La “legittimità europeista” di Vladimir Zelenskij che annulla le elezioni presidenziali

La “legittimità europeista” di Vladimir Zelenskij che annulla le elezioni presidenziali

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di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


Dunque, il 31 marzo è alle spalle, senza che in Ucraina si siano tenute le elezioni presidenziali. Così aveva da tempo decretato il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, i cui poteri cessano definitivamente il prossimo 20 maggio, data in cui avrebbe dovuto subentrare nella carica il nuovo presidente.

Nell’estate del 2023 erano state annullate anche le elezioni per il rinnovo della Rada, che avrebbero dovuto tenersi in ottobre. A detta di Kiev, il tutto ha dei “fondamenti giuridici”. Dal 24 febbraio 2022 è infatti in vigore nel paese la legge marziale, che il parlamento rinnova ogni tre mesi, con l’espressa proibizione di cambiare la Costituzione e tenere le elezioni, sia presidenziali che parlamentari. Nonostante l’accordo di tutte le frazioni della Rada su tale generale proibizione, per buona parte del 2023 gli sponsor atlantici ed europei di Kiev avevano raccomandato di tenere il voto presidenziale, anche se poi a Washington hanno deciso di non battere più su quel tasto.

Anche l’ex speaker della Rada, Dmitrij Razumkov, insiste a chiedere che, dopo il 20 maggio, in ogni caso le funzioni presidenziali passino al presidente del parlamento, Ruslan Stefanchuk, secondo quanto prescritto dall’art. 112 della Costituzione, nel caso il capo dello stato non venga eletto. Come che sia, in base alla Costituzione ucraina, le elezioni presidenziali dovrebbero tenersi l’ultima domenica di marzo e non è previsto nessun rinvio, e tantomeno annullamento, nemmeno in caso di legge marziale.

A parere del politologo Aleksej Belov, sentito da Centro analisi del Donbass, ci sono molte probabilità che a maggio tutto il potere si concentri nelle mani dell’attuale capo dell’ufficio presidenziale, Andrej Ermak: una sorta di “golpe di palazzo”, afferma Belov, con Ermak che fa fuori tutta la cerchia presidenziale e piazza nei vari posti i propri protegé, a partire dalla presidenza della Rada. A Ovest stanno già prendendo un po’ di distanze da Kiev, dice Belov e la domanda che ci si pone è solo se la faccenda si deciderà “velocemente e dolorosamente”, oppure “lungamente e tormentosamente”: gli USA sarebbero per la prima variante, mentre i britannici per la seconda.

D’altronde, il politologo ucraino Mikhail Chaplygi, considerato il portavoce di Ermak, ha dichiarato che tra il 20 aprile e gli inizi di maggio, a Kiev o a Khar’kov potrebbe accadere «qualcosa da incidere profondamente sui rapporti di forza sia in Ucraina che nel mondo». In queste parole, Belov intravede qualcosa di molto drammatico, del tipo di una carneficina con decine di morti in Ucraina, di cui verrebbe incolpata Mosca. In tale scenario, potrebbe anche darsi il caso che Zelenskij venga immediatamente liquidato, con la motivazione che avrebbe «perso il controllo della situazione» e contemporaneamente si annuncerebbe l’inizio di «colloqui di pace con Mosca, per por fine alla morte in massa di soldati ucraini»: 448.000 necrologi, avrebbe contato il blogger Ruslan Tatarinov dal giugno 2022.

In ogni caso, tanto gli attuali golpisti, quanto i probabili loro successori, non è che siano poi preoccupati delle sorti del paese e degli ucraini; hanno solo bisogno di trovare un pretesto abbastanza “solido” per eliminare ogni precedente omelia sulle “frontiere del 1991” o “non un passo indietro”: per riposizionare in fretta la narrazione da presentare agli ucraini, afferma Belov, quel pretesto deve esser tale da «assestare un colpo secco sulla testa delle persone» ed è per questo che c’è da aspettarsi di tutto dai neonazisti di Kiev.

Da parte russa, il rappresentante all’ONU Vasilij Nebenzja ha da tempo osservato che con la decisione unilaterale di Zelenskij sull’annullamento delle presidenziali, a partire dal 21 maggio diventa illegittimo tutto il vertice ucraino. Il Ministro degli esteri Sergej Lavrov, con espressione eloquente, ha proposto di arrivare a quella data, prima di esprimere giudizi definitivi: «può anche darsi che non avremo bisogno di riconoscere nulla» e nessuno, ha detto.

Il più che ci si possa attendere dai portatori dei “valori democratici” euro-atlantisti, che non perdono occasione di salmodiare sul “bastione della democrazia” ucraino, sulla “solida democrazia in lotta contro il dispotismo russo”, è il più assoluto silenzio sull’annullamento del voto: che nessuno si azzardi a discutere della “legittimità” di Zelenskij. Ciò è favorito anche dalla probabile “serenità” con cui sembra debba essere accolta la faccenda da parte di una opposizione parlamentare ucraina che non dà segni di particolare attivismo; lo stesso fallimento del voto sull’inasprimento dei criteri di mobilitazione (anche se i centri di reclutamento se ne fregano ed eseguono gli ordini di Washington) è dovuto più al forfait della maggioranza che non all’impegno dell’opposizione: sugli oltre 250 deputati della maggioranza, solo 178 lo hanno votato, dei 226 necessari ad approvare una legge così impopolare e delittuosa.

Del resto, osserva il politologo Vladimir Kornilov, lo stesso concetto di “opposizione” è oggi molto relativo in Ucraina: i media portatori di punti di vista alternativi sono da tempo chiusi e gli oppositori politici, quelli che non sono stati assassinati, messi in galera o che sono riusciti a espatriare, sono “benevolmente seguiti” dai Servizi. Le formazioni diverse dal presidenziale “Servo del popolo” – tipo “Patria” o “Solidarietà europeista” – rispondono a consorterie che si disputano le prebende occidentali col partito di Zelenskij, eseguendo gli ordini dei “curatori” europeisti, che oggi coprono la metà del deficit di bilancio dell’Ucraina golpista.

In fin dei conti, afferma il politologo ucraino Vladimir Skachkò, Zelenskij è andato a ficcarsi da solo in un vicolo cieco: di fatto ha affidato totalmente «il proprio destino alla guerra, privandosi di ogni possibilità di manovra. Agli occhi dell’Occidente, dopo il 20 maggio la sua legittimità dipenderà dalla durata delle operazioni di guerra, così che, a questo punto, egli diventa l’elemento più interessato alla prosecuzione dello spargimento di sangue». Se qualcuno del suo entourage – forse davvero il factotum Ermak o qualcun altro? - dovesse soppiantarlo “nelle grazie” dei curatori occidentali, allora a Washington non saprebbero più che farsene di lui e griderebbero alla sua “illegittimità”.

È proprio il conflitto con la Russia, dice Skachkò alla russa Vzgljad, a costituire il fattore portante di tutto l’attuale sistema di potere in Ucraina: se la guerra dovesse terminare, Zelenskij «perderebbe immediatamente il potere. Fintanto che egli serve gli interessi chiave dei propri padrini, a Ovest sopporteranno con tacita comprensione la sua usurpazione presidenziale», dopo di che…

Non gli si addice nemmeno la strabica considerazione espressa su se stesso da Napoleone, secondo cui «Du sublime au ridicule in n’y a qu’un pas». Nel caso di Zelenskij, non c’è che la malvagità con cui lui e la sua cerchia mandano a morire i giovani ucraini per servire gli interessi militar-affaristici euroatlantici.

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Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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