Libia in fiamme, manifestanti colorati e stallo politico: il sogno USA si realizza

Libia in fiamme, manifestanti colorati e stallo politico: il sogno USA si realizza

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Il venerdì di protesta in Libia ha lasciato molte ombre e fantasmi oltre a macerie, copertoni bruciati, il palazzo del parlamento a Tobruk dato alle fiamme, decine di arresti, diversi feriti e 3 morti non confermati.

Le proteste stavano montando già in diverse città da diversi giorni, per la verità, inacerbite dalle interruzioni del sistema elettrico che si sono protratte fino a oltre le 14 ore al giorno in un momento dell’anno quando le temperature sono tra i 40 e i 50 gradi.

 

IL. FALLIMENTO DEL COLLOQUI A GINEVRA

 

Tuttavia ci sono altri 2 fattori che hanno portato allo scatenarsi delle proteste ieri, primo luglio: la giornata del venerdì, giorno santo della settimana per l’Islam, e il fallimento dei colloqui a Ginevra tra Aquila Saleh, portavoce del parlamento libico, e Khalid al-Mishri, capo dell’Alto Consiglio di Stato.

I colloqui, supervisionati da Stephanie Williams, funzionario americano dell’UNSMIL, la missione in Libia delle Nazioni Unite, che per il 94% dei Libici secondo un sondaggio dovrebbe immediatamente smettere di occuparsi di Libia.

Pertanto l’esigenza di mettere mano alla costituzione libica nasce da un obiettivo americano ben preciso: escludere Saif Gheddafi, dato favorito, dalle prossime elezioni.

Il gioco è semplice. Si coinvolge il parlamento libico, unico organo legittimo in Libia, votato dal popolo nel lontano 2014, il quale non sente nessuna esigenza di riformare la costituzione. 

Gli si affianca un organo come l’Alto Consiglio di stato, istituito dalle Nazioni Unite nel 2015 e privo di consenso popolare, facendo di fatto le funzioni di una sorta di camera del protettorato.

Si fa dire all’Alto Consiglio di stato che ci sono divergenze, che bisogna discutere, modificare.

Si tengono i colloqui e si fa pressione su Saleh, il portavoce del parlamento finché, messo all’angolo, non accetti le modifiche volute dagli Americani.

Saleh alla fine ha ceduto. Ma ha tenuto. Ha ceduto sulla clausola che impedisce a Saif Gheddafi di candidarsi, ma si è rifiutato di firmare l’accordo generale.

Risultato: palla al centro.

Così le elezioni non si possono tenere e la colpa è dei libici litigiosi.

Mentre i pozzi sono chiusi e la corrente elettrica manca.

Questa è la situazione in Libia al risveglio la mattina di venerdì 1 luglio.

 

AZZERARE LE CARICHE POLITICHE PERCHE’ POI DECIDANO GLI USA

A dire il vero, giovedì, il giorno prima, il premier usurpatore di Tripoli, Dabaiba, aveva avvertito i manifestanti (perlomeno quelli di Tripoli, dove ha un controllo del territorio): “Avvertiamo tutti coloro che intendono manifestare domani che useremo ogni misura per scoraggiarli. Queste manifestazioni rappresentano una minaccia per la sicurezza e la stabilità della capitale”.

Forse Dabaiba era al corrente che qualcosa stava per accadere non solo a Tripoli, ma in tutta la Libia.

A Tripoli, sin dal primo pomeriggio, fanno così comparsa centinaia di manifestanti con giubbetto giallo, appartenenti al gruppo “Bel tress”, di cui poco si conosce.

Ma presto le manifestazioni si estendono ad altre città: Misurata, Bengasi, Tobruk.

I manifestanti chiudono le strade principali e gli ingressi di diverse città e regioni e danno fuoco a pneumatici di gomma, chiedendo al governo di Tripoli di dimettersi immediatamente e di sciogliere tutti gli organi politici.

Si teme che tra i manifestanti si intrufolino degli intrusi per compiere atti di sabotaggio, dato che i manifestanti sono apparsi organizzati indossando giubbe gialle. Tutti i manifestanti sono in fila, davanti a loro ci sono combattenti di gruppi armati. Decine di veicoli della sicurezza circondano piazza Shuhada a Tripoli da tutte le strade principali.

Dalla piazza i manifestanti si spostano in altre parti della città, fino al palazzo del governo di Tariq Siqqa, scandendo altri slogan contro Dabaiba: "Dov'è il nostro denaro, ladro? Dov'è l'elettricità, corrotto?”.

Espongono cartelli con le foto di Dabaiba e il suo volto barrato da una croce rossa, ma insieme al suo c’è anche il volto di Bashagha e di Haftar, nonché quello di Saleh.

Insomma, tra un governo illegittimo e un governo legittimo, scelgono di non stare con nessuno.

Dabaiba sembra gradire e dichiara di capire le ragioni dei manifestanti e di essere pronto a fare un passo indietro se lo stesso viene fatto dal Parlamento libico

Insomma, lo scenario che sembra emergere è di nuovo un “tutti a casa” e palla al centro, sennonché il confronto era tra un governo illegittimo e uno legittimo, per la soluzione del quale, normalmente, bisognerebbe procedere semplicemente rimuovendo il governo illegittimo.

Non pochi libici fanno notare che così però si raggiungono gli obiettivi della Nato che da diverso tempo chiedeva l’annullamento di tutte le cariche (quindi anche del governo scomodo di Bashagha), riforma della costituzione per impedire a Saif Gheddafi di candidarsi e finalmente elezioni.

Con le proteste di ieri, parte del piano americano è stato raggiunto.

 

A TOBRUK VIENE DATO ALLE FIAMME IL PARLAMENTO

 

Ma ciò che veramente pare smisurato rispetto al senso degli eventi è il rogo del palazzo del parlamento a Tobruk. Va ricordato che il parlamento libico risiede a Tobruk, sulla costa orientale del paese, perché sin dal 2014, quando si tennero le ultime elezioni, non fu mai concesso ai deputati eletti di insediarsi nella capitale Tripoli, in quanto non rappresentavano i desideri delle milizie, della mafia locale e in particolare della Nato.

I resoconti di ieri da Tobruk riportano che decine di manifestanti si siano avvicinati al palazzo e si siano confrontati con le guardie presenti finché hanno dato l’assalto, incendiando i documenti presenti all’interno e dando fuoco al palazzo.

In un comunicato dell’Esercito Nazionale Libico si fa sapere che tra i manifestanti che hanno dato l’assalto al parlamento si sarebbero infiltrati “elementi esterni”.

Ma per ora, di più non si sa, se non che non ci sarebbero state vittime.

 

USA E MANIFESTANTI: STESSA AGENDA?

 

Tuttavia, un nostro contatto a Tripoli ha le idee chiare circa la domanda: a chi giova tutto questo?

<<Guarda. A Tripoli c'erano molti gruppi, ognuno appartenente a una certa parte politica.

Al Qaeda, il Mufti Gharyani il suo gruppo, poi quelli verdi, poi alcuni di quelli "spontanei" ecc. ecc.

Ma tutti vestiti con giubbotti giallo-verdi.

Chi li ha comprati?

Per farvi capire...

Quando c'è una manifestazione spontanea si vedono persone (uomini, donne, ragazzi) vestite ognuno a suo modo.

Inoltre, non dimenticate che ci sono molti teppisti annoiati che godono di questi eventi e creano più caos per la loro gioia. 

Il fatto che la corrente sia stata tolta per molte ore e che la gente sia davvero arrabbiata è stato il miglior pretesto per coprire queste "manifestazioni".

Guardate.

Sciogliere il Parlamento, il Consiglio Consultivo e Presidenziale e il GNU (Governo di Accordo Nazionale, quello di Tripoli) insomma, tutti quanti, è stata una proposta americana di un mese o due fa.

Il piano secondo loro era di lasciare che il Consiglio giudiziario governasse il Paese fino alle elezioni.

E guardate ... i colloqui di Ginevra sono falliti, proprio come tutti gli altri. Non si vede che i libici possano mai ottenere un accordo. Dabaiba non può consegnare nulla, né alcuna carica.

Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno urgente bisogno di quel dannato gas, l'Unione Europea è in grave crisi energetica, ecc. mentre i pozzi di petrolio libico sono ancora chiusi.

Quindi, mettiamo fine a tutto questo>>.

 

Come a dire. Quando il popolo libico non avrà rappresentanza, sarà qualcun altro a decidere e pilotare le prossime elezioni.

Come sempre, ancora una volta: la rabbia dei manifestanti è reale, provocata da uno stallo politico causato dall’interferenza straniera. La loro agenda però, coincide maledettamente con quella degli Stati Uniti.

Quando il fumo si diraderà, tutto sarà più chiaro.

Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto "Exodus" in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film "L'Urlo"

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