Perché la Cina e il Grande Sud ci stanno salvando da una crisi mondiale

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Perché la Cina e il Grande Sud ci stanno salvando da una crisi mondiale

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di Pino Arlacchi

Avvistato dalle fonti più autorevoli, il fantasma di un greggio a 150 dollari al barile si aggira nei corridoi delle borse occidentali. Se i modelli predittivi delle maggiori compagnie petrolifere e delle banche di investimento dovessero materializzarsi, lo shock energetico indotto dal blocco prolungato dello Stretto di Hormuz – in cui transita ogni giorno circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio – rischierebbe di infliggere il colpo di grazia a un’economia atlantica già strutturalmente fragile.

Nella logica del secolo passato, un simile scenario assumerebbe un solo significato: una recessione globale profonda, immediata e inevitabile. Ma la logica del XXI secolo è cambiata. Se la fiammata energetica non si tradurrà nel collasso economico del pianeta, non sarà per merito delle manovre della Federal Reserve o di tardivi accordi diplomatici in Medioriente. Sarà perché, per la prima volta nella storia contemporanea, esiste un subsistema economico alternativo e parallelo a quello occidentale, dominato dall’economia reale e dallo Stato regista dello sviluppo (il cosiddetto Developmental State). Questo insieme è guidato dall'asse tra la Cina e il Grande Sud, ed è capace di agire da possente ammortizzatore universale.
Non è facile comprendere questa svolta epocale, e se sono in grado di delinearne caratteri e dinamiche lo devo al fatto di non essere accecato dall’illusione eurocentrica e atlantista che affligge l’intera narrativa sulla crisi attuale che prevale in Occidente.

Il capitale finanziario che schiavizza l’Occidente tende a proiettare le proprie vulnerabilità sul resto del mondo. In Europa e negli Stati Uniti, un petrolio a 150 dollari innesca una reazione a catena: aumento dei prezzi alla pompa di carburante, impennata dell'inflazione da costi, reazione forte delle banche centrali tramite il rialzo dei tassi di interesse e conseguente contrazione del credito, dei consumi e degli investimenti. È il cortocircuito di un sistema che vive di leva finanziaria, dove i prezzi dei beni fisici sono determinati da azzardate scommesse sul futuro chiamate contratti derivati, e da simili marchingegni che infestano le piazze di scambio occidentali. Il risultato è l’esposizione del PIL delle nazioni del G7 a una volatilità drogata dalla speculazione e dai capitali “caldi” e senza patria, pronti a fuggire dall’altra parte del pianeta alla minima variazione di un dato economico e di una circostanza geopolitica.

Ma la storia, oggi, non finisce più qui. Fuori da questo perimetro respira un’altra economia-mondo. Un subsistema guidato dai paesi BRICS+ che produce ormai oltre il 60% del PIL globale se calcolato a parità di potere d'acquisto, e che supera nettamente il misero 29% detenuto dalle nazioni del G7. È il mondo dell’economia reale, dell’anti-finanza radicata nella materialità della produzione, delle infrastrutture e degli scambi di beni e servizi. È il mondo del Grande Sud, diventato il baricentro dell’economia globale. Quando il barile tocca cifre astronomiche nei mercati euroamericani, una quota mastodontica di quel petrolio continua a circolare nel resto del mondo a prezzi radicalmente diversi.

Non troverete traccia, nei media occidentali e nelle pontificazioni dei guru neoliberal, del semplice fatto che Pechino, Teheran, Nuova Delhi e Mosca hanno da tempo strutturato un circuito protetto. La Russia e l'Iran non vendono il loro greggio seguendo i benchmark dell'ICE di Londra; lo scambiano attraverso contratti a lungo termine, spesso blindati da forti sconti geopolitici. Questi flussi, inoltre, sono oggi quasi totalmente de-dollarizzati: la quota di scambi commerciali transfrontalieri della Cina regolati in Renminbi ha superato la soglia record del 50%, surclassando il biglietto verde. Per il colosso manifatturiero cinese, il petrolio non costa "150 dollari". Costa l'equivalente pre-concordato in beni industriali, tecnologie o valuta sovrana nazionale. Questo circuito chiuso neutralizza lo shock valutario alla radice, impedendo la distruzione della domanda nei paesi emergenti e garantendo la continuità operativa delle catene del valore fisiche.

Ma la linea definitiva di difesa contro una crisi globale risiede nel superamento della dipendenza del Grande Sud dai consumi occidentali. Per decenni, l'ortodossia economica ha sostenuto che se l'Occidente starnutisce, l'Asia si ammala, a causa della sua natura di pura esportatrice verso i mercati ricchi del Nord del mondo. Questa fotografia è obsoleta. Il punto di non ritorno è già stato superato: il volume degli scambi commerciali Sud-Sud (l'interscambio tra economie emergenti) ha storicamente sorpassato il valore delle rotte Nord-Sud, superando la barriera dei 5.300 miliardi di dollari annui. I paesi emergenti non sono più la periferia che lavora per soddisfare il centro atlantico; sono diventati il centro rispetto a se stessi.

La Cina è la guida di questo scacchiere, e gode di un’economia pianificata che ha operato una sterzata strategica con la dottrina della "Doppia Circolazione" varata nel 2020. Consapevole delle crescenti sanzioni, tariffe e dazi del protezionismo occidentale, Pechino ha progressivamente spostato il fulcro del proprio sviluppo economico verso l'interno, puntando sulla crescita dei consumi domestici che oggi pesano per oltre il 50% sul suo PIL, e sull’espansione della produttività legata all'automazione e all'intelligenza artificiale.
Laddove il subsistema occidentale risponde all'innovazione tecnologica con la "distruzione creativa" di Schumpeter – generando disoccupazione, precarizzazione e conseguente calo dei consumi – il governo cinese trasferisce i lavoratori dislocati in settori ad altissima qualificazione e nei servizi, mantenendo intatta la tenuta sociale e il potere d'acquisto interno con un tasso di disoccupazione urbana rigidamente controllato sotto il 5,5%.

Al contempo, la diversificazione delle esportazioni cinesi ha ridisegnato la geografia del consumo globale. Pechino non esporta più chincaglieria, ma infrastrutture strategiche, reti di telecomunicazione, vettori energetici puliti e mobilità elettrica. I destinatari non sono più i consumatori stanchi e impoveriti di Roma, Parigi o Washington, ma la galassia dei paesi della Belt and Road Initiative, dell'America Latina, dell'Africa e del Sud-Est Asiatico. Quest’ultimo è composto da 11 paesi associati nell’ASEAN: 700 milioni di abitanti che animano la quinta economia del mondo. L’ASEAN ha consolidato il suo ruolo di primo partner commerciale di Pechino, scavalcando sia l'Unione Europea che gli Stati Uniti.

La nascita di una sterminata classe media nel Grande Sud, stimata in oltre 2 miliardi di persone, sta assorbendo la produzione industriale dell’Asia orientale e della Cina a una velocità tale da poter compensare qualsiasi calo della domanda indotto dalla stagflazione occidentale. È una simbiosi che funziona: il Grande Sud fornisce le materie prime fisiche e l'energia, l’Asia le trasforma in beni tecnologici e infrastrutture di sviluppo, e il tutto avviene al di fuori del controllo del dollaro e del sistema SWIFT.

Ciò a cui assisteremo, nel caso in cui la crisi di Hormuz dovesse avvitarsi, non sarà dunque una crisi globale generalizzata, bensì un aumento della biforcazione dell'economia-mondo. Da un lato avremo l'Occidente finanziarizzato, con le sue riserve valutarie in dollari scese sotto il 58%, intrappolato nei suoi dogmi liberisti, costretto a subire i colpi della crisi energetica e della recessione. Dall'altro lato, il subsistema dell'economia reale, protetto dalla programmazione statale e dall'interscambio Sud-Sud, che continuerà a produrre, scambiare e crescere.

La Cina e il Grande Sud non interromperanno il cupio dissolvi dell'Occidente, né cureranno le magagne del tecnocapitalismo finanziario americano. Faranno qualcosa di più limitato ma comunque cruciale. Impediranno che le tossine di quel sistema avvelenino l'intero pianeta. Dimostreranno che l'autonomia della produzione fisica, l’indipendenza dal dollaro e la solidità delle rotte commerciali terrestri ed eurasiatiche sono un'ancora di salvezza dalle crisi molto più affidabile di qualsiasi diavoleria di Wall Street e di qualsiasi politica di emergenza delle banche centrali e dei governi dell’Occidente.

Pino  Arlacchi

Pino Arlacchi

Ex vice-segretario dell'Onu. Il suo ultimo libro è "Contro la paura" (Chiarelettere, 2020)

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