Venezuela, il governatore Victor Clark: “Non permetteremo che l’imperialismo aggredisca la coscienza nazionale” - INTERVISTA

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Nella marcia del 13 aprile, a Caracas, abbiamo incontrato Victor Clark. Governatore dello stato Falcón, membro della direzione nazionale del Psuv, Victor è una delle colonne portanti della rivoluzione bolivariana.

Con quale spirito partecipi a questo aprile di importanti ricorrenze a ventuno anni dal golpe del 2002?

Con lo spirito di accompagnare, come allora, il nostro popolo. Un popolo che nel 2002 ha fatto storia smascherando quel golpe promosso dall’imperialismo Usa, denunciando il sequestro di un presidente legittimo e poi riportandolo al governo. Ha così consegnato al mondo un manuale per sconfiggere un colpo di stato: con la coscienza di un popolo; con la comunicazione creativa della strada, che ha fatto conoscere in tempo reale quel che stava succedendo bucando il silenzio dei grandi media privati; con la mobilitazione popolare, che è stata capace di spingere la forza armata al rispetto della costituzione, della sovranità e della democrazia. Il popolo ha permesso che il 13 aprile si trasformasse in un giorno di rivolta collettiva, di unità civico-militare, e che il presidente della dignità tornasse un’altra volta al palazzo di Miraflores. Da allora, io mi alimento di questo spirito per trovare la forza necessaria a difendere la rivoluzione. Ventun anni dopo, possiamo dire che quel 13 aprile fu un giorno di lealtà, uno dei valori più sacri con cui sconfiggeremo sia le aggressioni esterne che i problemi interni, come il flagello della corruzione o il burocratismo. Non permetteremo che l’imperialismo nordamericano aggredisca la coscienza nazionale. Dobbiamo soprattutto sostenere il buon governo del nostro presidente Maduro nella preservazione e compimento di tutte le aspirazioni popolari. Una responsabilità che oggi risiede in una equipe civico-militare, in un popolo, in un partito, nel potere popolare, nella Forza Armata Nazionale Bolivariana e in una leadership guidata dal presidente Nicolás Maduro. Lo spirito di questo aprile ribelle, questo aprile di resurrezione e di vittoria, ci deve spingere ad andare avanti, a garantire al popolo nuove vittorie come ci ha insegnato il Comandante. Il 13 di aprile ci ha consegnato un importante messaggio: che possiamo vincere. Come abbiamo vinto allora a Miraflores, a Fuerte Tiuna, nelle strade, possiamo continuare a vincere, e lo faremo perché è nostro dovere andare avanti. In questo aprile di resistenza e di vittoria, dobbiamo fare in modo che i più giovani sappiano da dove veniamo, conoscano la storia, e sappiano che, allora come oggi, abbiamo di fronte lo stesso nemico, gli stessi piani di aggressione che cambiano solo di nome. L’aggressore è lo stesso, ma anche noi siamo lo stesso popolo di allora: bolivariano, semplice, mobilitato e disposto a difendere con la verità e la vita la vittoria ottenuta, per costruire altri 13 di aprile di vittoria popolare.


A Puente Llaguno, un monumento ricorda le vittime di quei giorni. Tu c’eri? Cosa ricordi?

Sì, c’ero. Allora avevo 19 anni. Ho vissuto tutti quei momenti difficili, quando i franco-tiratori sparavano dall’edificio in alto e la polizia metropolitana sparava su un popolo disarmato. Ricordo l’impotenza quando, al termine di quell’11 di aprile, vedevamo sfumare la speranza di proteggere il palazzo presidenziale e il Comandante mentre, poche ore dopo il golpe, venivano dissolti tutti i poteri, tutti i partiti, tutti i militanti venivano perseguiti. Ricordo, però, soprattutto, la reazione popolare. Non c’erano avanguardie individuali, ma un’avanguardia popolare, una mobilitazione collettiva, ricordo la comunicazione bocca a bocca, mentre il silenzio mediatico a livello nazionale e internazionale faceva credere che non stesse succedendo niente, e intanto qui succedeva di tutto e noi lo sapevamo. Il nostro compito era quello di mobilitare il popolo, di far sapere alla gente che il presidente era stato sequestrato, che i militari si stavano schierando con la rivoluzione bolivariana e si preparavano a liberare il presidente che non si era dimesso, e che con il passare delle ore aumentavano le possibilità di vittoria: che arrivò all’alba di quel sabato, quando infine vedemmo atterrare l’elicottero con il Comandante Chávez. Ricorderò sempre quel momento come uno dei più gloriosi per noi giovani militanti, testimoni e partecipi di quel miracolo. Avevamo la consapevolezza che stavamo scrivendo la storia, come dobbiamo continuare a fare, mettendo la lealtà e l’unità al di sopra di ogni cosa.

Falcón è uno stato ricco di risorse, una zona di transito e anche di traffici. Come governatore e come militante di specchiata onestà, quali contromisure hai adottato per preservare la rivoluzione dagli appetiti e dalle tentazioni in cui sono caduti in molti, come sta dimostrando la grande inchiesta in corso sulla corruzione?

Dobbiamo tener fede agli impegni presi con il nostro popolo, camminare con il popolo, con la chiarezza che il compito è collettivo, e che un buon governatore deve sempre dire la verità al popolo. Con queste premesse potremo continuare a sconfiggere tutti i flagelli che ci affliggono e che sono anti-valori del capitalismo, alimentati anche dal bloqueo con il quale si cerca di provocare l’implosione del nostro popolo, facendo sì che la corruzione diventi la norma, un comportamento generalizzato. Sempre, quando l’imperialismo cerca di distruggere un processo storico, il miglior antidoto è la coscienza, è l’educazione, è l’onestà, è il lavoro ben fatto, è l’unità, è una direzione ferma e coesa, è la disciplina, la lealtà, la consapevolezza che la rivoluzione va preservata a ogni costo. E Falcón è uno stato che deve preservare il suo ruolo strategico, potenziare la sua capacità industriale, la petrolchimica, il settore ittico. Al contempo, dobbiamo accompagnare il potere popolare e il presidente Nicolás Maduro affinché il suo buon governo distribuisca sempre di più quel che appartiene al popolo. Il petrolio è del popolo e il governo deve far sì che la rendita arrivi al popolo attraverso un esercizio democratico e partecipativo come ha fatto Chávez. Quel che Chávez ci ha insegnato è la risposta che dobbiamo dare, ed è quel che sta facendo il presidente Maduro. E noi lo accompagneremo, perché gli onesti siamo di più. Non è tempo di tentennamenti, di divisioni, di ritorni indietro e di tradimenti, ma di maggiore unità, mobilitazione, di coscienza per nuove vittorie, e di amore per la storia che abbiamo costruito con il sacrificio di tanti e tante, come ci ha chiesto Chávez: Unità, lotta, battaglia e vittoria.

 

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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