Hamas non è la Palestina e la Palestina non è Hamas

Hamas non è la Palestina e la Palestina non è Hamas

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di Edoardo Laudisi


Da più parti si leggono dichiarazioni che i residenti di Gaza sarebbero dalla parte di Hamas. Di più, palestinesi ed Hamas sarebbero una cosa sola. A dirlo, è questo è molto interessante, non sarebbero tanto i palestinesi di Gaza quanto i loro rappresentanti in Occidente, non necessariamente musulmani. Anche in questo sito non sono mancati articoli che hanno sostenuto questa corrispondenza. Ma è davvero così, Palestinesi e Hamas stessa faccia stessa razza? Sostenerlo significa quantomeno ignorare la complessità del mondo mediorientale che al suo interno contiene contraddizioni che i mullah nostrani, che continuano a scambiare la jihad per lotta di liberazione, ignorano.

Il centro di ricerca sul Medioriente Arab Barometer, che si avvale e coordina le ricerche del Centro di studi strategici della University of Jordan in Amman, il Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah, e One to One for Research and Polling in Tunisi, ha pubblicato un sondaggio fatto a Gaza nelle settimane immediatamente precedenti l’attacco di Hamas a Israele. Secondo questo studio una larga maggioranza dei palestinesi residenti a Gaza era stufa dell’inefficienza governativa dell’organizzazione jihadista, data la sua incapacità a produrre un minimo di benessere economico. Inoltre, la maggioranza degli abitanti non condivideva l’ideologia jihadista del gruppo terrorista. Al contrario di Hamas, il cui scopo ultimo è distruggere lo Stato israeliano, la maggioranza dei palestinesi di Gaza era favorevole alla soluzione dei due Stati con Israele e la Palestina entrambi coesistenti. I sondaggi, informa il sito, sono stati condotti con interviste sul campo e i dati sono stati resi accessibili a tutti (qui).

Alla domanda “quanta fiducia avete in Hamas” il 44% ha risposto di non avere nessuna fiducia, il 23% di non averne molta e solo il 29% ha detto di avere fiducia o molta fiducia nell’organizzazione jihadista. Secondo la Banca Mondiale il livello di povertà a Gaza è passato dal 39% (della popolazione) nel 2011, al 59% del 2021. Molti abitanti di Gaza faticano a soddisfare i bisogni primari a causa sia della scarsità di merci e servizi sia del loro costo. Il 78% degli abitanti dichiarava che la scarsa disponibilità di cibo è un problema serio a Gaza mentre solo il 5% diceva di non avere problemi in questo senso. E qui viene il bello, perché alla domanda su quale fosse la causa principale di tale scarsità, gli abitanti di Gaza attribuivano le difficoltà a cause interne più che esterne. Com’è noto dal 2005 Egitto e Israele hanno imposto un blocco economico su Gaza. La forza del blocco è variata nel tempo ma in generale si può dire che è aumentata dal 2007, da quando cioè Hamas è salita al potere. Il 31% degli intervistati attribuiva all’incapacità del governo di Hamas la causa primaria della carenza di cibo e di sicurezza nella striscia di Gaza. Soltanto il 16% degli intervistati dava la colpa alle sanzioni economiche. In altre parole, prima dell’attacco del 7ottobre i palestinesi di Gaza vedevano in Hamas, più che nel blocco economico di Egitto e Israele, il responsabile della loro situazione difficile.

Data la bassa considerazione dei palestinesi di Gaza nel proprio governo non sorprende che il giudizio negativo si estendesse all’organizzazione di Hamas in quanto partito politico. Solo il 27% degli intervistati dichiarava di sostenere Hamas, qualche punto sotto il 30% che sosteneva Fatah, il partito di Abbas nella Cisgiordania. Ma non era solo la leadership di Hamas ad essere criticata dagli abitanti di Gaza, anche gli obbiettivi politici lo erano. Come accennato sopra, la maggioranza dei palestinesi di Gaza non condivideva la soluzione finale di Hamas nei confronti di Israele ma era favorevole alla soluzione dei due Stati come delineata dagli accordi di Oslo nel 1993, mentre un 10% avrebbe preferito uno Stato unico, o al massimo una confederazione di Stati che contenesse entrambe le popolazioni. In definitiva il 73% degli intervistati desiderava una soluzione pacifica del conflitto israeliano-palestinese e solo il 20% pensava che quella soluzione dovesse essere trovata con la forza.

In conclusione, prima dell’attacco del 7 ottobre Hamas aveva perso la fiducia degli abitanti di Gaza. Pochi di loro appoggiavano l’obbiettivo dell’organizzazione jihadista di distruggere Israele e ancora meno appoggiavano la sua ideologia feroce. La maggior parte dei palestinesi di Gaza voleva una soluzione pacifica del conflitto auspicando leader politici in grado di lavorare a una soluzione di questo tipo che portasse a una migliore qualità della vita nella striscia di Gaza. Ovviamente gli attacchi di Hamas del 7 ottobre e la risposta di Israele hanno cambiato tutto, tanto che oggi la soluzione pacifica auspicata dai palestinesi di Gaza è diventata un miraggio. La ricerca di Arab Barometer mostra infatti che ogni inasprimento israeliano nei confronti di Gaza, nel tentativo di sfiancare Hamas, è seguito da un aumento del sostegno dei palestinesi ad Hamas. Figurarsi un’operazione militare come quella attualmente in corso. Quindi l’assedio di Israele a Gaza, il suo tentativo di distruggere Hamas annidato tra la popolazione civile non farà che aumentare la spirale della violenza rendendo quasi impossibile una soluzione pacifica. Di questo i capi di Hamas sono ben consapevoli e in questo senso il conflitto sta andando come volevano loro. In un colpo solo hanno cancellato il malcontento dei palestinesi nei loro confronti e messo Israele con le spalle al muro. In questo contesto la morte di civili palestinesi non significa nulla per l’organizzazione jihadista che ha già riservato loro il ruolo di martiri involontari da sfruttare ai fini della propaganda. Propaganda nella quale cadono come pere cotte gli aspiranti mullah nostrani.

La causa palestinese, un popolo che rivendica la libertà e uno Stato sovrano dove espletarla, per molti aspetti ricorda quella del popolo italiano nel XIX secolo, quando davanti alle rivendicazioni patriottiche italiane l’inflessibile Metternich rispondeva “l’Italia è un’invenzione geografica.” E ci vollero tre guerre d’indipendenza per smentirlo. Ma la causa palestinese non ha nulla a che spartire con quella di Hamas. Bisogna dirlo chiaro una volta per tutte: Hamas non è una formazione partigiana che lotta per la liberazione del popolo e la creazione di uno Stato palestinese. Hamas è una formazione jihadista che ha come obbiettivo lo sterminio del popolo israeliano prima e di tutti gli infedeli poi. Non comprendere questo significa non essere in grado di distinguere l’Einsatzkommando delle SS che ha compiuto la strage di Marzabotto da un gruppo di combattenti per la libertà o, se si preferisce, non capire la differenza tra Breivik e Che Guevara. Lasciare ad Hamas la lotta per la costituzione di uno Stato palestinese significa minare le basi morali di quello Stato e condannarlo a morte. Per quanto si detesti il sistema di potere occidentale, non si può essere così intellettualmente inetti da esaltare le azioni degli jihadisti e definire lo sterminio di civili inermi “resistenza”, oppure, ancora peggio, negarlo, come stanno facendo i leader di Hamas seguiti in questo dagli aspiranti mullah occidentali che ne hanno sposato la causa in nome dell’antisionismo.

È chiaro che la strategia “Delenda Gaza” di Netanyahu è speculare a quella di Hamas. Le due si alimentano a vicenda, trovando motivazioni e giustificazioni l’una nell’altra. Ma l’obbiettivo di Tel Aviv di distruggere Hamas non sarà raggiunto distruggendo Gaza. Per i partecipanti, tutti i partecipanti nessuno escluso, questo conflitto è come un grande tavolo da gioco sul quale fare le proprie puntate. E fino a quando le puntate prometteranno una vincita alta, la guerra andrà avanti e le vittime civili si accumuleranno in pile sempre più alte. Qualcosa di simile accadde in Europa durante la guerra dei Trent’anni che durò così tanto proprio perché ogni volta che la pace sembrava possibile, qualcuno dei belligeranti alzava la posta nella convinzione di poter ottenere una vincita più alta prolungando il conflitto. Perché sia chiaro, tecnicamente parlando la guerra potrebbe terminare adesso, ma dal momento che gli Stati coinvolti, (tra i quali oltre i due belligeranti ci sono Qatar, Arabia Saudita, Iran, Turchia, Usa, Russia, Libano di Hezbollah, Siria) stanno ancora facendo le loro puntate, niente pace. E nemmeno niente corridoi umanitari e zone protette dai bombardamenti che potrebbero mettere in salvo la popolazione civile. Dire che tutto questo scempio sia colpa solo di Israele, pur avendo a disposizione tutti i mezzi per analizzare la situazione e godendo di una prospettiva privilegiata di pace lontano dagli eventi bellici, non è soltanto sbagliato, è stupido.

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