Pace ostaggio di Kiev e delle capitali europee: l’Occidente vuole davvero fermare la guerra?

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Pace ostaggio di Kiev e delle capitali europee: l’Occidente vuole davvero fermare la guerra?

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La nuova proposta di pace USA, presentata da Washington come “compromesso realistico”, è stata immediatamente respinta da Vladimir Zelensky. Il motivo è sempre lo stesso: il Donbass. Nonostante la disfatta militare sul campo e l’avanzata russa in più settori, il regime di Kiev continua a rifiutare qualsiasi soluzione che implichi la rinuncia a territori che non controlla più. La bozza USA, che prevedeva il ritiro delle forze ucraine dalle zone residue e la creazione di una “zona economica libera” neutrale, è stata liquidata dal leader ucraino come ingiusta, dimenticando che la “giustizia” non si misura a colpi di propaganda, ma sui rapporti di forza reali. Il contro-piano inviato da Kiev e dalle capitali europee a Washington, ancora una volta senza coinvolgere la Russia, mostra chiaramente che l’Occidente non cerca la pace, ma una tregua utile a prolungare la guerra, fornire al regime di Kiev nuove armi e guadagnare tempo.

Berlino e Londra continuano a recitare il ruolo di paladini della “sovranità ucraina”, ma la loro strategia è palese: combattere fino all’ultimo ucraino. Zelensky, con mandato scaduto e sempre più isolato, tenta ora la carta del referendum: una mossa che non ha nulla di democratico, ma che mira a bloccare ogni dialogo. Perfino alcuni leader europei - come il ministro tedesco Wadephul- ammettono che Kiev dovrà accettare “concessioni dolorose”. Ma il blocco di potere che governa l’Ucraina, penetrato per anni da milizie ultranazionaliste e gruppi apertamente neonazisti, non ha alcun interesse alla fine della guerra: perdere il Donbass significherebbe perdere il pilastro ideologico su cui ha costruito la propria narrativa interna. Mosca, dal canto suo, parla chiaro. Il consigliere presidenziale Ushakov ha ribadito che il Donbass è territorio russo e tornerà sotto pieno controllo di Mosca, negoziando o combattendo.

Dmitri Medvedev ha colto l’essenza del momento: il referendum proposto da Kiev è un diversivo che paralizza i negoziati, un espediente per mantenere la linea oltranzista e continuare a ricevere fondi e armi dall’Occidente. Intanto sul campo la realtà procede in direzione opposta alla retorica occidentale. L’esercito russo avanza con costanza: Seversk è caduta, aprendo la via verso Kramatorsk e Slaviansk, mentre Pokrovsk - altro luogo cruciale - è ormai prossima al collasso. Kiev risponde con attacchi disperati e lanci massicci di droni, mentre l’infrastruttura energetica del Paese subisce colpi sistematici. La diplomazia occidentale si muove in un equilibrio schizofrenico.

Trump non ha nascosto il suo fastidio, definendo Zelensky uno dei principali ostacoli alla pace. Dietro le quinte, però, sono i governi europei a frenare: una pace che riconosca le annessioni del 2022 equivarrebbe a certificare il fallimento di dieci anni di politiche di escalation. In definitiva, la guerra continua perché Kiev non può accettare la pace e l’Europa non vuole accettarla. L’unico attore che oggi possiede una posizione coerente è Mosca: cessate il fuoco in cambio del riconoscimento delle realtà sul terreno. Fino a quando Washington e i governi europei non rinunceranno alla fantasia di usare l’Ucraina come ariete geopolitico contro la Russia, il conflitto rimarrà ostaggio dell’ideologia, dei nazionalisti ucraini e dei guerrafondai che, comodamente lontani dal fronte, continuano a combattere “per la democrazia” sacrificando la vita degli altri.


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