I danni della disuguaglianza

I danni della disuguaglianza

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di Michele Blanco*

La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno riconosciuto che le condizioni dello sviluppo sono regredite in un gran numero di Paesi.

Nel lungo periodo della globalizzazione ultraliberista l’idea dominante, dovuta a una forte egemonia economica e politico-culturale, è che la promozione della libertà fosse principalmente, se non totalmente, intesa come libertà economica, dell’impresa, che ha avuto come conseguenza il totale disimpegno etico del singolo individuo rispetto alla società. Si ritenne che la persona non potesse realizzarsi in pieno senza annullare quelle istanze di uguaglianza materiale e sociale che invece, dal dopoguerra agli anni Settanta del secolo scorso avevano guidato la grande crescita economica e sociale dei paesi occidentali con la conseguente costruzione del welfare state.

Nel corso degli anni è stato ampiamente riconosciuto, e sempre più ammesso, che gli sviluppi guidati dal libero mercato senza freni, associati alla globalizzazione, hanno inasprito le ineguaglianze globali esistenti, ma cosa ancor più grave, ne hanno generate di nuove. In questo contesto si è avuto il passaggio da un potere più verticale ad uno più orizzontale, ma non per questo più democratico.

In questi anni si è conosciuta l’internazionalizzazione dei poteri sia delle organizzazioni internazionali, sia intergovernative, ossia formate esclusivamente da Stati sulla base di accordi vincolanti, che ibride pubblico-private. Entità sempre più presenti nelle dinamiche decisionali e nei vari dossier globali che agiscono perlopiù con gli strumenti del diritto internazionale e del soft law, caratterizzate più che da leggi da raccomandazioni, studi, pareri e assistenza. Questo nuovo piano giuridico emergente, parallelo e privato ha preso il nome di lex mercatoria, intesa come la diffusa codificazione dei rapporti commerciali tra le imprese in un mondo globalizzato, un passaggio fondamentale della contemporanea metamorfosi del potere, sempre in una direzione più orizzontale, a-territoriale e internazionale.

Ulteriore elemento, motore di tale metamorfosi, è stata l’innovazione tecnologica, sovente promossa e finanziata dallo Stato nazionale stesso. Tutto questo ha poi permesso a realtà economiche e multinazionali private di accumulare un potere quasi monopolistico, costituito da forti rendite di posizione, accumulo di dati e capacità di sfuggire all’azione delle leggi antitrust.

Esempi eclatanti di queste imprese sono: Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft, società con fatturati superiori ai PIL di diversi paesi e in grado di muoversi oltre i confini territoriali beneficiando anche dell’arbitraggio fiscale. La tecnologia permette a soggetti privati di avere un’influenza decisiva sulla società e anche sui governi nazionali.

Tra i nuovi poteri vi sono, e saranno anche in futuro, i possessori di determinate tecnologie, dall’intelligenza artificiale alle tecniche hacker per fare breccia, senza eserciti o armi, nei sistemi interconnessi delle infrastrutture statali. Ha svolto un ruolo fondamentale la stagione delle privatizzazioni, svolta sotto l’egida del cosiddetto Washington Consensus, che ha reso sempre più settori dell’economia contendibili e, di conseguenza, condotto ad una enorme ritrazione del potere statale, che di fatto ha dato un grandissimo spazio ad altri poteri (economico, finanziario) privati. Conseguenza di ciò, le disuguaglianze sociali nella distribuzione delle risorse economiche, produttive e del reddito.

La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno riconosciuto che le condizioni dello sviluppo sono regredite in un gran numero di Paesi, negli ultimi decenni, che non sono riusciti a raccogliere i frutti della globalizzazione che ha portato sviluppo in altri contesti, né a partecipare a ciò che la Banca Mondiale ha visto come una “tendenza verso la prosperità”. Nell’africa subsahariana, la Banca Mondiale ha stimato che dal 1987 i redditi “pro capite” sono scesi del 25%. Il dato di fatto incontestabile è che le ineguaglianze globali nelle risorse economiche e nel reddito sono inesorabilmente aumentate a partire dalla metà degli anni Ottanta.

Uno dei risultati più eclatanti del neoliberismo riguarda la enorme crescita delle disuguaglianze di reddito anche nelle economie avanzate e democrazie costituzionali, che sono aumentate negli ultimi anni, anche nei periodi di crescita economica e sviluppo tecnologico. Carlo Trigilia, studioso e ex ministro del governo italiano, ritiene che le “conseguenze della pandemia e l’invasione dell’Ucraina contribuiscono ad aggravare il quadro. La sinistra europea e quella italiana si trovano così ad affrontare una nuova sfida, decisiva non solo per il loro futuro, ma anche per quello del capitalismo democratico. L’elettorato popolare, che ne costituiva il fulcro, alimenta infatti l’esodo verso l’astensionismo e verso la nuova destra radicale, attratto dalla protesta e dal populismo. A fronte del peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, vecchi e nuovi gruppi più a disagio non si sentono oggi rappresentati”.

Stiglitz sostiene con fermezza che la disuguaglianza uccide la crescita: se la ricchezza si concentra in poche mani la crisi diventa inevitabile, come avvenne negli anni Trenta del secolo scorso. Il teorema del premio Nobel dimostra come disuguaglianza e polarizzazione dei redditi ostacolino la crescita e frenino il PIL, quindi il benessere diffuso. 

È la diseguaglianza che causa la mancata crescita economica. In tutti i paesi dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri la crescita economica, inevitabilmente, segna il passo e spesso precipita. Le sue idee si fondano sul meccanismo della “propensione al consumo”: i ricchi, essendo pochi ce l’hanno più bassa del molto più numeroso ceto medio; dunque, se la distribuzione del reddito favorisce i pochi ricchi, la spesa in beni e servizi si deprime. È invece il ceto medio a consumare quasi tutto quello che ha in tasca e a spingere PIL ed economia, quando la distribuzione del reddito lo favorisce. Stiglitz ci fornisce la prova: quando i ricchi (ovvero a malapena l’1% più ricco della popolazione mondiale) si è appropriato del 25% del reddito scoppia la “bomba atomica economica”. I fatti lo hanno dimostrato con la Grande Crisi degli Anni Trenta e con la Grande Recessione di questo secolo.

Le idee di Stiglitz sono chiare, facili da dimostrare: infatti con l’aumentare della diseguaglianza, il “moltiplicatore” degli investimenti diminuisce e dunque il PIL frena inesorabilmente. Basti pensare che anche il dogma dell’austerità ha dimostrato la sua non fondatezza economica: l’FMI ha infatti calcolato che il taglio del deficit dell’uno% può ridurre il PIL fino al 2%. Ma la diseguaglianza fiacca fino ad uccidere il PIL e ogni possibilità di crescita economica, non solo per l’inevitabile caduta dei consumi ma anche perché il sistema è largamente “inefficien- te” quando prevalgono rendite finanziarie e monopoli.

Conosciamo quali gravi conseguenze provocano le grandi disuguaglianze: “l’aumento dei problemi sanitari e sociali, rafforzano razzismo e violenza, ostacolano la mobilità sociale, sono responsabili dell’abbassamento del livello di istruzione e del benessere generale. L’ incremento delle disparità si traduce in minore felicità collettiva, minore fiducia e coesione sociale, quindi in un indebolimento complessivo della comunità e della democrazia. Perché, di fronte ai danni che provocano ai singoli individui e alla società nel suo insieme, le disuguaglianze persistono e diventano, nell’attuale momento storico, sempre più estreme”.

*Pubblicato su “La Fonte, periodico dei terremotati o di resistenza umana”, maggio 2023, anno 20, n. 5, p. 18.

 

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