’azione internazionale contro il terrorismo e per il disarmo di un Paese di cui e` dimostrata, da ultimo ieri da parte del segretario di Stato americano Powell al Consiglio di sicurezza, la flagrante e ripetuta violazione delle risoluzioni dell’ONU.

L’Italia, anche nel recente giro di consultazioni con altri leader europei, ha chiarito di non volere una guerra, ma non intende neanche mettere la testa sotto la sabbia, rivendicando un ruolo attivo nella conquista di maggiore sicurezza e di pace per i suoi cittadini; e questo è lo spirito che ha indotto gli otto Paesi sottoscrittori del Documento comune a ribadire la volontà` di operare accanto agli Stati Uniti, indissolubilmente legati all’Europa che essi hanno contribuito a liberare dalle due tirannie del nazismo e del comunismo, nella convinzione peraltro che la delegittimazione delle Nazioni Unite passi anche attraverso una disgiunzione delle politiche statunitense ed europea; e questo, ancora, e` l’obiettivo del costante confronto dell’Italia con la Russia, quale membro permanente del Consiglio di sicurezza. In tale contesto, e` lodevole il coraggio delle migliaia di soldati impegnati in operazioni di pace, come doverosa e` la solidarietà` al contingente degli alpini in Afghanistan, cui augura il raggiungimento del successo nella propria missione.

Come il centrodestra non ha fatto mancare l’appoggio all’intervento dei Governi dell’Ulivo per frenare l’espansionismo di Milosevic nella ex Jugoslavia, ugualmente si augura che il fronte della dissuasione e dell’impegno nei confronti dell’Iraq sia il più` ampio possibile, per far sentire a Saddam Hussein la compattezza di una decisione internazionale volta al disarmo di un regime dimostratosi sanguinario persino contro il suo stesso popolo.

Tutto ciò` prescinde dalle polemiche e dalle disquisizioni sulla guerra preventiva o dal prolungamento delle ispezioni dell’ONU, perché´ risulta prioritaria la considerazione dell’assenza di una reale volontà` irachena per il disarmo rispetto al materiale bellico dichiarato nel 1999, materiale potenzialmente pericoloso di cui non si conosce la dislocazione e tale da consentire operazioni terroristiche ben più` terribili e spettacolari di quelle di Washington e New York dell’11 settembre 2001. E’ quindi necessario usare la forza della compattezza internazionale.

 

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