Peter Doshi sul BMJ. La fine (o meno) della pandemia sarà una scelta politica e non epidemiologica

Peter Doshi sul BMJ. La fine (o meno) della pandemia sarà una scelta politica e non epidemiologica

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Articolo fondamentale di Peter Doshi sul British Medical Journal che coglie il punto centrale della fase storica che stiamo attraversando: la fine (o meno) della pandemia sarà una scelta politica e non epidemiologica, il che implica che, visto il ricorso ossessivo alla metrica epidemiologica (tracciamento costante di nuovi casi ecc.) - a discapito di tutta una serie di altri fattori non facilmente misurabili: salute mentale, impatto educativo, paura dei legami sociali ecc. -, chi ha interesse, per ragioni politiche, a *non* far finire la pandemia, troverà sempre dei "dati" a sostegno di ciò. Bisogna attrezzarsi dal punto di vista teorico ed analitico perché la battaglia sarà durissima.
 
Qui di seguito la traduzione italiana dell'articolo a cura di Goccia a goccia. A scavar pietre e nutrire arcobaleni:
 

Si intitola così – ed è un titolo che dice tutto – uno degli ultimi articoli di Peter Doshi su BMJ.Parla di come, in confronto alle pandemie precedenti, la SARS-Cov-2 ha prodotto uno sconvolgimento senza precedenti della vita sociale e fa notare che è la prima nella quale i dati aggiornati in tempo reale, trasmessi quotidianamente dalle televisioni e dai media, hanno saturato e strutturato la percezione del pubblico. Ricorda che le pandemie non si concludono quando la trasmissione del contagio finisce, ma piuttosto quando, nell’attenzione del pubblico e nel giudizio di certi media e delle élite politiche che modellano quell’attenzione, il contagio e la malattia cessano di fare notizia. Questo articolo ci ricorda che la fine della pandemia non seguirà il raggiungimento dell’immunità di gregge o una dichiarazione ufficiale, ma piuttosto si verificherà gradualmente e in modo non uniforme, man mano che le società cesseranno di essere ossessionate dai dati quotidianamente pubblicati. E termina con una frase che faccio anche mia: “Considerandola come un periodo straordinario in cui la vita sociale è stata stravolta, la pandemia di covid-19 sarà finita quando spegneremo i nostri schermi e decideremo che altri problemi sono di nuovo degni della nostra attenzione. A differenza del suo inizio, la fine della pandemia non sarà televisiva”
Di seguito la traduzione dell’articolo per la quale vi prego di perdonarmi per qualche errore o imprecisione.

All’inizio dell’anno 2021, la pandemia di covid-19 sembrava allontanarsi. Le discussioni e le previsioni sull'”apertura”, il ritorno alla “normalità” e il raggiungimento dell’immunità di gregge erano nell’aria. Ma per molti l’ottimismo è diminuito con l’aumento dei casi e delle morti in India, Brasile e altrove. L’attenzione si è rivolta alle varianti del virus SARS-CoV-2 e, recentemente, all’emergere di omicron. Proprio quando la fine sembrava essere all’orizzonte, è stata interrotta dalla previsione che la pandemia potrebbe essere ben lungi dall’essere finita.A differenza di qualsiasi pandemia precedente, il covid-19 è stato seguito da vicino attraverso i grafici che mirano a mostrare il movimento in tempo reale e gli effetti del coronavirus; essi tracciano il numero dei test di laboratorio, i ricoveri in ospedale e in terapia intensiva, i tassi di trasmissione e, più recentemente, le dosi di vaccino somministrate.

Questi grafici – con i loro pannelli di numeri, statistiche, curve epidemiche e mappe colorate – hanno dominato i nostri televisori, computer e smartphone. Al loro centro c’è il fascino dell’obiettività e dei dati a cui aggrapparsi in mezzo all’incertezza e alla paura. Hanno aiutato le popolazioni a concettualizzare la necessità di un rapido contenimento e controllo, orientando il sentimento pubblico, alimentando la pressione per le contromisure e mantenendo un’ atmosfera di emergenza. Offrono un senso di controllo quando i casi diminuiscono in seguito a certe contromisure, ma possono anche alimentare un senso di impotenza e di catastrofe imminente quando i casi aumentano.Problemi di definizione della fine di una pandemiaNon esiste una definizione universale dei parametri epidemiologici della fine di una pandemia.

Con quale metrica, allora, sapremo che è effettivamente finita? L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la pandemia di covid-19, ma chi ci dirà quando sarà finita?L’ubiquità dei grafici ha contribuito a creare il senso che la pandemia sarà finita quando gli indicatori raggiungeranno tutti lo zero (infezioni, casi, morti) o il 100 (percentuale di vaccinati). Tuttavia, le pandemie respiratorie del secolo scorso dimostrano che la fine non è netta, e che la fine della pandemia è meglio intesa come la ripresa della vita sociale, non il raggiungimento di specifici obiettivi epidemiologici.

Le pandemie respiratorie degli ultimi 130 anni sono state seguite da ondate stagionali annuali alimentate dall’endemicità virale che tipicamente continua fino alla pandemia successiva. Ciò che va giù torna su, e la difficoltà nel datare la fine di una pandemia si riflette nella letteratura storica ed epidemiologica. Sebbene molti studiosi descrivano “l’influenza spagnola” come un evento di tre ondate, dal “1918 al 1919”, i riferimenti alla pandemia “dal 1918 al 1920” sono più vasti, riferendosi anche a quella che alcuni chiamano una “quarta ondata”. Allo stesso modo, la pandemia di “influenza asiatica” di metà secolo è generalmente descritta come un evento di due ondate dal 1957 al 1958, ma altri includono una terza ondata, collocando la fine della pandemia nel 1959.

Questa variabilità nella datazione delle pandemie storiche evidenzia la natura imprecisa dell’uso dei tassi di mortalità per determinare, anche retrospettivamente, la “fine” di una pandemia e l’inizio del “periodo interpandemico”. Per esempio, il CDC afferma oggi che circa 100.000 americani sono morti in ciascuna delle pandemie influenzali del 1957 e del 1968. Ma queste stime includono morti avvenute in periodi che la maggior parte di noi considererebbe tra le pandemie (1957-1960 e 1968-1972, rispettivamente).

La nozione, rafforzata dai grafici, che una pandemia finisce quando i casi o i decessi scendono a zero è in contrasto con l’evidenza storica che una sostanziale morbilità e mortalità influenzale continua a verificarsi, stagione dopo stagione, tra le pandemie. Nella stagione interpandemica del 1928-29, per esempio, si stima che negli Stati Uniti si siano verificati oltre 100.000 decessi in eccesso legati all’influenza A/H1N1 (il virus pandemico del 1918) in una popolazione grande un terzo di quella odierna. Inoltre, può essere difficile discernere quali morti possono essere attribuite alla pandemia e quali appartengono al periodo interpandemico. Le distinzioni non sono banali, poiché l’eccesso di mortalità è la classica metrica per valutare la gravità. Gli anni interpandemici hanno talvolta avuto un tasso di mortalità più alto rispetto alle stagioni pandemiche che sono seguite, come la stagione 1946-47 che ha preceduto la stagione pandemica 1957-58.

Quindi, la fine di una pandemia non può essere definita dall’assenza di morti in eccesso associate all’agente pandemico. Interruzione e ripresa della vita socialeUn altro modo in cui potremmo dichiarare la fine di una pandemia è considerare l’imposizione e la revoca di misure o restrizioni di salute pubblica. Le misure usate nelle pandemie precedenti sono state più fugaci e meno invasive di quelle che sono state usate nella covid-19. Anche per la catastrofica influenza spagnola – che ha ucciso tre volte più persone per popolazione negli Stati Uniti rispetto al covid-19, con un’età media di decessi di 28 anni – la vita è tornata alla normalità in breve tempo, forse perché non c’era altra scelta.

In un’epoca precedente a internet, alle app per la consegna del cibo e per le riunioni video, un allontanamento sociale diffuso e prolungato non era semplicemente possibile, una situazione che rimane tale anche oggi per molti lavoratori considerati “essenziali”. In effetti, un breve sguardo alle pandemie passate negli Stati Uniti mostra che non esiste una relazione fissa o deterministica tra la patogenicità di un virus e l’intensità e la durata degli interventi di salute pubblica.In confronto alle pandemie precedenti, la pandemia di covid-19 ha prodotto uno sconvolgimento senza precedenti della vita sociale. La gente ha sperimentato a lungo la tragedia della malattia e della morte inaspettata in anni pandemici e non pandemici, ma la pandemia di covid-19 è storicamente unica nella misura in cui l’interruzione e la ripresa della vita sociale sono state così strettamente legate alla metrica epidemiologica Grafici: combattere o alimentare la pandemia?

Mentre le rappresentazioni visive delle epidemie esistono da secoli, la covid-19 è la prima in cui i grafici in tempo reale hanno saturato e strutturato l’esperienza del pubblico.Alcuni storici hanno osservato che le pandemie non si concludono quando la trasmissione della malattia finisce “ma piuttosto quando, nell’attenzione del pubblico generale e nel giudizio di certi media e delle élite politiche che modellano quell’attenzione, la malattia cessa di fare notizia”. I grafici pandemici forniscono un carburante infinito, assicurando la costante attualità della pandemia di covid-19, anche quando la minaccia è bassa. Così facendo, potrebbero prolungare la pandemia limitando il senso di chiusura o il ritorno alla vita precedente alla pandemia.

Disattivare o disconnetterci dai grafici può essere la singola azione più potente per porre fine alla pandemia. Questo non significa nascondere la testa sotto la sabbia. Piuttosto, è riconoscere che nessuna serie singola o congiunta di metriche può dirci quando la pandemia è finita.La fine della pandemia non vi sarà consegnato.

La storia suggerisce che la fine della pandemia non seguirà il raggiungimento dell’immunità di gregge o una dichiarazione ufficiale, ma piuttosto si verificherà gradualmente e in modo non uniforme man mano che le società cesseranno di essere tutte ossessionate dai grafici scioccanti della pandemia. La fine della pandemia è più una questione di esperienza vissuta, e quindi è più un fenomeno sociologico che biologico. E quindi i grafici – che non misurano la salute mentale, l’impatto educativo e la paura di legami sociali stretti – non sono lo strumento che ci dirà quando la pandemia finirà. Anzi, considerando come le società sono arrivate a usare i grafici, potrebbero essere uno strumento che ci impedisce il ritorno alla normalità. Le pandemie – almeno le pandemie virali respiratorie – semplicemente non finiscono in un modo adatto ad essere visualizzato sui grafici. Lontano da una “fine” drammatica, le pandemie svaniscono gradualmente man mano che la società si adatta a convivere con il nuovo agente patogeno e la vita sociale torna alla normalità.Come un periodo straordinario in cui la vita sociale è stata stravolta, la pandemia di covid-19 sarà finita quando spegneremo i nostri schermi e decideremo che altri problemi sono di nuovo degni della nostra attenzione. A differenza del suo inizio, la fine della pandemia non sarà televisiva.

https://www.bmj.com/content/375/bmj-2021-068094…

Thomas Fazi

Thomas Fazi

Economista e saggista. Autore con W. Mithchell di "Sovranità e barbarie" (Meltemi). Su twitter:  @battleforeurope

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