Venezuela, Iran, Groenlandia: la nuova mappa del saccheggio imperialista
di Alex Marsaglia
«Più di ogni altra forma di produzione, la produzione capitalistica è una dilapidatrice di uomini, di lavoro vivente, una dilapidatrice non solo di carne e sangue ma anche di nervi e di cervelli. In realtà, è solo con lo spreco più mostruoso dello sviluppo individuale che si assicura e si realizza lo sviluppo dell’umanità nell’epoca storica che precede immediatamente la riorganizzazione cosciente della società umana»1
Dopo il rapimento del legittimo Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela da parte degli Stati Uniti, il Presidente Trump non si è certo moderato, nonostante la pressione nazionale della società civile e del Congresso ed internazionale da parte di Stati sovrani e ONU.
In questo momento nulla sembra riuscire a frenare le mire estrattiviste dell’imperialismo statunitense, attivo su tutto il “suo emisfero occidentale” e anche ben oltre, sino all’Iran.
Trump è poi alquanto consapevole del potere che riuscirebbe ad incrementare e a distribuire una volta impadronitosi delle risorse venezuelane e iraniane e non ha alcuna intenzione di fermarsi. Negli ultimi giorni ha annunciato il ritiro da 66 programmi e organizzazioni internazionali. In seguito, ha esplicitamente rifiutato il diritto internazionale in favore di una concezione anomica delle relazioni internazionali basata sulla forza pura, rimarcando i limiti della sua azione in un perentorio “non ho bisogno del diritto internazionale. C’è una cosa, la mia morale personale. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi”. Tralascio per brevità tutta la serie di minacce in pieno stile mafioso a tutti gli altri Presidenti legittimi di Cuba, Colombia, Iran, Messico rilasciate negli ultimi giorni per arrivare alla conferenza del 9 Gennaio. Tutte le principali Compagnie petrolifere dell’Occidente sono state riunite attorno ad un tavolo a Washington per dividere la torta delle rendite che verranno rubate agli Stati legittimi indipendenti e alle popolazioni sovrane.
E, come pare abbiano capito bene anche gli europei e la NATO stessa, in merito al prossimo accaparramento della Groenlandia - si sente forte e chiaro il silenzio omertoso di Mark Rutte di solito intento a sproloquiare sulla Russia - sta avvenendo una ridefinizione dei confini dell’imperialismo americano che ha dominato l’Occidente da dopo il Secondo conflitto mondiale. Gli Stati e le popolazioni devono semplicemente accettare ciò che verrà deciso e al limite svendere le loro proprietà come ferro vecchio. Tutto viene rimesso in discussione ad uso e consumo dell’impero decadente che cerca di rigenerarsi, per cui anche le conquiste europee vengono riassorbite dal centro dell’impero a suon di sberleffi: “solo perché i danesi sono sbarcati lì (in Groenlandia) in barca 500 anni fa non significa che la terra appartenga a loro”. Ma al di là degli strafalcioni storici (Erik il Rosso sbarcò per primo in Groenlandia nel 982 d.c. ed era norvegese) resta la sfacciata necessità di appropriarsi di risorse facili per reggere la competizione globale in cui arrancano. In questo la periferia, in cui viviamo anche noi, viene sempre più concepita come mero scatolone di materie prime e punti geostrategici (noi lo siamo) da controllare con il dominio militare, la minaccia e Dio solo sa quale altra angheria. Le popolazioni che il vecchio washington consensus mirava a convincere non vengono neanche più concepite come interpellabili. Il Venezuela è solo l’ultimo esempio, il più evidente: una volta rapito manu militari il Presidente, all’impero non importa più come si siano riorganizzate le istituzioni o cosa dicano e facciano le popolazioni, semplicemente perché dopo la manifestazione di forza gli elementi umani e politici sono puri accessori potenzialmente eliminabili. La politica viene meno, anzi «ne risulta una sorta di animalizzazione dell’uomo attuata attraverso le più sofisticate tecniche politiche» per cui l’unica e ultima scelta viene ridotta alla «possibilità di proteggere la vita e di autorizzarne l’olocausto»2. Ciò che conta è invece l’economia, l’homo sapiens ridotto a homo oeconomicus concepisce la politica e agisce unicamente per alimentare il sistema di profitto in cui è inserito. Ed ecco che Gaza pacificata diventa un ottimo resort in riva al mare ed il Venezuela si riduce unicamente ad una stazione di rifornimento da cui pompare più petrolio di quanto viene fatto da quei poveri bolivariani che pensavano ancora di utilizzare i ricavi per finanziare progetti sociali per i più poveri. I venezuelani pensavano esistesse il “libero mercato” e di poter vendere le risorse del loro territorio, a cui la loro comunità lavora, agli agenti economici interessati. E invece no, perché il cartello delle big corporation petrolifere ha deciso chi è sovrano e che “la nuda vita” del popolo bolivariano è sacrificabile al volere dell’estrattivismo. Trump così come ha già sentenziato la colpevolezza di Maduro, ha già ordinato che “saranno gli USA a decidere quali compagnie lavoreranno in Venezuela”. E così, assieme alla “nuda vita”, anche “il potere sovrano” dei venezuelani viene annientato. Così come è stato per la Palestina, la Pax Americana avanza inarrestabile come un buco nero in cui la luce della vita viene assorbita dal buio del profitto. I guadagni derivanti dai proventi petroliferi in Venezuela non verranno più socializzati3 e «il capitalismo, come ordine mondiale, cessa di essere uno strumento di progresso e si trasforma invece nel principale ostacolo allo sviluppo di una società internazionale integrata in modo più razionale, più produttiva e più libera dalla miseria e dalle malattie»4. Esiste un altro mondo in cui progresso e sviluppo sociale possono marciare uniti, ma l’obiettivo dell’imperialismo è strappare il Venezuela, l’America Latina e l’intera periferia dell’impero a questo mondo, per farne un mero modello estrattivo. La Cina che commerciava con il Venezuela ha già provveduto ad aumentare gli ordini all’Iran, siccome non è una potenza estrattivista, ma commerciale, può districarsi facilmente nelle turbolenze di mercato. L’impero però ha bisogno di risorse, profitto e soprattutto potere e controllo, quindi ha immediatamente messo nel mirino anche l’altro grande Stato petrolifero rivoluzionario, cioè Iran. L’obiettivo è tornare ad estrarre direttamente petrolio e profitto, governando con i soliti vecchi Quisling, magari riportando anche le solite vecchie aziende: la British Petroleum tanto cara alla dinastia Pahlavi che con il suo principe sta scalpitando per tornare al governo.
Negli anni Settanta si parlava di “sviluppo del sottosviluppo” ed è precisamente quello a cui la dottrina Donroe mira nuovamente oggi, a meno non si pensi che un nuovo Scià in Iran possa promuovere lo sviluppo di quasi 90 milioni di cittadini, triplicati dal 1979 quando si sono ribellati alla più totale miseria in cui li faceva morire il regime dinastico dello Scià. Eppure, le forze conservatrici e reazionarie che vengono riattivate in questo cupo tramonto dell’impero sono queste: il vecchio ordine colonialista e monarchico spacciato come ideale di progresso e libertà.
1 K. Marx, Il Capitale, Libro III, cap. V, Editori Riuniti, Roma, 1954, p. 123
2 G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 1995, p. 5
3 rif. Monthly Review 2025-03 (https://monthlyreview.org/articles/a-special-issue-on-communes-in-socialist-construction/)
4 P. A. Baran, Saggi marxisti, Einaudi, Torino, 1976, p. 71

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