Mondiale della Vergogna: la polizia di Dallas aggredisce lo staff della nazionale egiziana (VIDEO)
Non c'è più modo di girarci intorno. Il video diventato virale in queste ore non è solo l'ennesimo episodio di forte tensione, ma la fotografia crudele di un mondiale che sta scivolando verso il baratro. Il mondiale della vergogna. Le immagini arrivano dall'aeroporto di Dallas, dove la delegazione egiziana, a poche ore dal proprio impegno in campo, è stata vittima di un'aggressione verbale da parte della polizia di Dallas. Un agente, in particolare, si è reso protagonista di un'aggressione nei confronti di un membro dello staff della nazionale africana, un gesto che appare talmente sproporzionato da lasciare senza parole chiunque lo guardi. Secondo diverse fonti, un dirigente della nazionale egiziana si è risentito dopo che la polizia ha impedito a un bambino di scattare una foto con i giocatori. La sua rabbia ha innescato la reazione dei poliziotti statunitensi. Come si vede nei filmati, alcuni agenti di polizia spingono i membri dello staff egiziano.
En pleine séance photo avec un jeune supporter, le staff égyptien est violemment agressé par la police américaine à Dallas. ???? pic.twitter.com/WAc2f9oaRJ
— Onze Masr ???????? (@onzemasr) July 2, 2026
Purtroppo, chi ha seguito da vicino questo torneo a partire dalle prime giornate sa bene che quanto accaduto a Dallas non rappresenta un caso isolato. Già nei giorni precedenti, diverse squadre avevano sollevato polemiche accese riguardo alla logistica disumana imposta dalla organizzazione, con trasferimenti estenuanti che costringevano atleti e tecnici a viaggi interminabili poche ore prima delle partite, campi di allenamento in condizioni pietose che rendevano difficile persino un riscaldamento dignitoso e una gestione delle tempistiche che sembrava volutamente punitiva. Il divieto assurod di utilizzare la lingua spagnola in conferenza stampa. I controlli umilianti subiti da alcune nazionali. Ma forse la vicenda più vergognosa riguarda la nazionale iraniana, costretta a vivere un vero e proprio incubo burocratico: a causa delle tensioni politiche, la squadra ha dovuto stabilire il proprio campo base a Tijuana, in Messico, affrontando un viaggio di cinque ore tra andata e ritorno per ogni partita, con l'obbligo di lasciare il territorio statunitense poche ore dopo il fischio finale, dopo essersi vista negata il visto ad alcuni menbri dello staff dirigenziale. Un trattamento che ha dell'assurdo, che ha rubato energie e concentrazione a un gruppo di atleti già sotto pressione, e che nessuno ha avuto il coraggio di fermare. A tutto questo si era aggiunto un approccio delle forze dell'ordine che molti dirigenti avevano definito sproporzionato, quasi come se gli atleti e i membri delle delegazioni fossero visti non come ospiti d'onore, ma come potenziali minacce da tenere sotto stretto controllo.
Se poi allarghiamo lo sguardo oltre i confini delle squadre partecipanti, il quadro diventa ancora più desolante. I tifosi arrivati da ogni angolo del pianeta stanno raccontando un'esperienza ben lontana da quella festa del calcio che tutti auspicavano. Code interminabili davanti agli stadi, problemi con i biglietti, un clima di sorveglianza così oppressivo da trasformare l'entusiasmo in ansia e una crescente sensazione che l'intero impianto organizzativo sia stato costruito più per contenere le persone che per accoglierle. Le storie che emergono da chat e gruppi di viaggiatori descrivono un torneo che sta diventando un incubo logistico per migliaia di persone che avevano sognato per mesi questo appuntamento.
E allora, di fronte a questo nuovo episodio, viene spontaneo chiedersi cosa resterà di questo mondiale del 2026. Perché se le immagini che gireranno per anni saranno queste, se il ricordo più vivido non sarà un gol spettacolare o una parata miracolosa ma un poliziotto che aggredisce un membro di una delegazione sportiva, questa sarà la fotografia più fedele dei tracotanti Stati Uniti d'America.


