I minori palestinesi sotto occupazione illegale. Intervista a Khaled Quzmar (Defence for Children International Palestine)

I minori palestinesi sotto occupazione illegale. Intervista a Khaled Quzmar (Defence for Children International Palestine)

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di Andrea Guiduzzi e Stefania Russo

 

Intervista a Khaled Quzmar

 

Khaled come sei arrivato a dirigere il Centro internazionale di difesa dei bambini sezione Palestina?

 

Buongiorno e grazie per avermi permesso di condividere la mia storia. Sono Khaled Quzmar, Direttore Generale di Difesa Internazionale per i Bambini - Palestina.

Vengo da una famiglia di agricoltori che ha perso metà delle proprie terre nel 1948, quando fu creato lo Stato di Israele. Con la mia famiglia ci spostammo verso est, abbandonammo la nostra casa ma riuscimmo a mantenere parte delle nostre proprietà fino al 2003, quando la terra rimanente fu confiscata per costruire il Muro della Vergogna. Come molte famiglie palestinesi, abbiamo sofferto l'occupazione, affrontando sequestri di terreni, arresti e violenze. Quattro dei miei cinque fratelli, me compreso, sono stati incarcerati più volte.

Avevo 14 anni quando visitai uno dei centri di detenzione, e il ricordo più vivido è il desiderio disperato di riabbracciare mio fratello. Ci fu concesso solamente di toccarci con le punte delle dita attraverso una rete di metallo che ci separava.

Fu questo senso d’impotenza che mi spinse a studiare legge; un modo per lottare per la giustizia. Lasciare il mio Paese per andare a studiare all'estero fu molto difficile, a causa delle restrizioni israeliane sugli spostamenti dei palestinesi. Decisi di andare fuori perché sapevo che studiare nelle università locali, in Palestina, sarebbe stata dura. Spesso, a causa delle frequenti chiusure delle università e degli arresti degli studenti, ci si impiega sei o più anni per completare un corso di laurea quadriennale. È un problema diffuso. Così scelsi di continuare i miei studi in Algeria. Lasciare la Palestina a 17 anni e mezzo non fu facile. L'Algeria era un mondo completamente nuovo, e all'epoca la comunicazione era molto lenta. Le lettere impiegavano mesi per essere recapitate. Nonostante le difficoltà, riuscii a completare il mio percorso di studi e quando tornai dopo cinque anni, scoprii che mio fratello era stato nuovamente arrestato.

Una settimana dopo il mio ritorno in Palestina, partecipai all'udienza come avvocato tirocinante. Il mio legale chiese ai soldati di permettermi di riabbracciare mio fratello e, sorprendentemente, acconsentirono. Trascorsi due ore preziose con lui, nella sua cella. Lì mi resi conto di quanto fossero stati importanti i cinque anni di studio. Ne era valsa la pena. Anche solo per quei momenti indimenticabili passati con mio fratello. Da allora, iniziai a rappresentare i prigionieri palestinesi nei tribunali militari israeliani. Era il periodo della Prima Intifada, il processo giudiziario era estenuante, con lunghe attese e notti insonni. Ma per me era troppo importante, fondamentale, sostenere i prigionieri.

Dopo aver fatto volontariato per alcuni anni, nel 1995 mi unii ufficialmente al DCI Palestina (Defence for Children International Palestine) come avvocato. Dopo alcuni anni cominciai a provare una grande frustrazione. Il sistema giudiziario israeliano non permetteva di ottenere la giustizia che i prigionieri meritavano. Nonostante i miei sforzi, tutto sembrava andare contro i palestinesi. Un sistema ideato per legittimare le azioni israeliane più che per garantire la giustizia. I tribunali eseguivano solo gli ordini militari israeliani, ignorando le leggi internazionali e le convenzioni sui diritti umani. Misi in discussione il mio ruolo all'interno di questo sistema profondamente iniquo.

Decisi di abbandonare i tribunali perché era ormai per me insostenibile rappresentare legalmente bambini della stessa età dei miei figli. Quella condizione mi toccava profondamente, talvolta portandomi a manifestare irritabilità verso i miei figli quando, in realtà, desideravano solo piccoli piaceri, come uscire e andare a mangiare fuori. Nel frattempo, altri bambini venivano privati dei loro diritti fondamentali e abbandonati senza alcuna assistenza dai soldati. Questa dissociazione tra la normalità della vita quotidiana dei miei figli e le gravi privazioni subite da altri bambini fu uno dei motivi principali che mi spinse a prendere la difficile decisione di allontanarmi dai tribunali.

Durante quel periodo, ottenni una borsa di studio di Diritto Internazionale Dei Diritti Umani e Diritto Umanitario, in Irlanda. Dopo un anno di studio, tornai con nuove prospettive e determinato a contribuire con più forza al lavoro del DCI Palestina. Assunsi il ruolo di direttore degli affari legali e amministrativi e, nel 2015, fui promosso a direttore dell'organizzazione.


Khaled, in cosa consiste il DCI, Defense for Children International? Qual è il suo ruolo a sostegno dei minori in Palestina?

DCI sta per Difesa Internazionale dei Bambini, un'organizzazione fondata nel 1979 come parte di un movimento globale per difendere i diritti dei minori. Il suo obiettivo principale è quello di dare maggiore forza alla Convenzione sui Diritti dell'Infanzia presso l'ONU. All'epoca c'erano circa 60 sezioni in tutto il mondo, con sede a Ginevra, ma la Palestina non era rappresentata. Nel 1991 è stato fondato il DCI Palestina che si è unito al movimento globale. Malgrado il mio Paese, all'epoca, non fosse ufficialmente riconosciuto come Stato, il DCI Palestina è emerso come uno delle sezioni più solide a livello mondiale, guidando spesso l'intero movimento. Il mio predecessore ha ricoperto la carica di presidente dal 2006 al 2011, e attualmente il DCI Palestina ha la presidenza di turno. Io sono stato eletto presidente nel novembre 2002 e il mio mandato scadrà nel 2026.


Qual è l'atteggiamento di Israele nei confronti del DCI sezione Palestina?

Come organizzazione della società civile, abbiamo riscontrato una tendenza preoccupante, in cui il lavoro per i diritti umani spesso entra in conflitto con i governi oppressori. Nel nostro caso, essere sotto occupazione significa essere in contrasto con il governo israeliano e il sistema di apartheid dello Stato d'Israele. Fin dall'inizio abbiamo subito attacchi dalle autorità israeliane. Più guadagniamo in visibilità internazionale, più questi attacchi si intensificano. Gruppi di estrema destra israeliani, sostenuti dall'esercito, hanno cercato di silenziarci per oltre un decennio, ma noi andiamo avanti. Malgrado le difficoltà imposte dalle restrizioni israeliane, noi abbiamo continuato il nostro lavoro. Il nostro obiettivo è quello di denunciare le politiche di Israele, mettendo in luce le loro pratiche di apartheid, omicidi, crimini di guerra e violazioni dei diritti umani. Abbiamo dato seguito alle nostre affermazioni con prove concrete e tangibili, che evidenziano la sistematica negazione del diritto alla vita dei palestinesi, contrariamente alla rappresentazione occidentale di Israele come faro della democrazia in Medio Oriente. E' difficile per me parlare dei numeri tragici delle vittime, specialmente dei bambini innocenti e dei civili, ma purtroppo le statistiche rispecchiano la dura realtà sul campo. In tutti questi anni Israele ha sperimentato varie tattiche per silenziarci, incluso vessare i nostri donatori, i partner, il personale e persino le banche e le società di revisione con cui lavoriamo. Nel 2021, il 29 luglio, hanno fatto irruzione nel nostro ufficio, sfondando le porte e confiscando computer e file. Nonostante le nostre continue proteste e le intimazioni legali presentate ai tribunali militari israeliani, la giustizia ci è stata finora negata. Anzi, il caso è stato continuamente rinviato, concedendo all'esercito israeliano un periodo di tempo spropositato, ben sei mesi, per esaminare il materiale sequestrato, senza fornire adeguate giustificazioni per tutti questi rinvii. Una situazione che alimenta il senso di frustrazione e d'impotenza.

Le cose si sono ulteriormente complicate quando il Ministro della Difesa israeliano ci ha ingiustamente etichettati come organizzazione terroristica. Tale atto diffamatorio non solo mina il nostro operato, ma rappresenta un grave attacco alla nostra credibilità e reputazione. Abbiamo ripetutamente richiesto trasparenza e prove concrete a sostegno di queste accuse infondate. Tuttavia, le nostre richieste sono state ignorate e ci siamo trovati ad affrontare decisioni ingiuste e prive di fondamento. La nostra priorità è quella di dimostrare alla comunità internazionale l'inconsistenza e la falsità delle accuse mosse contro di noi. Il governo israeliano ha diffuso disinformazione e notizie false negli Stati Uniti e nell'Unione Europea, ma dal 2020 nessun Paese ha dato più credito a queste menzogne. Abbiamo fatto ricorso contro la decisione del Ministero della Difesa, ad oggi senza alcun esito. La legge israeliana ci espone al rischio di una condanna a molti anni di carcere solo per aver respinto l'infamante definizione di "terroristi". Nonostante la minaccia, la nostra determinazione rimane incrollabile. Crediamo fermamente nel valore del nostro lavoro per la comunità e nel senso di responsabilità nei confronti dei minori che vanno protetti. A tutti i costi. La nostra scelta è consapevole e coraggiosa. Non ci pieghiamo alle intimidazioni e alle ingiustizie di Israele. La nostra priorità è quella di difendere i diritti umani e di tutelare la dignità della nostra comunità, anche a costo della nostra stessa libertà.

Ad agosto, le forze israeliane hanno nuovamente fatto irruzione nel nostro ufficio, ponendo i sigilli. Nonostante l'intimidazione, il giorno dopo abbiamo riaperto le porte e ripreso con tenacia il nostro lavoro.


Nelle aggressioni militari e nelle politiche di occupazione spesso Israele colpisce i bambini. Perché? Quali sono i fattori principali che contribuiscono a questo targeting?

In primo luogo i minori sotto i 18 anni costituiscono circa il 47% della comunità palestinese a Gaza e in Cisgiordania, cioè quasi la metà della popolazione. Colpire i bambini rende la vita delle famiglie palestinesi molto difficile, soprattutto quella delle famiglie che vivono vicino agli insediamenti dei coloni israeliani, alle strade e alle aree militari. Per i genitori è un incubo vivere sotto la minaccia di attacchi contro i loro figli. E i bambini palestinesi crescono e convivono con la paura e l'ansia di essere arrestati.

Sin dagli anni '40, Israele ha progressivamente svuotato i territori palestinesi dei suoi abitanti. Vuole la terra senza gli indigeni. Perseguitare i bambini porta indirettamente i palestinesi ad abbandonare le proprie case. Ad esempio, in luoghi come la città vecchia di Al Khalil (Hebron), le famiglie si sentono in trappola a causa degli insediamenti dei coloni israeliani e della presenza dell'esercito sionista. Anche i bambini tutti i giorni, in qualsiasi momento, sono a rischio, perché i coloni e i soldati agiscono senza rispondere delle loro violenze. Vessare e perseguitare i minori ha lo scopo di non dare più alcuna speranza di futuro al popolo palestinese. Ma questa pressione rende solo la nuova generazione più radicale. Le recenti vicende a Gaza riflettono questo. Molti gazawi sono discendenti di coloro che sono stati sfollati o uccisi negli anni '40. Sono stanchi di 75 anni di sofferenze, oltre ai 56 anni di occupazione e i16 anni di assedio. Quanto successo il 7 ottobre è una reazione a questa costante oppressione.

La vita a Gaza in generale è estremamente difficile. Molti bambini perdono la vita a causa della mancanza di cure mediche adeguate, mentre i civili subiscono gravi disagi per le limitazioni sugli spostamenti a cui sono sottoposti. I palestinesi sono costretti a sopportare una pressione che inevitabilmente sfocia in esplosioni di rabbia e di frustrazione. Ci troviamo in una pericolosa spirale di tensioni sempre più elevate e di reazioni violente.


Quali sono le modalità di arresto, interrogatorio e detenzione dei minori palestinesi da parte dell'esercito israeliano?

Tutta la mia vita è stata segnata da questo ciclo incessante di umiliazioni. L'ho vissuto sulla mia pelle fin dalla giovinezza, quando i soldati irrompevano nella nostra casa per arrestare i miei fratelli. Lo stesso copione si è ripetuto durante la mia carriera di avvocato, quando ho assistito a innumerevoli casi di abusi da parte delle forze armate israeliane. E ora, nel mio lavoro con l'organizzazione, mi confronto quotidianamente con le storie strazianti di un popolo oppresso. Non è possibile racchiudere in una sola storia la vastità di sofferenze e ingiustizie che ho visto e vissuto. Ogni palestinese ha la sua storia, un mosaico di vessazioni quotidiane, di checkpoint spietati, di terre confiscate, di libertà negate. È un sistema di oppressione che permea ogni aspetto della nostra vita, una ferita profonda che si tramanda di generazione in generazione.

Ricordo con nitidezza il terrore che provavo nel timore che i soldati potessero fare irruzione nella nostra casa, sfondando la porta di casa nel cuore della notte. Questa paura non l'ho vissuta solo io: molti dei bambini con cui ho parlato hanno condiviso storie simili. Era comune non riuscire a dormire fino a notte fonda, temendo l'arrivo improvviso dei soldati. Per questo motivo si preferisce dormire in stanze con finestre che affaccino sulla strada, per avere la possibilità di vedere arrivare i soldati. Durante questi arresti, la casa viene circondata dall'esercito armato e da jeep militari, anche se sanno che all'interno ci sono solo civili disarmati che non costituiscono alcuna minaccia. I soldati sfondano la porta e fanno irruzione, proibiscono alla famiglia di svegliare il bambino ricercato. Svegliano il minore in modo violento, puntandogli le armi. Queste incursioni sono scioccanti. Non viene nemmeno effettuata una chiamata preliminare alla famiglia.

Anche l'UNICEF ha cercato di intervenire, suggerendo che fosse un familiare ad accompagnare il minore al campo militare per evitare circostanze così traumatiche. Ma Israele rifiuta di ascoltare e continua con questi raid. La loro logica? Vogliono traumatizzare il bambino fin dall'arresto, per farlo sentire completamente solo e non protetto. Quando i soldati respingono i genitori e gli impediscono di abbracciare il loro figlio, il messaggio che trasmettono è: "Nessuno può aiutarti". Si tratta di una tattica crudele, studiata per instillare nel bambino paura e un senso di impotenza. L'obiettivo è quello di fargli credere che l'unica via d'uscita sia collaborare con i soldati durante gli interrogatori. Spesso, alle famiglie e agli avvocati viene negato il diritto di visitare il minore prima che egli “confessi”. Riuscire a ottenere una visita significa rompere questo sistema, e non è impresa facile.

Dopo il 7 ottobre la situazione è peggiorata. Ci sono nuovi ordini militari che consentono ai soldati maggiore libertà di azione anche durante gli interrogatori. Possono persino negare al minore di comparire in tribunale fino a 50 giorni e impedire ai prigionieri di vedere un avvocato per sei mesi.

Come conseguenza di questa politica israeliana così violenta, otto prigionieri palestinesi hanno perso la vita. Le testimonianze di ex detenuti rivelano episodi in cui i soldati israeliani hanno colpito i prigionieri, lasciandoli feriti e privi di cure, condannandoli alla morte. Personalmente, posso confermare due di questi casi, ma altri sei rimangono avvolti nel mistero perché non vi sono state visite da parte dei familiari o degli avvocati. La situazione attuale è estremamente pericolosa. Le vite dei detenuti, che siano bambini, adulti o donne, sono ad altissimo rischio. Gli stessi soldati israeliani arrivano al punto di etichettare come terroristi bambini di appena quattro anni, a Gaza. Questo comportamento così sadico rientra nella loro politica che tende a considerare tutti i palestinesi dei terroristi.

Invece di garantire i loro diritti e favorire una cultura di pace, alimentano odio. Malgrado tutto, sono fiducioso e credo in un futuro migliore.

Tornando al trattamento dei bambini; il sistema giudiziario militare è spesso opaco e intimidatorio per i minori, che non hanno le stesse garanzie degli adulti.

La politica israeliana sembra ideata per infliggere danni psicologici a questi bambini. I minori che vivono queste esperienze possono sviluppare ansia, depressione, disturbi da stress post-traumatico (PTSD) e altri problemi di salute mentale. Spesso sono molto diffidenti nei confronti degli adulti e hanno grosse difficoltà a relazionarsi con gli altri. Il loro sviluppo sociale, emotivo e cognitivo può essere compromesso.

Inizialmente non è stato facile fornire sostegno psicologico e sociale a questi bambini. Spesso le famiglie non comprendevano l'importanza di tale supporto. Durante il lavoro, sono emersi casi di molestie e abusi sessuali subiti dai minori. Profondamente segnati dalle violenze, avevano forti resistenze a parlarne. È fondamentale perseverare nell'offrire sostegno psicologico e sociale, adattandolo alle esigenze individuali di ciascuno di loro. È altrettanto importante sensibilizzare le famiglie e la comunità sull'importanza di questo tipo di assistenza.

Bisogna creare un ambiente sicuro e rassicurante in cui i bambini possano parlare liberamente delle loro esperienze. Oggi c'è una legge palestinese che obbliga le famiglie a cercare assistenza presso la Commissione dei Detenuti e degli Ex Detenuti per i minori in prigione. Questo supporto può variare; sedute di terapia o anche cure mediche, a seconda delle esigenze del bambino. L'obiettivo principale è mitigare il danno causato dal loro arresto, processo e maltrattamento nei tribunali militari israeliani.

Vale la pena sottolineare che Israele è l'unico Stato al mondo che arresta e processa sistematicamente centinaia di bambini ogni anno nei tribunali militari, ignorando i loro diritti secondo il diritto internazionale. Nella maggior parte dei sistemi giuridici degli Stati di tutto il mondo, i tribunali militari sono riservati ai casi che coinvolgono militanti o militari. Tuttavia, in Palestina, questi tribunali vengono utilizzati per processare sia bambini che adulti, talvolta condannandoli a centinaia o addirittura migliaia di anni di prigione.

Non è necessario che i giudici che presiedono questi tribunali abbiano le competenze normalmente richieste per svolgere questo ruolo. Per diventare giudice in questi tribunali militari è sufficiente un'esperienza come ufficiale dell'esercito. Individui senza alcuna preparazione giuridica decidono delle sorti dei palestinesi, incluso donne e bambini, mandandoli in prigione per lunghi periodi. E' sconcertante.



Anche i minori sono soggetti alla detenzione amministrativa? In cosa consiste la detenzione amministrativa?

La detenzione amministrativa affonda le sue radici nella normativa di emergenza britannica degli anni '20 e '30, durante il suo mandato in Palestina. Inizialmente fu concepita per contrastare i gruppi militanti sionisti, e coinvolse persino l'ex primo ministro israeliano Shamir. Dopo la creazione dello Stato d'Israele nel 1948, continuò a essere utilizzata, ma questa volta contro i palestinesi. Consente alle autorità di arrestare senza presentare prove o spiegazioni, agendo sotto il pretesto di un "file segreto". Questo dossier, che può contenere migliaia di pagine, è custodito segretamente, con accesso limitato solo al giudice e agli ufficiali delle forze armate coinvolti nella sua redazione. Purtroppo questo strumento è ampiamente utilizzato in diverse circostanze della vita quotidiana dei palestinesi. Per giustificare confische di terre, deportazioni, per negare la possibilità di risiedere a Gerusalemme Est e perfino per schedare organizzazioni come la nostra, ritenute una minaccia per la sicurezza.

Ho potuto leggere uno dei file segreti relativi alla nostra organizzazione. Ci ho dedicato giorni per esaminarlo attentamente. Ho trovato solo una vaga e non ben definita segnalazione di presunta affiliazione al Fronte Popolare di Liberazione della Palestina. È moralmente inaccettabile, in qualsiasi contesto giuridico, utilizzare un'affermazione così infondata per negare i benefici del nostro lavoro a migliaia, se non decine di migliaia, di minori.

Perché accade tutto questo? Sembra che l'unico modo per privare i palestinesi dei loro diritti sia ricorrere alla cosiddetta "evidenza di sicurezza" o a un "file di sicurezza". In passato, vi erano solo alcuni casi isolati di minori in detenzione amministrativa. Li segnalavamo al Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie, e spesso venivano considerate arbitrarie. Questi abusi, secondo il diritto internazionale, costituiscono un crimine di guerra. Se questo avviene in modo sistematico e diffuso, si converte in crimine contro l'umanità.

Attualmente, per la prima volta dal 1967, il numero di prigionieri palestinesi in detenzione amministrativa supera i 3.500. E per quanto riguarda i minori, il numero è aumentato in modo significativo. In passato solitamente osservavamo uno o due casi all'anno. Ma dal 7 ottobre, la maggior parte degli arresti ha portato alla detenzione amministrativa. Perché? Perché, secondo la legge marziale, si evitano le procedure legali e si possono tenere i detenuti rinchiusi senza affrontare un tribunale o ricevere assistenza legale. Questo va contro gli standard internazionali, secondo i quali la detenzione amministrativa dovrebbe essere utilizzata con moderazione e per periodi limitati.

Ho scritto articoli sull'uso della detenzione amministrativa applicata in altre aree del mondo in conflitto. Ad esempio, in Irlanda del Nord vi è stato un solo caso di detenzione amministrativa, con conseguente provvedimento di annullamento da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo.

In Palestina, la detenzione amministrativa è diffusa a tal punto da essere ormai parte integrante della vita quotidiana, come l'aria che respiriamo o il cibo che mangiamo. Quasi ogni famiglia ha almeno un membro che è stato sottoposto a questo tipo di arresto. A Gaza, dal 7 ottobre è stata introdotta una nuova legge che permette di muovere l'accusa di terrorismo contro chiunque. I detenuti non vengono trattati come prigionieri civili, ma come prigionieri di guerra. Sono tenuti in carcere senza alcun processo, senza diritto ad avere un avvocato, senza comparire davanti a un giudice, nemmeno militare. Non c'è alcuna informazione su di loro, neanche dalla Croce Rossa. Non sappiamo quanti siano, chi siano o dove siano detenuti. Le autorità israeliane hanno tutti questi dati, ma li mantengono segreti.

Di recente sono stato invitato per un'intervista televisiva, dove mi hanno mostrato video di detenuti rilasciati a Gaza. Questi prigionieri hanno testimoniato di aver subito maltrattamenti e torture durante gli interrogatori. Ciò che sconcerta di più è che erano presenti anche civili israeliani che assistevano alle umiliazioni e deridevano le vittime delle torture. Un sistema perverso, profondamente ingiusto e illegale.

I prigionieri dovrebbero essere tutelati. E' consentito effettuare arresti, ma nel rispetto della legge. I detenuti dovrebbero avere il diritto a un avvocato, informare le loro famiglie e sapere perché sono stati arrestati. Accusarli di essere terroristi di Hamas, soprattutto se non è vero, è totalmente illegittimo e arbitrario. È difficile descrivere appieno l'estensione dei crimini commessi dall'esercito israeliano contro i prigionieri palestinesi, soprattutto a Gaza.


Un suo parere sulla decisione della Corte Internazionale di Giustizia
dell'Aja rispetto all'accusa di genocidio mossa dal Sudafrica contro Israele.

 

In base alla mia formazione giuridica, credo che se il diritto internazionale fosse applicato correttamente, dovrebbe offrire a noi palestinesi e a tutte le vittime nel mondo, piena protezione da qualsiasi forma di attacco o crimine. Ma la nostra lunga esperienza di popolo oppresso ha constatato l'assenza, piuttosto che il fallimento, della comunità internazionale nel far rispettare la legge. Sembra non ci sia una volontà politica di affrontare questa questione.

Come palestinesi, osserviamo da vicino i conflitti globali, compreso quello che coinvolge la Russia. Abbiamo accolto con favore la rapida risposta della comunità internazionale rispetto al conflitto Russia Ucraina. La Corte Penale Internazionale (CPI) ha immediatamente inviato investigatori ed emesso mandati di arresto contro Putin per le sue azioni in Ucraina. Personalmente, ho anche firmato documenti che sollecitavano l'azione della CPI in Ucraina.  Notiamo però, che manca la stessa tempestività quando si tratta della Palestina. Ho avuto l'opportunità di parlare direttamente con il Pubblico Ministero della CPI, elogiandone l'operato. Mi chiedo perché la Palestina riceva un trattamento diverso. La discrepanza plateale tra i diversi provvedimenti adottati mette in luce un evidente pregiudizio di certi Stati su alcuni rispetto ad altri. E' chiaro che se il diritto internazionale fosse applicato in modo coerente, proteggerebbe naturalmente anche i nostri diritti.

L'azione del Sudafrica è un faro di speranza per il sistema giuridico internazionale. Il Sudafrica ha difeso i principi della CPI e delle Nazioni Unite, in netto contrasto con altre posizioni in cui manca totalmente il minimo senso di responsabilità. Da oltre 30 anni, ho testimoniato la sofferenza dei bambini in Palestina e in altre parti del mondo. È straziante vedere i bambini ridotti a semplici numeri quando ognuno di loro ha i suoi sogni e le sue aspirazioni.

Ho chiarito al procuratore della Corte Penale Internazionale che, senza assunzione di responsabilità, queste ingiustizie continueranno a perpetrarsi. Israele opera impunemente da decenni, permettendo ai suoi coloni, soldati e criminali di farla franca, senza conseguenze per nessuno di loro. Questa assoluta impunità li legittima a persistere nei loro crimini. La Corte Internazionale di Giustizia (CIJ) ha segnalato il rischio di genocidio da parte di Israele e ha emanato restrizioni che Israele ha ignorato, andando avanti con i suoi crimini malgrado le condanne internazionali. Questa è la nostra realtà da troppi anni.

Ma c'è ancora speranza. Anche se al momento non riusciamo a salvare le vite di migliaia di palestinesi a Gaza, assistiamo a una crescente campagna internazionale contro i crimini di Israele. Da un lato, ci sono comunità e difensori dei diritti umani che si battono per la giustizia e la libertà. Dall'altro, ci sono Stati coloniali che sostengono Israele, gli forniscono armi e per questo sono complici dei suoi crimini.

Stiamo seguendo le vie legali perché Israele risponda dei suoi atti genocidari. Nei Paesi Bassi, un tribunale inizialmente ha respinto una richiesta contro il governo per complicità con i crimini di Israele. In seguito a un appello, il tribunale ha poi ordinato al governo di ritirare il suo sostegno allo Stato ebraico. Abbiamo intrapreso azioni legali negli Stati Uniti contro il presidente Biden e la sua amministrazione per aver permesso il genocidio. Anche se i primi tentativi sono stati respinti per questioni sulla giurisdizione, andremo in appello contro queste decisioni, credendo che ci siano basi legali per dichiarare Israele e i suoi sostenitori responsabili dei loro crimini.

Questo è un banco di prova per la coscienza di tutta la Comunità Internazionale: credere realmente nel diritto umanitario, senza discriminazioni nell'applicazione del diritto internazionale. C'è speranza e ci aggrappiamo ad essa per amore dei nostri figli e con il sostegno di coloro che sono al nostro fianco. Vogliamo che la nostra lotta porti al cambiamento, anche se non sappiamo quanto tempo ci vorrà e quante altre vittime ci saranno.

Il nostro compito è quello di ridurre i danni e alleviare le sofferenze del nostro popolo. Confido profondamente nel successo dei nostri sforzi.


Un suo parere sulle accuse di terrorismo mosse da Israele contro alcuni operatori dell'Unrwa.

L'Unrwa è oggetto di una lunga campagna di diffamazione da parte d'Israele. Dopo aver fallito nel fornire prove e fatti che dimostrassero le sue accuse contro l'Agenzia dell'Onu, e dopo il mancato sostegno da parte di praticamente tutti i Paesi del mondo, Israele ha accusato alcuni dipendenti dell'Unrwa di essere coinvolti negli attacchi di Hamas del 7 ottobre, senza, neanche questa volta, presentare prove a sostegno di tali affermazioni. L'Unrwa, testimone della pulizia etnica e della cacciata di 750.000 palestinesi nel 1948, rimane il principale bersaglio politico  d'Israele, che ha sempre negato il diritto al ritorno dei palestinesi riconosciuto dall'Onu ." 

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Un aneddoto

È sconcertante assistere al cambiamento in atto in Italia, dove un tempo l'opinione pubblica era favorevole alla causa palestinese nonostante governi guidati da figure come Berlusconi. Adesso le cose sembrano peggiorare. Dobbiamo agire. Sono in contatto con Amnesty International in Italia e sto cercando di organizzare discussioni comunitarie per costruire in modo propositivo sui nostri sforzi passati e assicurarci che siamo tutti uniti in questo. Il successo fa bene a tutti, mentre il fallimento ci riguarda tutti, soprattutto riguarda i poveri di tutto il mondo. Abbiamo bisogno del vostro sostegno in Italia, da parte di coloro che credono anche nei diritti umani.

Nel 2003, durante un tour di conferenze vicino a Pisa, ho avuto la possibilità di visitare una scuola superiore e discutere con gli studenti, dai 15 ai 17 anni, della difficile situazione dei bambini palestinesi. Mentre presentavo la mia prospettiva, un'insegnante mi interruppe più volte, accusandomi di mettere in discussione il suo decennale lavoro sul conflitto israelo-palestinese. Il dibattito si accese, con alcuni studenti che si schierarono a favore della mia posizione. Un momento particolarmente toccante fu quando uno studente, con coraggio e determinazione, prese la parola per chiedere di conoscere la verità, indipendentemente dalle posizioni precostituite. La sua richiesta trovò l'appoggio di altri studenti, che decisero di accompagnare l'insegnante fuori dall'aula in segno di dissenso. Questo atto spontaneo rappresentò la loro profonda convinzione nei valori di umanità e giustizia, e il loro rifiuto di qualsiasi forma di oppressione coloniale. Il loro gesto riecheggiava la solidarietà mostrata durante la guerra in Algeria, quando i bambini palestinesi inviarono aiuti ai loro fratelli algerini in segno di fratellanza e di comune lotta contro l'oppressione.

Questa esperienza mi ha confermato che i valori di umanità, giustizia e libertà sono universali e capaci di unire le persone di diverse culture e generazioni. La lotta contro i sistemi coloniali e per un futuro migliore è una battaglia che ci accomuna tutti. So che la voce di questi giovani coraggiosi continuerà a risuonare forte e chiara nel mondo.

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