Papa Francesco e il "nodo di Gordio" dell'allargamento del conflitto

Papa Francesco e il "nodo di Gordio" dell'allargamento del conflitto

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«Come tutte le grandi immagini, il nodo di Gordio gode di una sua eterna attualità. In quanto simbolo del potere tellurico e dei suoi vincoli, viene evocato a ogni incontro tra Europa e Asia, e ogni volta deve essere nuovamente tagliato. Ciò significa un incontro con antiche sventure»

Ernst Jünger, Il nodo di Gordio




di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico

 

Hanno colpito ieri le parole del Papa che, durante l'Udienza Generale, ha parlato per la prima volta di “Tempo di guerra mondiale”, dunque abbandonando la sua vecchia espressione di “guerra mondiale a pezzi” ormai vecchia di una decina d'anni, ma che con poche parole semplici, riusciva ad inquadrare ed illustrare a tutti la situazione geopolitica mondiale.

Una nuova espressione – questa usata dal Pontefice - che chiaramente indica un'unione tra i vari pezzi del conflitto in corso, generando dunque un unico conflitto che – appunto - non è sbagliato definire come una nuova guerra mondiale.

Io credo che sia sbagliato sottovalutare queste parole, proprio perché espresse da una persona che ha chiaramente accesso ad informazioni precluse ai normali analisti e commentatori. Senza tenere in considerazione poi il fatto che già con la celeberrima espressione “guerra mondiale a pezzi” ci aveva stupito avendo avuto la capacità di leggere la realtà con un orizzonte predittivo decennale, a fronte dei nostri commentatori che vanno per la maggiore nelle tv e nei giornali ad ampia tiratura, che si sono accorti che stava succedendo qualcosa quando hanno visto i tank delle divisioni russe entrare in Donbass.

Oltre alle parole del Papa ci sono comunque altri elementi che indicano come le possibilità di un allargamento del conflitto in corso in Ucraine e nel Donbass rischi di allargarsi. Il primo elemento di fatto, è che con l'apertura delle operazioni belliche nell'oblast di Kharkov da parte russa, si riducono notevolmente le capacità di resistenza delle truppe di Kiev. Infatti, gli stessi giornali anglosassoni – a partire dal New York Times - stanno iniziando ad usare il termine di “ritirata strategica” dell'esercito ucraino al fine di giustificare le continue perdite territoriali che attestano chiaramente le sempre più ridotte capacità di resistere degli uomini di Zelenskij. E' chiaro che in una situazione del genere le sole possibili vie d'uscita per Kiev sono un intervento diretto dei paesi occidentali alleati, oppure l'apertura di serie trattative di pace.

Per quanto riguarda l'ipotesi dell'intervento dei paesi occidentali ritengo sia da escludere - per il momento - l'intervento diretto della Nato e degli USA, mentre è molto più possibile l'intervento di una coalizione di volenterosi. A tale proposito la Lituania, per bocca del Ministro della difesa Landsbergis, ha manifestato la disponibilità ad inviare degli istruttori nella parte occidentale dell'Ucraina qualora anche la Francia inviasse un contingente. Se, apparentemente, l'invio di istruttori da parte di un paese non equivale alla sua entrata in guerra, è altrettanto vero che in conflitti come quello del Vietnam i militari americani parteciparono proprio con lo status di istruttori dell'esercito del Vietnam del Sud. Non parliamo poi del fatto che i russi in più di una circostanza hanno dichiarato di considerare le truppe di qualsiasi stato straniero nel suolo ucraino come un obbiettivo legittimo.

Per quanto riguarda invece la possibilità di trattative di pace serie tra Russia e Ucraina, quindi non basate sul folle piano Zelenskij che prevederebbe, come unica possibilità di pace l'accettazione del ritorno ai confini del 1991 da parte delle Russia, diciamo che, queste sarebbero l'unica ancora di salvezza per l'Ucraina, un paese ormai allo sfacelo, con milioni di persone uscite dal paese, milioni di feriti gravi e mezzo milione di morti tra i militari secondo le stime più attendibili. Senza parlare poi delle infrastrutture fondamentali del paese, ormai rase al suolo, come per esempio la maggior parte delle centrali elettriche; con il risultato finale che la popolazione ha l'energia elettrica razionata. Ma se le trattative sono l'unica speranza di salvezza per l'Ucraina – ahinoi - la sua imbelle leadership è impossibilitata a condurle, come del resto abbiamo visto con le trattative di pace di Istanbul del 2022 che stavano portando ad un accordo tra Kiev e Mosca ma che furono mandate a monte dai paesi occidentali ed in particolare dall'ex Premier britannico Boris Johnson.

Nuove trattative non potrebbero che avere la stessa fine di quelle di Istanbul per il semplice fatto che ragioni di fondo che stanno spingendo alla guerra contro la Russia l'Occidente sono ancora tutte sul tappeto. Non si vede per esempio alcun allontanamento di Mosca da Pechino e anzi, dopo l'ultimo incontro tra Putin e Xi si può parlare di ulteriore rafforzamento dell'Asse che tanto preoccupa l'Occidente anche per le scelte commerciali e finanziarie che spingono sempre di più il mondo verso l'abbandono del Dollaro e dunque dell'egemonia americana. Dunque, la guerra in qualche modo dovrà continuare fino al collasso – nelle intenzioni dell'Occidente – dell'élite russa e dunque fino all'allontanamento di Mosca da Pechino, cosìcché dopo la Russia potrà essere rimesso “al proprio posto” il gigante asiatico.

Ma ci sono anche altri segni che attestano che è altamente probabile un allargamento del conflitto. Per esempio la richiesta polacca di schierare sul suo territorio bombe nucleari tattiche americane a “doppia chiave”, come quelle che abbiamo in Italia. Si tratta di bombe che per essere attivate devono avere l'assenso del paese “proprietario” (gli USA) e quello del paese “ospitante” (nel caso, la Polonia) e dunque deve esserci condivisione sia del bersaglio che degli obbiettivi che si vogliono raggiungere. Una minaccia di dispiegamento da parte polacca che sta già provocando la reazione russa, che, non solo, ha a sua volta, già schierato le sue bombe nucleari tattiche in Bielorussia, ma sta già predisponendo esercitazioni per il loro utilizzo.

Altro tema fondamentale a proposito di un allargamento del conflitto è dato dalla militarizzazione dello spazio. Infatti gli USA hanno accusato la Russia di aver lanciato nelle orbite basse un satellite dotato di armi in grado di distruggere i satelliti dei paesi nemici e dunque con la capacità di accecarne le armi a guida satellitare, comprese quelle strategiche. Va anche detto però che pure gli USA progettano di schierare armi in grado di “accecare” e abbattere i satelliti nemici, a scriverlo è lo stesso New York Times in un articolo di qualche giorno fa.

Il tema della militarizzazione dello spazio è scottante, seppur sottovalutato dal grande pubblico, perché la distruzione (o la semplice minaccia di distruzione) delle capacità satellitari dell'avversario sono l'ovvio preludio ad una guerra tra grandi potenze. Anche una guerra che prevede l'utilizzo di armi nucleari, peraltro.

In questo quadro che desta davvero inquietudine a preoccupare di più è il silenzio dei commentatori più rinomati (fatta l'eccezione del Professor Orsini), che si guardano bene dallo spiegare ciò che accade e delle classi politiche, sempre più intente a declinare l'azione politica come mero intrattenimento del pubblico che deve essere fatto regredire ad uno stato infantile.

Unica eccezione a questo modo di procedere è il vecchio Papa che, sarà perché ha accesso alle “segrete stanze del potere”, o sarà perché ha una illuminazione evangelica, ma sembra essere l'unico che le cose le fa capire. E anche questo è emblematico.

Giuseppe Masala

Giuseppe Masala

Giuseppe  Masala, nasce in Sardegna nel 25 Avanti Google, si laurea in economia e  si specializza in "finanza etica". Coltiva due passioni, il linguaggio  Python e la  Letteratura.  Ha pubblicato il romanzo (che nelle sue ambizioni dovrebbe  essere il primo di una trilogia), "Una semplice formalità" vincitore  della terza edizione del premio letterario "Città di Dolianova" e  pubblicato anche in Francia con il titolo "Une simple formalité" e un  racconto "Therachia, breve storia di una parola infame" pubblicato in  una raccolta da Historica Edizioni. Si dichiara cybermarxista ma come  Leonardo Sciascia crede che "Non c’è fuga, da Dio; non è possibile.  L’esodo da Dio è una marcia verso Dio”.

 

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