L’Europa dalla democrazia e stato sociale all’economia di guerra

L’Europa dalla democrazia e stato sociale all’economia di guerra

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di Michele Blanco*

L’intero processo di integrazione europea è nato per impedire lo scoppio di un’altra Guerra Mondiale, negando la possibilità che ideologie autoritarie e razziste potessero tornare al potere, ottenendo egemonia sul sistema statale europeo. L’intero processo è stato progettato per limitare rivalità di potere, dispute territoriali tra gli stati nazionali.

Inoltre, l’integrazione è stata concepita per superare l’identità nazionale, mettendo insieme i vari nazionalismi, arti, culture, storie e personaggi europei, per potenziare la consapevolezza della forza della diversità europea. Infatti, i numerosi collegamenti tra diverse persone e popoli, tanto interagenti quanto in competizione tra loro, sono stati i fattori chiave della civiltà europea.

L’integrazione europea è stata concepita, per la costruzione di un ordinamento così forte da essere in grado di rafforzare il lato creativo della diversità, respingendo quello distruttivo. Con la firma dei trattati di Roma, nel marzo del 1957 si stabilì che l’Europa era destinata a svilupparsi attraverso l’integrazione economica, utilizzando il boom economico degli anni ‘50 e i suoi evidenti potenziali di prosperità come veicolo per favorire una cooperazione più integrata tra i governi europei.

La comunità aveva lo scopo di portare la prosperità economica a tutti gli europei. Le ultime notizie sono tristi e incomprensibili per la sana razionalità umana, non solo, non usciamo dalla guerra attraverso la mediazione politica, questo sarebbe il ruolo di un Europa unita, almeno questo risulta da tutti i documenti che hanno portato alla nascita dell’Unione Europea, ma la guerra viene incredibilmente messa al centro di tutto.

Il voto del primo giugno 2023 dell’Europarlamento che ha approvato senza battere ciglio la relazione della Commissione europea denominata Asap (Act to Support Ammunition Production) rende possibile che governi nazionali possano impegnare a man bassa fondi già destinati al Pnrr (Il Piano di Ripresa e resilienza) e per l’avvio del Next generation Eu per indirizzarli direttamente a spese militari. Invece L’UE ha sempre rappresentato un progetto di pace: è nata dalle ceneri della guerra, con l’obiettivo finale di evitare uno scoppio delle ostilità tra e contro europei.

L’Unione europea di oggi dovrebbe, oltre a essere un mercato unico, essere un’elargitrice di sussidi dai più ricchi a chi ha più bisogno e, ancor di più, un esperimento di governance basato sulla democrazia partecipativa di centinaia di milioni di cittadini europei. Ma hanno deciso qualcosa i cittadini europei sul togliere gli investimenti sul futuro dei nostri giovani ed elargirli ai costruttori di armi e di morte?

Non troviamo nessuna giustificazione giuridica, morale o democratica per questa scellerata decisione. Il compito Costituzionale delle leadership europee era, ed è assolutamente, quello di come fermare il disastro della guerra russo-ucraina, come di tutte le guerre. Invece ora abbiamo l’unica prospettiva, l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, come se questo non precipitasse ancora di più nella voragine la crisi ucraina. Nessuno avverte che la soluzione non si trova in più armi e più guerra, garanzia di ulteriore morte e distruzione. Con il voto del primo giugno, che tace completamente e insieme allontana anche la prospettiva di un cessate il fuoco e di un negoziato, siamo in una situazione particolarmente grave. Perché all’ordine del giorno non c’era nemmeno l’invio di armi ma l’inizio di una politica di riarmo che i governi stanno imponendo alle varie nazioni dell’Unione Europea.

Oggi sembra che nemmeno la deterrenza nucleare riesca a fermare questa incredibile corsa alle armi, non fa a quanto pare più paura la ripetuta minaccia atomica che incombe. L’Europarlamento ha votato sì all’autorizzazione ad un prelievo forzato, ad una distrazione di fondi che non è prevista da nessuno dei Trattati europei.

Tali trattati impediscono di finanziare con soldi comunitari le industrie militari nazionali. Perché l’Europa, la sua ragion d’essere principale, è segnata dai fondamenti della sua costruzione fino ad ora dall’allontanare la guerra proprio per aver conosciuto la tragedia delle due guerre mondiali. Stavolta però la decisione presa è quella di attingere, per la produzione di armi, ai fondi destinati alle Regioni per sostenere le politiche sociali, il lavoro e il diritto allo studio, l’ambizione ambientalista della transizione ecologica e, dopo tre anni di pandemia, il nuovo, ineludibile, assetto della sanità, in più l’attenzione al

dramma delle migrazioni epocali e al diritto d’asilo. La decisione dell’Europarlamento mette in discussione tutto: sia il fatto che nuovo armamento può essere prodotto utilizzando fondi che erano destinati a migliorare la vita delle persone dopo le costrizioni da pandemia, sia i fondamenti stessi dell’Unione europea.

L’indirizzo è chiaro, visto che la prospettiva è quella di una guerra di anni se non infinita, l’obiettivo praticato è passare inesorabilmente dallo Stato sociale allo stato di guerra (dal welfare al warfare). Un indirizzo purtroppo non solo europeo ma mondiale. Lo conferma il trend della spesa globale del 2022 dove la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.200 miliardi dollari con Stati Uniti, Russia, Francia, Cina e Germania – che ha deciso un riarmo di ben 100 miliardi di euro – in prima fila, e l’Italia è sesta nel campionato mondiale degli esportatori di armi. Ora che era possibile, dopo anni di inutili politiche neoliberiste restrittive e di austerità delle politiche dell’Unione Europea, spendere i soldi del Pnrr per opere civili e sociali, umanitarie, per l’istruzione e il futuro dei giovani, ci ritroviamo a dovere buttare la speranza di un mondo migliore in armi e strumenti di morte e distruzione.

Si spera che la decisione non sia definitiva. Non tanto perché il voto finale sull’atto è previsto per luglio 2023, ma perché per la prima volta cresce l’area di dissenso verso queste scelte scellerate. A fronte di una opinione pubblica, secondo ripetuti sondaggi, molto contraria in Italia e in Europa, si avverte la necessità di alzare più forte la voce contro la guerra, perché si fermi il massacro di vittime civili ormai dell’una e dell’altra parte, come di tanti bambini e indifesi, lo stesso massacro dei militari mandati al macello. Diventa fondamentale dire che il riarmo, inutile, di 27 eserciti europei non avvenga non avvenga a discapito degli indifesi e delle nuove generazioni.

*Questo articolo è stato pubblicato su https://www.eguaglianza.it/

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