Sull'intervista di Repubblica a Liliana Segre: "L’umanità o è per tutti o è per nessuno"

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di Paolo Desogus*

Ho letto, come forse molti di voi, l’intervista a Liliana Segre comparsa oggi su Repubblica e rilasciata in risposta a quella di Grossman pubblicata ieri. Il titolo (“Perché su Gaza mi oppongo alla parola genocidio”) non dà piena giustizia al testo, che per molti versi è molto più sfumato - ma non meno problematico e preoccupante.

Liliana Segre si dice in sintonia con Grossman su molti aspetti della sua intervista. Ma in realtà ne smorza la carica polemica. Non c’è infatti alcun paragone tra le questioni poste da Grossman e le striminzite parole di Liliana Segre. Non si tratta soltanto di una differenza dovuta alla diversa statura intellettuale, ma anche - mi spiace doverlo dire - a un grave difetto di coscienza.

Anche l’intervista di Grossman è a tratti gravemente insufficiente e in qualche punto persino autoassolutoria, ad esempio quando accusa gli abitanti di Gaza per aver ceduto al fanatismo senza ricordarsi che Hamas è cresciuta e si è espansa anche grazie al sostegno economico israeliano, ammesso dallo stesso Netanyahu, che come altri esponenti politici vedeva nella radicalizzazione palestinese una giustificazione per aumentare il livello dello scontro. A Grossman andrebbe anche ricordato il tentativo palestinese di seguire sin dal 1976 la via non violenta, con le manifestazioni pacifiche della “Giornata della terra”, alle quali Israele ha sempre risposto con la violenza.

Grossman ha avuto nondimeno il coraggio di mettere in discussione la stessa legittimità dello stato di Israele, ritrovando la radice del male nelle occupazioni illegali del 1967. Non solo, Grossman legge con chiarezza la degenerazione del potere, la sua riduzione a pura violenza assoluta, incapace di riconoscere limiti. Da qui segue il ragionamento che porta all’ammissione che a Gaza stia avendo luogo il genocidio.

Di diverso tenore è l’intervista di Liliana Segre, le cui argomentazioni sono tutte di ordine impressionistico. Nelle sue parole non ci sono cenni storici o politici. La critica si ferma all’attuale compagine di governo. Diversamente da Grossman non tenta alcuna analisi dell’implosione morale israeliana.
 
A suo avviso Israele si troverebbe sull’orlo dell’abisso, dunque al di qua della linea rossa. Non mancano osservazioni sulla popolazione affamata, sulle disumane dichiarazioni di alcuni ministri (immagino Ben Gvir e Smotrich) e persino sulle azioni squadristi che dei coloni in Cisgiordania. Ma nulla dice sulle occupazioni illegali, sull’uso della violenza contro i civili, sulla barbarie infinita dell’Idf, sulle testimonianze e le indagini che dimostrano come Israele abbia in realtà da tempo passato la linea rossa.

Permettetemi un appunto. Chi conosce Liliana Segre e ha seguito il suo percorso di sensibilizzazione sulla Shoah sa che le sue testimonianze hanno sempre un tono umile, che rifiuta le grandi generalizzazioni, le grandi sintesi politiche. Al contrario Segre ha l’abitudine di soffermarsi sui dettagli, sulla microfisoca della disumanità nazista, da lei conosciuta in prima persona.

Questo stile intellettuale scompare di fronte alla barbarie sionista. Eppure per capire la gravissima tragedia palestinese sarebbe necessario proprio quello sguardo sul particolare di cui è capace. Non si può capire fino in fondo il genocidio dei palestinesi se ci si limita ai grandi numeri o alle considerazioni generali. Non lo si capisce perché il genocidio rischia di rimanere qualcosa di astratto, di opinabile, qualcosa che attiene più alla polemica giornalistica che alla realtà concreta.

Da Liliana Segre, considerate le sue qualità intellettuali, ci si aspetterebbe dunque non solo il riconoscimento del genocidio, ma lo sguardo sulle molteplici articolazioni della cattiveria israeliana, sui feroci gesti quotidiani, sul cecchinaggio contro gli affamati in fila per un tozzo di pane, sui giochi dei soldati che un giorno mirano alla testa, un giorno all’addome, un giorno alle ginocchia e un giorno ai genitali dai ragazzini presi di mira a casaccio; e ancora, sui continui spostamenti della popolazione da un angolo all’altro di Gaza, sul divieto di pesca e balneazione, sulla privazione della casa, sull’umiliazione costante e scientifica che Israele compie contro i palestinesi.
 
Non c’è niente di tutto questo. In nessun passaggio dell’intervista di oggi, come in quelle passate, non si legge da parte di Liliana Segre una sola parola che le permetta di guardare la realtà dal punto di vista dei palestinesi. Ogni sua argomentazione (e in particolare la sue accuse dal tenore psicologista rivolte contro chi userebbe la parola genocidio per una qualche rivalsa) tradiscono il solito suprematismo occidentale, incapace di riconoscere l’universalità della vita umana. Non si può essere umani a targhe alterne. Quello della vittima non è un privilegio. L’umanità o è per tutti o è per nessuno.


*Post Facebook del 2 agosto 2025

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