Manovra Meloni? "Ce lo chiede Il Fondo Monetario Internazionale"

Manovra Meloni? "Ce lo chiede Il Fondo Monetario Internazionale"

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La lettrice o il lettore in cerca di emozioni forti, che volesse però percorrere sentieri meno battuti rispetto ai classici della letteratura gotica o horror, può finalmente volgere lo sguardo in una nuova direzione.

Il Fondo Monetario Internazionale, già protagonista diverse volte su queste pagine, ha recentemente pubblicato un lavoro indirizzato ai paesi del G-20, dal rassicurante titolo “Rapporto su una crescita forte, sostenibile, bilanciata e inclusiva”.

Il rapporto prende il via dalla constatazione che praticamente tutte le economie avanzate si trovano nel mezzo di un periodo particolarmente complicato e turbolento, tra crisi energetica, tensioni internazionali dovute alla guerra, inflazione galoppante e segni sempre più preoccupanti di una recessione che si preannuncia non breve.

Il quadro tratteggiato è, naturalmente, molto fosco. L’esplosione dei prezzi dell’energia e, a cascata, degli alimenti (p. 6) è identificata come il motore primo della spirale inflattiva, in un contesto in cui “i salari non hanno tenuto il passo dell’inflazione” (p. 6).

Le conseguenze sono facilmente immaginabili e hanno preso la forma di una “crisi del costo della vita” (p. 8, ma il concetto è ripetuto in più circostanze), su cui a più riprese ci siamo soffermati.

Non finisce qui, purtroppo, perché il Fondo Monetario riconosce che le avversità economiche di questi mesi avranno ripercussioni e conseguenze permanenti, in barba alle centinaia di migliaia di pagine con cui la teoria economica dominante ha provato, per decenni, a convincerci che il mercato avrebbe, “se lasciato funzionare liberamente”, riassorbito ogni scostamento di breve periodo da un sentiero di crescita ottimale e di piena occupazione.

Tutte stupidaggini, vediamo riconosciuto finalmente anche da una delle più autorevoli istituzioni internazionali (sezione B.10 a p. 10): una crisi che riduce i livelli di attività economica e fa aumentare la disoccupazione – come è successo tra pandemia e conseguenze della guerra negli ultimi tre anni – causerà una perdita permanente di produzione e reddito, da cui le economie coinvolte non si riprenderanno da sé.

Come se quanto appena menzionato non fosse sufficiente, il Fondo Monetario procede a una serie di raccomandazioni sul da farsi, un’autentica galleria degli orrori che condensa in poche pagine un distillato di austerità e odio di classe in purezza, mettendo un punto definitivo all’ipocrisia in cui le comunicazioni di questa ed altre istituzioni internazionali erano state avvolte nei mesi più caldi della pandemia.

È vero, si può leggere nel rapporto, che i salari non hanno tenuto il passo dell’inflazione, e che quindi il potere d’acquisto della stragrande maggioranza delle famiglie si è eroso negli ultimi mesi. Ma non è ancora sufficiente, ci dice l’FMI (p. 7). Per colpa di mercati del lavoro troppo “rigidi” i salari non sono crollati a sufficienza e la disoccupazione non è aumentata in misura sufficiente a porre un freno all’inflazione.

Ecco, quindi, che l’agenda è facilmente delineata: nonostante le ragioni dell’accelerazione nella dinamica dei prezzi siano ascrivibili in prima battuta ad un aumento del prezzo delle materie prime e alle tensioni internazionali nelle forniture di energia, il costo di raffreddare l’inflazione va fatto pagare tutto a lavoratrici e lavoratori, convincendoli a colpi di recessione e disoccupazione ad accettare tagli ulteriori ai propri salari.

È tutto scritto nero su bianco, è la sostanza cui allude vagamente e con discrezione il Fondo Monetario quando parla delle necessarie “politiche dolorose” che i Paesi del G-20 devono applicare.

In una non singolare concordanza con la recente dichiarazione di guerra della BCE, leggiamo quindi nel rapporto che la politica monetaria deve provvedere ad ulteriori aumenti dei tassi di interesse, che ricadranno sulle spalle di chi prende a prestito o chiede un mutuo in banca e che comporteranno un aggravio anche per le finanze pubbliche, con tassi più alti per i governi da pagare sul debito pubblico.

Il rapporto, però, non si ferma qui e delinea un caso di scuola su come creare un problema e poi, dopo averlo presentato come fenomeno naturale, usarlo per un ulteriore giro di vite.

Per evitare che gli effetti recessivi delle politiche monetarie restrittive (gli aumenti dei tassi) siano vanificati – ecco il problema creato deliberatamente – è necessario che anche la politica fiscale si comporti di conseguenza (p. 14).

Tradotto in parole povere, è il momento di procedere a tagli della spesa pubblica e ripristinare l’austerità a pieno regime, affinché la disoccupazione possa colpire con una violenza sufficiente a disciplinare il mondo del lavoro e convincerlo ad accettare la miseria come situazione di nuova normalità (è scritto esplicitamente a p. 14, per quanto assurdo possa sembrare).

In maniera non sorprendente l’Italia è, da questo punto di vista, oggetto di attenzioni particolari e ci vengono richieste “riduzioni del deficit maggiori di quelle previste” (p. 16), a causa degli elevati livelli di debito pubblico che caratterizzano il nostro Paese e che rappresentano il grimaldello attraverso cui pretendere altri tagli a pensioni, sanità, istruzione e via fino a quando anche l’ultimo brandello di sistema di protezione sociale pubblico sarà in ginocchio.

Anche questo si inserisce nella serie “creare un problema e chiedere sacrifici per risolverlo”. Già, perché il rialzo dei tassi operato dalla BCE rende ovviamente più oneroso il servizio del debito: tassi d’interesse più alti comportano infatti ovviamente che l’emissione di nuovo debito pubblico sia a tassi maggiori, con un esborso finale in spesa per interessi maggiore (tendenzialmente verso le banche che detengono la maggior parte del debito pubblico).

Ovviamente anche il Fondo Monetario è consapevole che le fasce più fragili della popolazione soffrono in maniera sproporzionata gli effetti della crisi e che le misure di austerità che richiede peggioreranno la situazione. Il rapporto però è chiaro anche su questo: il supporto a chi soffre di più deve essere finanziato tagliando risorse da altre parti (p. 3), in ossequio al mito della scarsità delle risorse.

Queste misure, volte ad evitare che milioni di persone soffrano letteralmente la fame, devono però essere assolutamente “temporanee”. Soprattutto, e qui il testo assume sfumature da romanzo ottocentesco di Charles Dickens, non devono essere troppo generose e devono comunque contribuire a “incoraggiare la riduzione nel consumo di energia da parte degli utenti finali” (p. 16), per fare fronte all’inflazione e ai problemi di fornitura di energia.

Per concludere, non poteva mancare un forte incoraggiamento a portare a termine le cosiddette “riforme strutturali”, per contribuire a “rafforzare la fiducia e stimolare gli investimenti” (p. 19), cioè per assicurare che i profitti continuino ad affluire copiosi nelle tasche di pochi privilegiati.

I temi sono i soliti: riduzione del ruolo delle imprese pubbliche nell’economia, aumento della precarietà e riduzione delle tutele nel mercato del lavoro e poi, con un occhio speciale all’Italia, riduzione del cuneo fiscale e riforma della tassazione, in direzione verosimilmente regressiva e orientata a un aumento delle imposte indirette.

Tutto questo mentre i riferimenti alla tassazione internazionale delle multinazionali del digitale diventano sempre più vaghi e differiti nel tempo.

La ricetta che il nemico di classe propone è semplice e banale: combattere l’inflazione spezzando le reni a lavoratori e pensionati, difendendo a tutti i costi i profitti. Cosa che il governo di destra della Meloni sta già applicando senza problemi con la legge di bilancio.

Il rapporto del FMI però un grande “pregio” lo contiene: ci suggerisce in modo chiaro e senza fronzoli la retta via. Rivoltando le prescrizioni di 180 gradi, infatti, ne esce fuori un vero vademecum esauriente di quello che oggi è giusto fare per riscattare le condizioni delle classi subalterne e uscire dalla crisi risolvendo precarietà, disoccupazione e povertà.

Coniare Rivolta

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Collettivo di economisti 

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